Quando la realtà supera la retorica

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Secondo quanto spiegato da Nadine Labaki, regista del film Cafarnao – Premio della Giuria a Cannes 2018 – il piccolo interprete, Zain al-Rafeea, si trovava esattamente nella condizione in cui il film lo rappresenta. Siriano emigrato a Beirut con la sua numerosa famiglia, viveva realmente di stenti e pericoli quotidiani in una baraccopoli alla periferia della città, sino alla realizzazione del film, dopo il quale ha trovato pace emigrando in Svezia e imparando finalmente, superati i 13 anni, a leggere e scrivere.

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L’eccezionalità del film è proprio qui, nell’agire del piccolo protagonista che mantiene il nome di Zain, adolescente in un corpo ancora bambino, ma con il coraggio e la capacità di muoversi e decidere per se e per gli altri. Non trova conforto nei genitori, cinicamente brutali di fronte alle difficoltà di sopravvivenza, adora la sorella undicenne, si avvicina a chi soffre e subisce le sue stesse ingiustizie, protegge una bimba di un anno figlia di una somala immigrata clandestina, vendica la sorellina venduta in moglie ad un uomo adulto, finisce in prigione e, con un candore disarmante ma implacabile, accusa i genitori di averlo dato al mondo e Dio di non avergli dato la possibilità di diventare un uomo rispettato ed amato.

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Credo che l’abilità di un regista si misura sulla capacità di guidare gli attori. In questo caso bambini o, comunque, non professionisti. Nadine Labaki, libanese, regista, sceneggiatrice e attrice – Caramel (2007), E ora dove andiamo (2011) – in Cafarnao è insuperabile. Presumo abbia girato una grande quantità di scene rispetto al montato, lasciando che i piccoli interpreti agissero con spontaneità, guidandoli forse solo con un canovaccio di istruzioni.

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La regista, che nel film compare, con discrezione, nelle vesti di un avvocato, abbandonato il tono di leggerezza che aveva accompagnato le sue precedenti storie sulle donne arabe, ci fa esplodere nello stomaco una bomba di emozioni, ma anche un fuoco di speranze. E ci fa riflettere: l’amore per i figli non è quello di chi li produce come conigli, ma di chi è consapevole della enorme responsabilità genitoriale, anche nelle peggiori condizioni di vita; la fuga da una guerra è anche la fuga dalla povertà e viceversa; l’identità non è quella scritta su un documento, ma quella che ti pone dentro la realtà; la vendetta, per quanto giustificata da una etica semplificata o dalla legge del Corano, non paga, ma il giudizio sugli uomini e sui loro comportamenti lo può esprimere anche un bambino.

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Roma in Europa

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L’EUROPA DAL SATELLITE

L’immagine dell’Europa ripresa dal satellite di notte ci dice sostanzialmente 3 cose:

La prima è che la luce illumina in modo diverso gli stati e i territori, un indicatore non solo degli agglomerati urbani e della densità abitativa, ma anche delle attività produttive e quindi del benessere. La seconda cosa è che ci sono luci concentrate – quasi stelle – e luci diffuse linearmente o in forma di massa; nel primo caso corrispondono alle grandi metropoli (Londra, Parigi, Madrid, Roma, ecc…), nel secondo alle conurbazioni diffuse, un fenomeno chiamato sprawl (ad esempio Paesi Bassi, Pianura padana, Costa adriatica, Renania, Costa catalana, ecc…). Infine, la terza, che L’Italia per intensità di luci è una delle più intense per concentrazioni e diffusioni; non appare meno luminosa di Gran Bretagna, Francia, Germania, ecc… così nel bene e nel male, l’Italia ci appare dal punto di vista fisico perfettamente integrata nell’Europa, anzi una delle nazioni con il più alto tasso di “energia”. Voglio usare proprio questa parola – energia – sia nel senso negativo che positivo.

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Se poi allarghiamo lo sguardo del satellite per abbracciare l’intero pianeta terra, ci accorgiamo che l’Europa per densità di energia luminosa appare confrontabile con gli USA, e superiore alla Russia, all’India e all’insieme orientale Cina-Corea-Giappone affacciati sul Mar d’Oriente.

