La guerra rende ciechi

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Generalmente le arti si esprimono e comunicano emozioni attraverso un unico fenomeno sensoriale: la vista nella maggiore parte dei casi e l’udito nella musica. Recentemente nuove forme artistiche, come l’installazione o la performance sono riuscite a mettere insieme vista e udito. Ma solo al teatro e al cinema appartiene la complementarità delle sensazioni. Nato muto, il cinema di finzione dapprima ha impiegato la musica come sottolineatura o come contrappunto per esaltare le emozioni. E ci è riuscito benissimo con i capolavori del muto accompagnati da musica dal vivo. Poi si è perfezionato con il doppiaggio, i “rumoristi” e musiche appositamente composte. Ricordo il maestro Morricone, in una intervista, raccontare che era solito improvvisare dal vivo su pianoforte guardando il film da musicare e solo dopo trascrivere su spartito. Infine il cinema ha adottato la presa diretta con i nuovi artifici sonori del digitale.

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Raramente però l’attenzione dello spettatore si concentra su suoni e rumori. Ancora più raramente il suono riesce ad esser protagonista del racconto, più importante, più forte, più doloroso dell’immagine. E’ il caso di All This Victory, del regista libanese Ahmad Ghossein, presentato quest’anno al Festival di Venezia e a Roma al Medfilm Fest, un film coraggioso e innovativo. E non sono i suoni sinistri di mostri spaziali o la musica ansiogena dei racconti thriller, ma le voci di una lingua straniera, i passi di un soldato invisibile, gli spari di un mortaio, la turboelica di un elicottero, sino al sordo esplodere di bombe sempre più vicine. Sono questi i protagonisti di un film che ci racconta il terrore di chi sente e non vede, reso cieco dalla imprevedibile prigionia in quello che sembrava un rifugio sicuro. E’ la cecità della guerra, che non distingue tra buoni e cattivi, così come come i personaggi del film non riescono a distinguere i soldati amici dai nemici.

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All This Victory è un “film di regia”, nel senso che interpreta una sceneggiatura semplice, quasi elementare, studiando minuziosamente i comportamenti dei protagonisti, quasi sempre vicini, che si spostano con movenze corali guidati dai suoni della guerra, dentro le mura di un casolare decrepito che li protegge dal quel “fuori” di odio terreno indecifrabile, smentito solo dal silenzioso sguardo verso l’azzurro del cielo

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Il sacrificio di Greta

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Raccogliendo l’invito di Greta Thunberg milioni di giovani – anzi, di giovanissimi – in tutto il mondo sono in piazza in questi giorni per difendere il pianeta terra dai danni dello sviluppo industriale.

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Negli ultimi decenni molti della mia generazione (soprattutto coloro che insegnavano nella scuola o nella università) si sono ripetutamente lamentati dello stato di agnosticismo della generazione “teen”, ribelle a modo suo, ma cinica, se non feroce, nel rapporto umano, poco in grado di riconoscersi in valori positivi e soprattutto priva di sensibilità collettiva e di impegno civile e politico.

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Posso azzardare nel dire che dal 1968 in poi non c’era più stato un fenomeno giovanile di ribellione civile e politica a livello planetario. Tutto era iniziato negli Stati Uniti con la fusione della protesta giovanile delle minoranze nere con quella dei pacifisti contro la guerra del Vietnam. In pochi mesi l’intero pianeta si infiammò con la protesta dei giovani, per lo più studenti. Non c’era internet e l’informazione era affidata a giornali e TV, non sempre obiettivi o disponibili. Mi domando cosa sarebbe successo allora se ci fosse stata la velocità di oggi nello scambio e nella libertà delle comunicazioni consentita dal web e dai social. Il Sessantotto quindi non fu un fenomeno mediatico, bensì un fenomeno sociale, culturale e anche politico, nato quasi contemporaneamente in tutto il mondo dalla convergenza di nuove esigenze delle popolazioni giovanili.

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L’emergenza climatica oggi diventa il fulcro di una seconda epocale ribellione dei giovani. Eppure l’inizio non è stato una rivolta sociale od una guerra, ma una ragazzina minuta di 15 anni, affetta da una strana malattia che la rende dura ed ostinata, seduta con un cartello in mano davanti al Parlamento svedese. E qui è la differenza fondamentale con quanto accaduto mezzo secolo fa: il web e i social mettono al centro il “personaggio” e Greta diventa un fenomeno mediatico. Con tutte le conseguenze (positive e negative): si diffonde la consapevolezza dei pericoli per i cambiamenti climatici e milioni di ragazze e ragazzi  scendono in piazza. Finalmente – potremmo dire –  finalmente i giovanissimi sono consapevoli, responsabili e incazzati!

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Ma Greta perde identità, diventa molteplice, viene interpretata in modi contraddittori: è simpatica o antipatica; è sincera o etero diretta; è apprezzata o derisa; è amata od odiata; incute rispetto o timore. Qualcuno ha scritto addirittura che Greta mette paura. Se fossimo stati nel medioevo sarebbe stata una santa o forse una strega. Disegnata dai media contemporanei come una piccola, giovanissima eroina dallo sguardo severo che, trecce al vento, a denti stretti combatte il “male”, proponendosi come vegana, muovendosi solo in bicicletta, rifiutando di viaggiare in aereo, di usare lo smartphone o altre tecnologie, di comprarsi vestiti per farsi bella, Greta non è più reale, è solo una immagine, ma scuote il mondo.

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Un grande abbraccio, Cristiano

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E’ scomparso Cristiano Toraldo di Francia. Ho lavorato con lui per oltre 20 anni nella stessa Facoltà di Architettura di Ascoli, condividendo principi, attività didattiche, seminari e ricerche, ma anche momenti di relax. Un architetto visionario, di avanguardia ieri nel Superstudio come oggi nell’Università; un docente di alto profilo che metteva sempre lo studente al primo posto; un amico disinteressato paziente e disponibile, veramente una bella, grande figura di uomo ed intellettuale.

Play video: 10 domande a Cristiano Toraldo di Francia

 

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LO STRADONE, una parte per il tutto

lo-stradoneLa sineddoche è una espressione retorica che nomina una parte per il tutto, ovvero descrive qualcosa che rimanda ad un insieme più ampio. È il caso dello “stradone”, ambientazione dell’omonimo romanzo di Francesco Pecoraro (Lo Stradone, Ponte delle Grazie, 2019). Lo stradone – così lo chiama Pecoraro – è una parte della città di Roma, Valle Aurelia, già Valle dell’Inferno, cresciuta tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso in un’area già occupata da un borghetto autocostruito e prima ancora da fornaci, attorno ad una arteria di grande viabilità urbana, che concentra in sé, temporalmente e spazialmente, le caratteristiche dell’intera città. O almeno di una estesa parte urbana che corrisponde a quella cresciuta a macchia d’olio attorno al centro di Roma, a seguito degli entusiasmi speculativi edilizi del miracolo economico italiano. Almeno così io l’ho intesa.

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Tutte le caratteristiche materiali di questa parte della Roma di oggi, il nastro stradale con sottopassi e ponti, le auto che corrono e quelle parcheggiate in doppia fila, i semafori, i parcheggi di scambio, le stazioni metro, un pezzo residuale di campagna tra le case, palazzine, intensivi e case popolari, i marciapiedi sporchi con i negozi più o meno pretenziosi e frequentati, i bar con i tavolini fuori; ma anche la fauna umana, le diverse tipologie culturali e anagrafiche, i modi di vivere e parlare, insomma tutto sembra muoversi come in una rappresentazione cinematografica a campo lungo di un qualsiasi pezzo della prima periferia romana abitata dal cosiddetto ceto medio. E tutto passa attraverso il tritacarne spietato di Francesco Pecoraro.