 

GUARDIAMO ROMA E IL SUO TERRITORIO

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Alcuni numeri su Roma Capitale: Superficie: 1.285 Kmq (pari ad un quadrato di lato circa Km. 36×36). Solo Londra in Europa ha una superficie maggiore (1.572 Kmq). Are protette e parchi pubblici: 415 Kmq, circa 1/3 della superficie comunale. Abitanti residenti: poco meno di 3 milioni

Dal 1870 in poi Roma non è stata amata dagli Italiani e dai suoi governi. Non ha mai avuto una legge che le garantisse l’interesse primario dello Stato con finanziamenti speciali e mirati. Solo in occasione di “grandi eventi” sono state erogate a Roma risorse pubbliche straordinarie, come per le olimpiadi del 1960, che comunque appesantirono il bilancio comunale, o per il Giubileo del 2000. Nel 2010 stato riconosciuto formalmente a Roma anche lo status di ente territoriale “Roma Capitale”. Ma non è stato un reale passo avanti, perché l’autonomia è presto apparsa più formale che reale. La legge fissava una erogazione statale di 500 milioni di euro l’anno, come anticipazione vincolata ad un rigoroso piano di rientro. Anche oggi, appena si parla di un sostegno finanziario statale per la città capitale, sia scatenano proteste (a volte anche un vero “fuoco amico”), tutto si blocca e Roma resta abbandonata alla cattiva amministrazione e ai suoi debiti.

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Sembra incredibile che una città da oltre duemila anni cardine della civiltà occidentale, spesso caduta in disgrazia ma sempre risorta, celebrata per le sue incomparabili ricchezze storiche e monumentali, non possa essere al livello delle altre grandi metropoli europee. Guardiamo alla sua condizione fisica, quindi agli aspetti urbanistici e architettonici. Il degrado di Roma non dipende solo da cattiva amministrazione (oggi forse la peggiore di sempre), ma da una condizione strutturale: Roma non riesce ad essere moderna. Modernità è una parola scomoda, oggi spesso fraintesa. In termini generali la modernità è un concetto non assoluto, ma relativo al suo tempo. Provo a definirla così:

modernità è quell’insieme di atti contemporanei che si materializzano nel campo civile, sociale, letterario, scientifico ed artistico, i quali, senza entrare in conflitto con l’antico, riescono a depositarsi nella memoria collettiva. Ne consegue che la modernità è un concetto relativo, ogni valore del passato è stato, nel suo tempo, un fenomeno di modernità.

La modernizzazione per una città non è tanto quella di far funzionare meglio i servizi e realizzare edifici di buona qualità, ma quella che incide nella struttura stessa della città secondo una visione proiettata nel futuro. Cerchiamo di ritrovarla in alcune trasformazioni delle principali metropoli europee.

 

GUARDIAMO LE GRANDI CAPITALI D’EUROPA

009 Roma in EuropaAll’inizio del Novecento la fiducia per il progresso delle scienze e delle arti, quindi per la modernità, era altissima. Nonostante la tragedia della prima guerra mondiale, aveva preso corpo anche un nuovo modo di intendere l’urbanistica. Nel 1933 gli architetti più celebri, quasi tutti europei, che si riunivano periodicamente nei Congressi Internazionali di Architettura Moderna (CIAM), scrissero un manifesto – La Carta di Atene – che definiva i caratteri fondamentali della città moderna. La città moderna non sarebbe più stata costituita da case allineate lungo le strade e da piazze con edifici pubblici come era stata pensata per secoli; bensì suddivisa in zone monofunzionali (residenziali, lavorative, ricreative, a verde e sport, ecc…); la viabilità non sarebbe stata più su un unico livello, ma differenziata in quote diverse separando la circolazione pedonale da quella veicolare e da quella ferroviaria.

010 Roma in EuropaParla di questo un libro, scritto e pubblicato negli USA mentre in Europa infuriava la seconda guerra mondiale, che tutti dovrebbero leggere, anche chi non è esperto di architettura e città: si titola Spazio, Tempo, Architettura, l’autore si chiama Sigfried Giedion. E’ stato tradotto in italiano nel 1954 e più volte ristampato sempre con la stessa copertina che sovrappone alla reggia di Versailles uno snodo autostradale moderno. L’opera parla della modernità in campo architettonico ed urbanistico, senza vederla in contraddizione con l’antico.

Le grandi modernizzazioni urbane degli ultimi secoli prendono origine non solo dalla buona politica, ma anche da grandi eventi internazionali (Expo’, Olimpiadi, celebrazioni di regime, ecc…) e interessi immobiliari. Sarebbe antistorico non ammetterlo e non considerarne la finalità anche finanziaria. Citiamo alcuni esempi che hanno caratterizzato alcune capitali europee nel loro tempo ma anche nel loro futuro.

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Londra al di la della Brexit è la più europea delle città europee. Nella seconda metà del 1.700, la rivoluzione industriale aveva creato un affollamento demografico e condizioni di vita disumane per densità abitativa e igiene. Da allora la capitale della Gran Bretagna avviò una serie di interventi di trasformazione urbana, realizzando strade, piazze, circus e parchi che ne rinnovarono completamente l’impianto urbano e ne definirono il carattere di città capitale.

Ma Londra continua a trasformarsi ancora oggi. Alla fine del XX secolo l’intervento di recupero delle aree dismesse dei Docks sul Tamigi (Canary Wharf); poi la realizzazione del Queen Elizabeth II Olympic Park nell’area olimpica del 2012, poi destinato a residenze e verde pubblico; oggi la densificazione edilizia della City che evita l’occupazione di nuovo suolo e consente ulteriore slancio sia in termini di compattezza che di altezza.

Dal punto di vista architettonico ricordiamo il coraggioso intervento di ampliamento e modernizzazione del British Museum con la copertura del cortile e la Nuova Tate Gallery, ricavata dal recupero di una Centrale termoelettrica in disuso.

 

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Parigi è la città delle grandi modernizzazioni dell’epoca tardo barocca tra Seicento e Settecento, prima con regge e castelli, poi con i sistema di piazze stellari. L’ascesa di Napoleone I coincise con la costruzione di Rue del Rivoli ed opere monumentali come poli del rinnovamento urbano.026 Roma in Europa Ma la vera modernizzazione di Parigi è stata quella messa in atto da Napoleone III e dal barone Haussmann nella seconda metà dell’Ottocento aprendo grandi boulevard, regolamentando le facciate, attrezzando spazi verdi, migliotando l’arredo urbano, le fognature e la rete idrica i servizi pubblici. Parigi poi si è modernizzata ulteriormente nel dopoguerra, con la realizzazione del sistema Beauburgh – Les Halles – Bourse de commerce, il Parco della Villette dedicato alla cultura e alla scienza, la ristrutturazione del quartiere di Bercy realizzando il Ministero delle Finanze, il Parco e la Biblioteca Nazionale; e infine decentrando le grandi attività direzionali alla Defense.

 

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Berlino, dopo i trionfi imperiali lungo l’asse Unter den Linden – Tiergarten, il fallimento della “Grosse Berlin” hitleriana e la tragedia dei bombardamenti, aveva perso il suo centro storico. La sua modernizzazione fu avviata ad ovest, negli anni Ottanta, ancor prima della riunificazione, con un programma di ricostruzione residenziale affidato ai migliori architetti del mondo.

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Ma, caduto il muro, gli spazi vuoti che avevano segnato la separazione tra est ed ovest divennero oggetto di un complesso programma di ricostruzione che è culminato nella ristrutturazione di alcuni luoghi e piazze celebri, come la Potsdamer Platz e il Reichstag e nella realizzazione delle nuove strutture del Parlamento a ridosso dello Sprea. Oggi la Berlino moderna è tornata ad occupare il suo centro, recuperando i monumenti storici e cancellando le ferite della guerra.

Potrei continuare a ricordare recenti interventi di modernizzazione anche in altre grandi città europee, come Amburgo e Francoforte sempre in Germania, Vienna in Austria, Amsterdam e Rotterdam in Olanda, Madrid e Barcellona in Spagna, ecc… Ma Roma?

 

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ROMA METROPOLI EUROPEA?

Roma ha vissuto esperienze analoghe alle altre grandi capitali europee? In passato si!

A parte la Roma dell’Impero, quella dei papi visse una grande stagione di modernizzazione nella seconda metà del XVI secolo con il piano disegnato da Domenico Fontana per Sisto V che collegava con tracciati stradali rettilinei le basiliche. Fu un vero e proprio piano regolatore dello sviluppo futuro della città, tanto che nella Roma capitale d’Italia nei primi Piani regolatori del 1900 molti degli stessi assi furono assunti come criterio urbanistico per una ulteriore espansione urbana (Quartiere Esquilino – Piazza Vittorio – via Merulana, sino a San Giovanni e oltre le mura).