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(a colori la parte de Lo Stradone)

Ma non è solo questo il motivo per il quale, dopo averlo letto, mi piace riflettere un po’ su questo secondo romanzo di un architetto-scrittore che ho conosciuto appena di persona, ma che appartiene alla mia stessa generazione e formazione. Pecoraro ci parla di un settantenne immerso in una città vissuta come amica bruttina, ma al tempo stesso nemica fascinosa e della sua curiosità di capirne la storia e i misteri. Una città “non città” esito di una selvaggia speculazione edilizia, quindi indecifrabile e caotica, ma dalla quale non riesce a fuggire. Percorrendo lo stradone o prendendo un caffè al bar, si sofferma ad osservare l’umanità del “grande ripieno”, non più suddivisa in classi ma in strati, di cui il più spesso e confuso è proprio quello intermedio: un ceto che aspira a salire ma che quasi sempre è costretto a scendere. Il protagonista, in diversi momenti della sua vita, guarda le persona deformate nelle loro debolezze e ritualità, terrorizzato che possano somigliare a se stesso. In essi, a malincuore e con rabbia, ritrova la propria noia nel lavoro a tavolino, la pigrizia della pensione, il grottesco nell’abbigliamento, nelle parole e nelle movenze, gli entusiasmi spenti, il rimpianto per le occasioni perse, il cinismo consolatorio, l’amarezza per gli errori e l’angoscia di una vecchiaia incipiente. Poi, quasi si spaventa e ne prende le distanze con quell’inevitabile senso di superiorità che la sua collocazione intellettuale e borghese gli consente.

Una considerazione personale: leggere questo libro di Pecoraro oggi, ritrovarmi coetaneo dell’autore in molti degli stati d’animo, dei pensieri e delle visioni che descrive, mi ha riportato alle sensazioni che provavo tra gli anni Ottanta e Novanta assistendo ai film di Nanni Moretti. C’era già allora la crisi di identità della sinistra, il malessere della condizione borghese, l’ironia iconoclasta dell’intellettuale; ma essere ancora quarantenne allontanava il pessimismo e il processo di identificazione nel disagio si spegneva quando si accendevano le luci in sala. Lo Stradone invece mi fa vivere un disagio simile, ma senza conforto. Il grottesco porta i segni della vecchiaia, corda che risuona costante per l’intero romanzo.

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Solo mestizia e pessimismo, rabbia e fallimento? No, perché nel romanzo c’è un valore ricorrente che viene presentato come sigillo indelebile. E’ la memoria dell’origine di questo insediamento: montagne di creta, fornaci di mattoni e un villaggio popolato da una comunità di lavoratori. Sono i fornaciari, sfruttati così come ci raccontano i libri che parlano del lavoro in fabbrica nei primi del Novecento, ma animati dal desiderio di lotta e riscatto e dalla aspirazione ad un comunismo che l’inattesa visita del compagno Lenin gli mostra possibile. Tra adesione, rimpianto e speranza, l’uomo ripercorre la storia delle fornaci come ragione vera ed unica per cui non riesce a fuggire dallo stradone, quasi fosse in attesa di un miracoloso ritorno del passato. Un passato simbolicamente evocato, nelle ultime pagine del libro, dal rinnovato svettare tra strade, palazzine e supermercati dello Stradone di una antica ciminiera di fornace.

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Quando la realtà supera la retorica

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Secondo quanto spiegato da Nadine Labaki, regista del film Cafarnao – Premio della Giuria a Cannes 2018 – il piccolo interprete, Zain al-Rafeea, si trovava esattamente nella condizione in cui il film lo rappresenta. Siriano emigrato a Beirut con la sua numerosa famiglia, viveva realmente di stenti e pericoli quotidiani in una baraccopoli alla periferia della città, sino alla realizzazione del film, dopo il quale ha trovato pace emigrando in Svezia e imparando finalmente, superati i 13 anni, a leggere e scrivere.