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A suo modo, con tutti i suoi limiti ed errori, e nonostante l’iniziale diffidenza di Mussolini, anche il Fascismo ha cercato di modernizzare Roma coinvolgendo grandi architetti italiani del tempo ed elevando la qualità delle infrastrutture e dei servizi. Ricordiamo la realizzazione della Città universitaria, del Foro Mussolini (oggi Foro Italico) e l’avvio dell’Esposizione Universale ’42, interrotta dalla guerra.

Nel dopoguerra la crescita della città è stata selvaggia aggredendo tutte le aree vuote con l’edilizia privata e l’abusivismo. Roma era diventata una città solo di case. In qualche modo i Giochi Olimpici del 1960 sono stati l’occasione per avviare un processo di modernizzazione, con opere pubbliche e di viabilità che ancora oggi costituiscono punti di forza della struttura urbana: il recupero dell’ex Foro Mussolini, oggi Foro Italico, divenuto grande parco sportivo della città; il completamento dell’ex E42 divenuto EUR; altri impianti sportivi di qualità e il Villaggio olimpico, gioiello dell’urbanistica moderna; la tangenziale est; il sistema di scorrimento Corso d’Italia/Muro torto. Negli anni seguenti è partito il grande piano dell’Edilizia economica e popolare (Legge n.167) che per molti anni ha risolto e calmierato il problema della casa.

Una modernizzazione particolare, che potremmo definire “immateriale e sociale”,  è stata quella avviata dai sindaci Argan e Petroselli e dall’assessore Nicolini tra gli anni Settanta e Ottanta attraverso con l’apertura della linea A della Metro e l’invenzione dell’”Estate romana”, accorciando il gap tra centro e periferie. L’amministrazione Rutelli aveva puntato su tre direttrici fondamentali: potenziamento della mobilità su rotaia (piano del ferro), in gran parte realizzato; interventi diffusi per la riqualificazione degli spazi pubblici in periferia attraverso la realizzazione del programma Centopiazze; promozione di opere pubbliche attraverso il dispositivo dei concorsi, proseguito poi da Veltroni. Le due amministrazioni realizzarono, tra l’altro, l’Auditorium, la nuova teca dell’Ara Pacis, il MAXXI e il Macro, la Stazione Tiburtina, il Ponte Ostiense e il Ponte della Musica e fecero partire il programma per il nuovo Centro Congressi all’EUR, oggi completato. Opere di prestigio ma che non sono riuscite a ricomporre un quadro generale di modernizzazione urbana.

Nella città che oggi viviamo un processo di modernizzazione non c’è, quasi Roma fosse prigioniera della sua storia e della sua bellezza. Per constatare il suo ritardo rispetto all’Europa basta mettere a confronto uno degli aspetti più significativi della modernità, la rete della metropolitana. Confrontando le relative mappe, contiamo a Roma delle due linee e mezzo a fronte delle 14 di Parigi, delle 17 di Londra, delle 25 di Berlino, ecc… e senza contare le linee ferroviarie extraurbane.

Roma sconta ancora oggi lo strapotere di costruttori spesso collusi con la politica e collegati al malaffare; ma non giova un ambientalismo puramente ideologico, contrario alla modernizzazione, orientato a non modificare lo stato di fatto, lasciando, così, campo libero alla speculazione. Roma è il luogo degli interessi contrapposti e dei veti incrociati. Molti degli interventi di modernizzazione urbana di cui abbiamo parlato a proposito delle capitali europee, come anche quelli della Roma umbertina, hanno consentito profitti ai costruttori, eppure hanno contribuito alla qualità della città. E’ sbagliato demonizzare l’intervento privato, è invece fondamentale avere la forza politica di gestirlo e regolarlo.

Come lo scrittore Paolo Di Paolo aveva scritto qualche mese fa in un bell’articolo su La Repubblica, “… Lo skyline della città eterna è un eterno fermo immagine […], sulla eternità del passato di Roma nessuno può avere dubbi; sulla sepoltura del suo futuro cominciamo ad averne troppi”.

Anche per questo Roma ha bisogno di avere l’Europa vicino.

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Napoli: selfie nel quartiere Traiano

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La Fondazione Cinema per Roma tra le attività a corollario della Festa del Cinema presenta un calendario di proiezioni al MAXXI, tra cui un ciclo di documentari chiamato “Extra doc festival”. Selfie di Agostino Ferrente è uno di questi, reduce dall’ultimo Festival di Berlino nella sezione Panorama. Il film non è una fiction ma neppure un documentario vero e proprio, più propriamente è una ricerca sperimentale sul linguaggio cinematografico.

La pratica della ripresa video in forma di selfie non è nuova. In Italia è applicata da tempo, settimanalmente, nel programma televisivo di Diego Bianchi Propagandalive, ma in questo caso si sposa perfettamente con l’idea del film. Ferrente ha pensato di descrivere le giornate estive di due ragazzi sedicenni che vivono nel quartiere Traiano a Napoli. Per farlo ha consegnato loro due iphone con lo stabilizzatore invitandoli a girare un film su loro stessi e gli amici: un videodiario ripreso quasi sempre con l’obiettivo anteriore, dietro ai quali la gente e il quartiere costituiscono la scena. Al tempo stesso il regista ha piazzato alcune gopro nelle strade e piazze, estraendone brevi clip che, come pagine fuori testo, scandiscono il tempo.

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Il film è un dichiarato controcampo dell’immagine standardizzata della Napoli-Gomorra. I due ragazzi, Alessandro e Pietro, rifiutano lo spaccio ampiamente praticato nel quartiere e non vogliono finire con la pistola in mano. Sono coetanei e amici di “uno di loro” ucciso nel 2014 da un carabiniere che lo aveva scambiato per un ricercato. La memoria dell’amico, Davide Bifolco, e del fratello morto d’infarto pochi giorni dopo la sentenza che assegnava un pena lievissima al carabiniere responsabile, costituisce un doloroso chiodo mentale che condiziona i loro pensieri. Hanno piena consapevolezza di una condizione di vita grama e difficile che mai gli consentirà di vivere nella città dei ricchi come Posillipo, perché servire i caffè in un bar o fare l’aiutante barbiere non li farà mai uscire dal quartiere Traiano. Ma non si vogliono sentire “emarginati” e non si arrendono. Non contraddicono le ragazzine che, interrogate sui loro sogni d’amore, dichiarano che, se il futuro sposo dovesse andare in prigione, poco male, lo aspetteranno anche per 10 anni purchè sia amore vero.

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Selfie non ci lascia seduti tranquilli in poltrona. Per più di un’ora ci porta in giro per il quartiere Traiano, lontano anche topograficamente dalla Gomorra di Scampia. Ci fa condividere le giornate di due sedicenni e dei loro amici, ce li mostra annoiati e sudati nell’afa estiva, ricordare l’amico morto, accudire una nonna depressa, preoccuparsi della dieta e cercare di abbronzarsi, dichiararsi fedeltà nell’amicizia. Ne usciamo storditi, ma abbiamo capito qualcosa di più sui giovani della periferia napoletana. Dicono che questo film sarà distribuito alle scuole, bene. Nel frattempo speriamo venga distribuito anche nelle sale di circuito.

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Sinistra in frantumi, domande e risposte

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E’ passato un anno dalle elezioni politiche del 2018 che hanno segnato la disfatta della sinistra e consentito la formazione di un governo di coalizione tra populisti ed estrema destra. Naturalmente il primo responsabile è il partito più rappresentativo della sinistra per consensi e per storia, il Partito Democratico. Ma vorrei tornare su alcune di queste responsabilità, immaginando di rispondere alle domande che comunemente vengono poste.

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Renzi è stato il primo responsabile della discesa verticale dei consensi al Partito Democratico?

Vero, se consideriamo l’errore gravissimo di trasformare un referendum su riforme costituzionali ampiamente condivise in un referendum sulla propria persona come Presidente del Consiglio. Una presunzione che ha alterato le finalità stesse del referendum favorendo la formazione di una contraddittoria e ampia maggioranza oppositiva. Tanto più è vero se consideriamo la caratteriale invadenza ed insofferenza di Renzi per un dialogo interno al partito. Meno certe invece le sue responsabilità per quanto riguarda la conduzione del governo e di quello successivo di Gentiloni, se non per le ragioni che vediamo più avanti.

Il Partito Democratico non è stato capace di rinnovarsi? Oppure: il Partito Democratico si è rinnovato troppo?