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L’eccezionalità del film è proprio qui, nell’agire del piccolo protagonista che mantiene il nome di Zain, adolescente in un corpo ancora bambino, ma con il coraggio e la capacità di muoversi e decidere per se e per gli altri. Non trova conforto nei genitori, cinicamente brutali di fronte alle difficoltà di sopravvivenza, adora la sorella undicenne, si avvicina a chi soffre e subisce le sue stesse ingiustizie, protegge una bimba di un anno figlia di una somala immigrata clandestina, vendica la sorellina venduta in moglie ad un uomo adulto, finisce in prigione e, con un candore disarmante ma implacabile, accusa i genitori di averlo dato al mondo e Dio di non avergli dato la possibilità di diventare un uomo rispettato ed amato.

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Credo che l’abilità di un regista si misura sulla capacità di guidare gli attori. In questo caso bambini o, comunque, non professionisti. Nadine Labaki, libanese, regista, sceneggiatrice e attrice – Caramel (2007), E ora dove andiamo (2011) – in Cafarnao è insuperabile. Presumo abbia girato una grande quantità di scene rispetto al montato, lasciando che i piccoli interpreti agissero con spontaneità, guidandoli forse solo con un canovaccio di istruzioni.

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La regista, che nel film compare, con discrezione, nelle vesti di un avvocato, abbandonato il tono di leggerezza che aveva accompagnato le sue precedenti storie sulle donne arabe, ci fa esplodere nello stomaco una bomba di emozioni, ma anche un fuoco di speranze. E ci fa riflettere: l’amore per i figli non è quello di chi li produce come conigli, ma di chi è consapevole della enorme responsabilità genitoriale, anche nelle peggiori condizioni di vita; la fuga da una guerra è anche la fuga dalla povertà e viceversa; l’identità non è quella scritta su un documento, ma quella che ti pone dentro la realtà; la vendetta, per quanto giustificata da una etica semplificata o dalla legge del Corano, non paga, ma il giudizio sugli uomini e sui loro comportamenti lo può esprimere anche un bambino.

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Roma in Europa

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L’EUROPA DAL SATELLITE

L’immagine dell’Europa ripresa dal satellite di notte ci dice sostanzialmente 3 cose:

La prima è che la luce illumina in modo diverso gli stati e i territori, un indicatore non solo degli agglomerati urbani e della densità abitativa, ma anche delle attività produttive e quindi del benessere. La seconda cosa è che ci sono luci concentrate – quasi stelle – e luci diffuse linearmente o in forma di massa; nel primo caso corrispondono alle grandi metropoli (Londra, Parigi, Madrid, Roma, ecc…), nel secondo alle conurbazioni diffuse, un fenomeno chiamato sprawl (ad esempio Paesi Bassi, Pianura padana, Costa adriatica, Renania, Costa catalana, ecc…). Infine, la terza, che L’Italia per intensità di luci è una delle più intense per concentrazioni e diffusioni; non appare meno luminosa di Gran Bretagna, Francia, Germania, ecc… così nel bene e nel male, l’Italia ci appare dal punto di vista fisico perfettamente integrata nell’Europa, anzi una delle nazioni con il più alto tasso di “energia”. Voglio usare proprio questa parola – energia – sia nel senso negativo che positivo.

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Se poi allarghiamo lo sguardo del satellite per abbracciare l’intero pianeta terra, ci accorgiamo che l’Europa per densità di energia luminosa appare confrontabile con gli USA, e superiore alla Russia, all’India e all’insieme orientale Cina-Corea-Giappone affacciati sul Mar d’Oriente.

 

GUARDIAMO ROMA E IL SUO TERRITORIO

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Alcuni numeri su Roma Capitale: Superficie: 1.285 Kmq (pari ad un quadrato di lato circa Km. 36×36). Solo Londra in Europa ha una superficie maggiore (1.572 Kmq). Aree  protette e parchi pubblici: 415 Kmq, circa 1/3 della superficie comunale. Abitanti residenti: poco meno di 3 milioni

Dal 1870 in poi Roma non è stata amata dagli Italiani e dai suoi governi. Non ha mai avuto una legge che le garantisse l’interesse primario dello Stato con finanziamenti speciali e mirati. Solo in occasione di “grandi eventi” sono state erogate a Roma risorse pubbliche straordinarie, come per le olimpiadi del 1960, che comunque appesantirono il bilancio comunale, o per il Giubileo del 2000. Nel 2010 è stato riconosciuto formalmente a Roma anche lo status di ente territoriale “Roma Capitale”. Ma non è stato un reale passo avanti, perché l’autonomia è presto apparsa più formale che reale. La legge fissava una erogazione statale di 500 milioni di euro l’anno, come anticipazione vincolata ad un rigoroso piano di rientro. Anche oggi, appena si parla di un sostegno finanziario statale per la città capitale, sia scatenano proteste (a volte anche un vero “fuoco amico”), tutto si blocca e Roma resta abbandonata alla cattiva amministrazione e ai suoi debiti.

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Sembra incredibile che una città da oltre duemila anni cardine della civiltà occidentale, spesso caduta in disgrazia ma sempre risorta, celebrata per le sue incomparabili ricchezze storiche e monumentali, non possa essere al livello delle altre grandi metropoli europee. Guardiamo alla sua condizione fisica, quindi agli aspetti urbanistici e architettonici. Il degrado di Roma non dipende solo da cattiva amministrazione (oggi forse la peggiore di sempre), ma da una condizione strutturale: Roma non riesce ad essere moderna. Modernità è una parola scomoda, oggi spesso fraintesa. In termini generali la modernità è un concetto non assoluto, ma relativo al suo tempo. Provo a definirla così:

modernità è quell’insieme di atti contemporanei che si materializzano nel campo civile, sociale, letterario, scientifico ed artistico, i quali, senza entrare in conflitto con l’antico, riescono a depositarsi nella memoria collettiva. Ne consegue che la modernità è un concetto relativo, ogni valore del passato è stato, nel suo tempo, un fenomeno di modernità.

La modernizzazione per una città non è tanto quella di far funzionare meglio i servizi e realizzare edifici di buona qualità, ma quella che incide nella struttura stessa della città secondo una visione proiettata nel futuro. Cerchiamo di ritrovarla in alcune trasformazioni delle principali metropoli europee.

 

GUARDIAMO LE GRANDI CAPITALI D’EUROPA

009 Roma in EuropaAll’inizio del Novecento la fiducia per il progresso delle scienze e delle arti, quindi per la modernità, era altissima. Nonostante la tragedia della prima guerra mondiale, aveva preso corpo anche un nuovo modo di intendere l’urbanistica. Nel 1933 gli architetti più celebri, quasi tutti europei, che si riunivano periodicamente nei Congressi Internazionali di Architettura Moderna (CIAM), scrissero un manifesto – La Carta di Atene – che definiva i caratteri fondamentali della città moderna. La città moderna non sarebbe più stata costituita da case allineate lungo le strade e da piazze con edifici pubblici come era stata pensata per secoli; bensì suddivisa in zone monofunzionali (residenziali, lavorative, ricreative, a verde e sport, ecc…); la viabilità non sarebbe stata più su un unico livello, ma differenziata in quote diverse separando la circolazione pedonale da quella veicolare e da quella ferroviaria.

010 Roma in EuropaParla di questo un libro, scritto e pubblicato negli USA mentre in Europa infuriava la seconda guerra mondiale, che tutti dovrebbero leggere, anche chi non è esperto di architettura e città: si titola Spazio, Tempo, Architettura, l’autore si chiama Sigfried Giedion. E’ stato tradotto in italiano nel 1954 e più volte ristampato sempre con la stessa copertina che sovrappone alla reggia di Versailles uno snodo autostradale moderno. L’opera parla della modernità in campo architettonico ed urbanistico, senza vederla in contraddizione con l’antico.