Le due ipotesi si smentiscono reciprocamente: il rinnovamento dei quadri ad opera di Renzi c’è stato; il rinnovamento dei contenuti molto meno e comunque è stato alterato dalla formazione di un gruppo dirigente sottomesso al suo “capo”, estraneo all’incontro tra sinistra cattolica e sinistra socialista, che era la ragione prima della sua fondazione. La celebrazione della rottamazione è stato un pessimo esempio di rottura con un passato fatto non solo di persone ma anche di valori.

Il Partito Democratico, erede della tradizione del Partito Comunista Italiano, si è spostato a destra?

Le accuse di essere un “partito di destra” in genere provengono da persone o gruppi (arroccati su presunzioni ideologiche) che cercano spazi autonomi di consenso. In un momento storico in cui la sinistra in tutto il mondo è intrappolata nella revisione dei propri indirizzi ideologici, assistendo inerte a movimenti e partiti che sfuggono ad una collocazione precisa tra sinistra e destra, sembra difficile definire quanto questo partito abbia perso della sua tradizione. D’altra parte una “sinistra di governo” deve fare i conti con le contraddizioni di un sistema economico fondato sul liberismo della produzione e del mercato e per rilanciare il lavoro deve puntare sugli incentivi alle imprese. Certamente in questo campo il Partito Democratico è stato costretto a passi falsi che ne hanno penalizzato il consenso.

Il Partito Democratico, dopo 5 anni di governo non ha fatto autocritica?

E’ solo parzialmente vero. Seppure in modo individuale e con accenti diversi, l’ammissione degli errori c’è stata. Le considerazioni degli esponenti del partito sono tutte riconducibili alla mancata opportunità offerta dalla ripresa economica per restituire fiducia ad un paese da anni oppresso da una crisi durissima. La forbice delle diseguaglianze era cresciuta insieme alla disoccupazione, i provvedimenti in favore del lavoro e della povertà erano stati insufficienti e frenati dal necessario contenimento della spesa pubblica. Già prima delle elezioni politiche, la sottovalutazione del malessere nei territori periferici (in senso ampio) aveva determinato sconfitte elettorali a scala regionale e comunale, che non furono percepite come grave campanello di allarme.

Il Partito Democratico doveva accettare la proposta del M5S di un accordo di governo?

Qui le opinioni restano diverse. Chi sostiene che il PD doveva acconsentire all’accordo di governo ha ragione per quanto riguarda la conservazione di alcuni valori relativi ad immigrazione ed accoglienza che Salvini al governo sta distruggendo, ma proviamo a immaginare un “contratto di governo” con il M5S, partito largamente maggioritario: a parte i provvedimenti tecnici e di routine, il PD avrebbe dovuto accettare un reddito di inclusione trasformato in reddito di cittadinanza che costava 7 miliardi, la cancellazione della legge Fornero che andava contro il patto europeo sul contenimento della spesa pubblica, i condoni promessi dai 5 stelle ai propri elettori. Il Pd al contrario avrebbe chiesto, nei limiti di bilancio, provvedimenti per le imprese ed il lavoro, investimenti sulle infrastrutture (comprese TAP e TAV), razionalizzazione delle strutture per l’accoglienza e lo “Ius soli”. Sarebbe stato facile l’accordo? Io penso di no. Inoltre, partecipare ad un governo caratterizzato dagli impulsi sovranisti e dalla logica giustizialista del M5S, avrebbe non solo diviso, ma aperto un solco insanabile con la stessa sinistra radicale che oggi accusa il PD del mancato accordo. Questo senza considerare le gravissime incompetenze riscontrate oggi negli esponenti grillini nominati ministri. Immaginate cosa si sarebbe scatenato contro il Partito Democratico dopo alcune video-sceneggiate (ad esempio quella di Bonafede per l’arresto di Cesare Battisti). E anche ammettendo che l’accordo M5S-PD fosse stato possibile, si sarebbe formata in opposizione una destra, stavolta con Berlusconi e Meloni dietro a Salvini, ancora più accanita nella sua propaganda per l’odio contro lo straniero, l’insofferenza per la Unità Europea, la simpatia per Putin e i paesi di Visegrad. Una destra ancora più forte per consensi elettorali.

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Ma allarghiamo il campo e guardiamo a sinistra oltre il Partito Democratico. Liberi e Uguali era un piccolo partito (in realtà una lista elettorale) nato dalla fusione tra i fuoriusciti del Partito Democratico in conflitto personale con Renzi e la Sinistra Italiana di Fratoianni.