Le grandi modernizzazioni urbane degli ultimi secoli prendono origine non solo dalla buona politica, ma anche da grandi eventi internazionali (Expo’, Olimpiadi, celebrazioni di regime, ecc…) e interessi immobiliari. Sarebbe antistorico non ammetterlo e non considerarne la finalità anche finanziaria. Citiamo alcuni esempi che hanno caratterizzato alcune capitali europee nel loro tempo ma anche nel loro futuro.

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Londra al di la della Brexit è la più europea delle città europee. Nella seconda metà del 1.700, la rivoluzione industriale aveva creato un affollamento demografico e condizioni di vita disumane per densità abitativa e igiene. Da allora la capitale della Gran Bretagna avviò una serie di interventi di trasformazione urbana, realizzando strade, piazze, circus e parchi che ne rinnovarono completamente l’impianto urbano e ne definirono il carattere di città capitale.

 

Ma Londra continua a trasformarsi ancora oggi. Alla fine del XX secolo l’intervento di recupero delle aree dismesse dei Docks sul Tamigi (Canary Wharf); poi la realizzazione del Queen Elizabeth II Olympic Park nell’area olimpica del 2012, poi destinato a residenze e verde pubblico; oggi la densificazione edilizia della City che evita l’occupazione di nuovo suolo e consente ulteriore slancio sia in termini di compattezza che di altezza.

 

Dal punto di vista architettonico ricordiamo il coraggioso intervento di ampliamento e modernizzazione del British Museum con la copertura del cortile e la Nuova Tate Gallery, ricavata dal recupero di una Centrale termoelettrica in disuso.

 

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Parigi è la città delle grandi modernizzazioni dell’epoca tardo barocca tra Seicento e Settecento, prima con regge e castelli, poi con i sistema di piazze stellari. L’ascesa di Napoleone I coincise con la costruzione di Rue del Rivoli ed opere monumentali come poli del rinnovamento urbano.026 Roma in Europa Ma la vera modernizzazione di Parigi è stata quella messa in atto da Napoleone III e dal barone Haussmann nella seconda metà dell’Ottocento aprendo grandi boulevard, regolamentando le facciate, attrezzando spazi verdi, migliotando l’arredo urbano, le fognature e la rete idrica i servizi pubblici. Parigi poi si è modernizzata ulteriormente nel dopoguerra, con la realizzazione del sistema Beauburgh – Les Halles – Bourse de commerce, il Parco della Villette dedicato alla cultura e alla scienza, la ristrutturazione del quartiere di Bercy realizzando il Ministero delle Finanze, il Parco e la Biblioteca Nazionale; e infine decentrando le grandi attività direzionali alla Defense.

 

 

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Berlino, dopo i trionfi imperiali lungo l’asse Unter den Linden – Tiergarten, il fallimento della “Grosse Berlin” hitleriana e la tragedia dei bombardamenti, aveva perso il suo centro storico. La sua modernizzazione fu avviata ad ovest, negli anni Ottanta, ancor prima della riunificazione, con un programma di ricostruzione residenziale affidato ai migliori architetti del mondo.

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Ma, caduto il muro, gli spazi vuoti che avevano segnato la separazione tra est ed ovest divennero oggetto di un complesso programma di ricostruzione che è culminato nella ristrutturazione di alcuni luoghi e piazze celebri, come la Potsdamer Platz e il Reichstag e nella realizzazione delle nuove strutture del Parlamento a ridosso dello Sprea. Oggi la Berlino moderna è tornata ad occupare il suo centro, recuperando i monumenti storici e cancellando le ferite della guerra.

 

Potrei continuare a ricordare recenti interventi di modernizzazione anche in altre grandi città europee, come Amburgo e Francoforte sempre in Germania, Vienna in Austria, Amsterdam e Rotterdam in Olanda, Madrid e Barcellona in Spagna, ecc… Ma Roma?

 

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ROMA METROPOLI EUROPEA?

Roma ha vissuto esperienze analoghe alle altre grandi capitali europee? In passato si!