 L’esito elettorale di LeU è stato altrettanto negativo di quello del Partito Democratico. Tanto che non si è più trasformata in partito. Perché?

Convinti che la numerosità dei consensi dei singoli raggruppamenti potesse non solo sommarsi ma generarne altri, sono stati coinvolti personaggi di valore istituzionale ma poco accreditati nel consenso popolare. Ma soprattutto, per attrarre gli elettori di sinistra, Liberi e Uguali ha messo in atto una strategia elettorale che aveva come principale bersaglio proprio il Partito Democratico. Il risultato è stato quello di attrarre molto poco e di trasformare il dissenso verso il PD nel consenso al M5S, contribuendo al suo successo elettorale.

E’ mancato a Liberi e Uguali un coerente indirizzo politico, come sostengono molti suoi simpatizzanti?

Anche qui, vero in parte. Vero se si considera la non risolta compatibilità tra i fuoriusciti dal PD che erano stati i protagonisti della esperienza di centrosinistra nei lunghi anni di competizioni elettorali contro Berlusconi, e il gruppo di Sinistra Italiana che aveva invece le sue radici nella Rifondazione Comunista di Bertinotti. E’ invece meno vero, se si tiene conto del peso irrilevante che le ideologie dei partiti oggi hanno su un corpo elettorale sempre più in balia di emozioni viscerali e transitorie.

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E infatti, proprio a partire da queste emozioni, forze giovanili fortemente motivate dal punto di vista ideologico, provenienti da centri sociali, gruppi della sinistra antagonista e formazioni neomarxiste, si sono aggregate attorno ad un’altra lista elettorale, chiamata Potere al Popolo. Ma la sua consistenza nelle elezioni politiche è stata minima e non hanno raggiunto il quorum.

Potere al Popolo può rappresentare una alternativa reale della sinistra nell’attuale panorama politico?

Non credo proprio, anche se nei sondaggi elettorali di questi mesi appare in grado di attrarre consensi dal fallimento del progetto politico di LeU. Questo piccolo e velleitario partito, che si ispira ancora al marxismo, mi ricorda l’esperienza di Democrazia Proletaria nato sull’onda dei movimenti giovanili dei primi anni Settanta (Manifesto, Lotta Continua, Avanguardia Operaia), con una forte carica antagonista rispetto al Partito Comunista Italiano. Democrazia Proletaria, nonostante contasse sull’appoggio di un giornale importante come il Manifesto, restò ai margini delle battaglie politiche di allora, poi si dissolse.

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Ma torniamo all’incipit di questa riflessione. C’è un consenso largamente maggioritario degli Italiani nei confronti di un populismo dai due volti, uno, vittorioso alle elezioni del 2018, che ostenta intenzioni che potremmo anche definire di sinistra sociale, l’altro vittorioso negli attuali sondaggi, che invece mostra ferocia da destra estrema. Entrambe le componenti sono ossessionate dal mantenimento del consenso popolare e su questa misurano le loro intenzioni di governo, ponendosi in competizione tra loro. La prima però è perdente rispetto alla seconda, che ormai è diventata egemone. Questa situazione, con l’aggiunta di impreparazione e incompetenza politica, sta causando decadimento etico, economico e culturale. Per molto meno negli ultimi decenni del XX secolo ci sarebbero state centinaia di migliaia di persone in piazza. Oggi invece la maggioranza degli Italiani li vota e, secondo i sondaggi, continuerà a votarli. E allora ci poniamo ancora due domande.

Quale è la forza del populismo giallo-verde che ci governa?