A parte la Roma dell’Impero, quella dei papi visse una grande stagione di modernizzazione nella seconda metà del XVI secolo con il piano disegnato da Domenico Fontana per Sisto V che collegava con tracciati stradali rettilinei le basiliche. Fu un vero e proprio piano regolatore dello sviluppo futuro della città, tanto che nella Roma capitale d’Italia nei primi Piani regolatori del 1900 molti degli stessi assi furono assunti come criterio urbanistico per una ulteriore espansione urbana (Quartiere Esquilino – Piazza Vittorio – via Merulana, sino a San Giovanni e oltre le mura).

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A suo modo, con tutti i suoi limiti ed errori, e nonostante l’iniziale diffidenza di Mussolini, anche il Fascismo ha cercato di modernizzare Roma coinvolgendo grandi architetti italiani del tempo ed elevando la qualità delle infrastrutture e dei servizi. Ricordiamo la realizzazione della Città universitaria, del Foro Mussolini (oggi Foro Italico) e l’avvio dell’Esposizione Universale ’42, interrotta dalla guerra.

 

Nel dopoguerra la crescita della città è stata selvaggia aggredendo tutte le aree vuote con l’edilizia privata e l’abusivismo. Roma era diventata una città solo di case. In qualche modo i Giochi Olimpici del 1960 sono stati l’occasione per avviare un processo di modernizzazione, con opere pubbliche e di viabilità che ancora oggi costituiscono punti di forza della struttura urbana: il recupero dell’ex Foro Mussolini, oggi Foro Italico, divenuto grande parco sportivo della città; il completamento dell’ex E42 divenuto EUR; altri impianti sportivi di qualità e il Villaggio olimpico, gioiello dell’urbanistica moderna; la tangenziale est; il sistema di scorrimento Corso d’Italia/Muro torto. Negli anni seguenti è partito il grande piano dell’Edilizia economica e popolare (Legge n.167) che per molti anni ha risolto e calmierato il problema della casa.

 

Una modernizzazione particolare, che potremmo definire “immateriale e sociale”,  è stata quella avviata dai sindaci Argan e Petroselli e dall’assessore Nicolini tra gli anni Settanta e Ottanta con l’apertura della linea A della Metro e l’invenzione dell’”Estate romana”, accorciando il gap tra centro e periferie. L’amministrazione Rutelli aveva puntato su tre direttrici fondamentali: potenziamento della mobilità su rotaia (piano del ferro), in gran parte realizzato; interventi diffusi per la riqualificazione degli spazi pubblici in periferia attraverso la realizzazione del programma Centopiazze; promozione di opere pubbliche attraverso il dispositivo dei concorsi, proseguito poi da Veltroni. Le due amministrazioni realizzarono, tra l’altro, l’Auditorium, la nuova teca dell’Ara Pacis, il MAXXI e il Macro, la Stazione Tiburtina, il Ponte Ostiense e il Ponte della Musica e fecero partire il programma per il nuovo Centro Congressi all’EUR, oggi completato. Opere di prestigio ma che non sono riuscite a ricomporre un quadro generale di modernizzazione urbana.

 

Nella città che oggi viviamo un processo di modernizzazione non c’è, quasi Roma fosse prigioniera della sua storia e della sua bellezza. Per constatare il suo ritardo rispetto all’Europa basta mettere a confronto uno degli aspetti più significativi della modernità, la rete della metropolitana. Confrontando le relative mappe, contiamo a Roma due linee e mezzo a fronte delle 14 di Parigi, delle 17 di Londra, delle 25 di Berlino, ecc… e senza contare le linee ferroviarie extraurbane.

 

 

Roma sconta ancora oggi lo strapotere di costruttori spesso collusi con la politica e collegati al malaffare; ma non giova un ambientalismo puramente ideologico, contrario alla modernizzazione, orientato a non modificare lo stato di fatto, lasciando, così, campo libero alla speculazione. Roma è il luogo degli interessi contrapposti e dei veti incrociati. Molti degli interventi di modernizzazione urbana di cui abbiamo parlato a proposito delle capitali europee, come anche quelli della Roma umbertina, hanno consentito profitti ai costruttori, eppure hanno contribuito alla qualità della città. E’ sbagliato demonizzare l’intervento privato, è invece fondamentale avere la forza politica di gestirlo e regolarlo.

Come lo scrittore Paolo Di Paolo aveva scritto qualche mese fa in un bell’articolo su La Repubblica, “… Lo skyline della città eterna è un eterno fermo immagine […], sulla eternità del passato di Roma nessuno può avere dubbi; sulla sepoltura del suo futuro cominciamo ad averne troppi”.

Anche per questo Roma ha bisogno di avere l’Europa vicino.

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Napoli: selfie nel quartiere Traiano

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La Fondazione Cinema per Roma tra le attività a corollario della Festa del Cinema presenta un calendario di proiezioni al MAXXI, tra cui un ciclo di documentari chiamato “Extra doc festival”. Selfie di Agostino Ferrente è uno di questi, reduce dall’ultimo Festival di Berlino nella sezione Panorama. Il film non è una fiction ma neppure un documentario vero e proprio, più propriamente è una ricerca sperimentale sul linguaggio cinematografico.

La pratica della ripresa video in forma di selfie non è nuova. In Italia è applicata da tempo, settimanalmente, nel programma televisivo di Diego Bianchi Propagandalive, ma in questo caso si sposa perfettamente con l’idea del film. Ferrente ha pensato di descrivere le giornate estive di due ragazzi sedicenni che vivono nel quartiere Traiano a Napoli. Per farlo ha consegnato loro due iphone con lo stabilizzatore invitandoli a girare un film su loro stessi e gli amici: un videodiario ripreso quasi sempre con l’obiettivo anteriore, dietro ai quali la gente e il quartiere costituiscono la scena. Al tempo stesso il regista ha piazzato alcune gopro nelle strade e piazze, estraendone brevi clip che, come pagine fuori testo, scandiscono il tempo.

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Il film è un dichiarato controcampo dell’immagine standardizzata della Napoli-Gomorra. I due ragazzi, Alessandro e Pietro, rifiutano lo spaccio ampiamente praticato nel quartiere e non vogliono finire con la pistola in mano. Sono coetanei e amici di “uno di loro” ucciso nel 2014 da un carabiniere che lo aveva scambiato per un ricercato. La memoria dell’amico, Davide Bifolco, e del fratello morto d’infarto pochi giorni dopo la sentenza che assegnava un pena lievissima al carabiniere responsabile, costituisce un doloroso chiodo mentale che condiziona i loro pensieri. Hanno piena consapevolezza di una condizione di vita grama e difficile che mai gli consentirà di vivere nella città dei ricchi come Posillipo, perché servire i caffè in un bar o fare l’aiutante barbiere non li farà mai uscire dal quartiere Traiano. Ma non si vogliono sentire “emarginati” e non si arrendono. Non contraddicono le ragazzine che, interrogate sui loro sogni d’amore, dichiarano che, se il futuro sposo dovesse andare in prigione, poco male, lo aspetteranno anche per 10 anni purchè sia amore vero.

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Selfie non ci lascia seduti tranquilli in poltrona. Per più di un’ora ci porta in giro per il quartiere Traiano, lontano anche topograficamente dalla Gomorra di Scampia. Ci fa condividere le giornate di due sedicenni e dei loro amici, ce li mostra annoiati e sudati nell’afa estiva, ricordare l’amico morto, accudire una nonna depressa, preoccuparsi della dieta e cercare di abbronzarsi, dichiararsi fedeltà nell’amicizia. Ne usciamo storditi, ma abbiamo capito qualcosa di più sui giovani della periferia napoletana. Dicono che questo film sarà distribuito alle scuole, bene. Nel frattempo speriamo venga distribuito anche nelle sale di circuito.

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