Su questo, personalmente – ma ormai lo dicono i tanti – non ho dubbi. La loro forza è nell’avere capito molto presto che gli strumenti di lotta politica stavano cambiando. Non è vero che il Movimento 5 stelle e la Lega vincono perché sono tra la gente. Tra la gente ci vanno dopo, per raccogliere tutto quello che seminano nella propaganda digitale che diffondono mistificando con tutti i mezzi e su tutti i temi in cui i consensi sono più immediati. Non è un caso che, a parte poche testate (essenzialmente Il Fatto Quotidiano da una parte e La Verità dall’altra), non utilizzano la carta stampata, anzi, combattono i quotidiani considerandoli strumenti delle elite. Un tweet raduna migliaia di persone in più di un articolo di giornale, un gruppo Facebook è partecipato da molti più lettori abituali. L’informazione digitale assume un concetto semplice e lo diffonde in tempo reale; la comunicazione social rende i protagonisti della politica molto più vicini all’elettore di una intervista in televisione. Ogni attivista o simpatizzante può diventare l’avatar del personaggio politico: 100, 1.000, 10.000 replicanti del leader in tempo reale. Ogni libero cittadino può diventare protagonista della informazione/comunicazione saltando quella ufficiale. Se poi il tuo avversario politico si trova accusato di vere o presunte inadempienze verso la legge, allora questi dispositivi di comunicazione diventano micidiali perché si arricchiscono di spunti o fake news che certificano le colpe indipendentemente dalla giustizia reale. Una macchina che, sebbene abbia l’espressione più tecnologica nella piattaforma Rousseau, può funzionare anche con una equipe di una decina di persone. Sbaglia chi  usa lo strumento per lunghi monologhi, perché si ottiene molto di più addentando una salsiccia o mostrando momenti della propria intimità. Cinquestelle e Lega hanno avviato magistralmente da anni questi sistemi di propaganda, combattendo con successo i governi di centrosinistra e vincendo così le ultime consultazioni elettorali. Il Partito Democratico e la sinistra in genere è in ritardo rispetto a queste pratiche, con i circoli che organizzano ancora presidi, gazebi o volantinaggi in strada, sempre appassionati ma poco efficaci.

Ma, concludendo, quale è la causa più significativa della mancanza di una opposizione di sinistra?

Anche qui non ho dubbi: è la divisione e litigiosità tra le sue diverse componenti. Per carità, niente di nuovo, perché da sempre movimenti e partiti di sinistra si sono scontrati per affermare la propria egemonia. Anzi la pratica della “egemonia” – in senso marxista, ma soprattutto gramsciano – fa derivare dalla analisi della realtà la costruzione di un pensiero che si deve politicamente consolidare in un blocco sociale. Essendo l’analisi un processo intellettuale soggettivo, è conseguente al patrimonio di idee (ideologia) di chi la svolge. Quindi le ricadute possono essere diverse, come diverse le forme dell’agire politico. Lungi dal volere entrare in questioni complesse di ordine più filosofico che politico, va rilevato il paradosso secondo il quale il tramonto della ideologia marxista, causato dalla trasformazione dei processi di produzione della ricchezza, invece di rendere più facile la costruzione di un pensiero socialista e democratico condiviso, ha disperso non tanto le analisi della realtà quanto l’agire politico. In sostanza voglio dire questo: partiti, movimenti e gruppi di sinistra, da quelli socialdemocratici a quelli più estremi, in linea generale concordano sulla lettura delle principali contraddizioni dell’economia globale, ma non trovando più la classe sociale nella quale identificare la forza oppositiva per un rivolgimento sociale, si aprono a prassi anche molto diverse tra loro, dal riformismo alla ribellione. Tutto questo nel senso ancora nobile della questione. Ma se si aggiungono rivalse personali (la rottamazione di Renzi e l’ira degli esclusi), pregiudizi sulle persone, schemi o rigidità ideologiche, presunzioni sul tasso di sinistra delle persone, allora restano solo frantumi non ricomponibili.

Frantumi

E ritorna la storica domanda: che fare?

La scadenza elettorale europea potrebbe essere l’occasione per la costruzione di una larga alleanza fondata sulla memoria storica della democrazia e del socialismo europeo, spinta verso un riformismo che sappia ridefinire il concetto di “progresso” e di “modernità” e rendere il cambiamento sostenibile nel mondo del lavoro. Questa alleanza dovrebbe confluire nel gruppo del Partito Socialista Europeo. I partiti europei che vi aderiscono, però, dovrebbero unificare alcuni paradigmi fondamentali delle loro finalità politiche in almeno quattro campi: lo statuto dei lavoratori; il sistema fiscale; i diritti civili; i fenomeni migratori. Si andrebbe così a costituire non un semplice gruppo parlamentare, ma un embrione di quell’Europa alla quale per anni, dal trattato fondativo di Roma a quello di Maastricht, avevamo creduto e che, come punto di arrivo, avrebbe dovuto aspirare ad una reale unificazione politica.

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NON-ÉLITE vs ÉLITE

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Ha fatto molto discutere, pochi mesi dopo l’uscita del suo libro The Game, un articolo di Alessandro Baricco dal titolo E ora le élite si mettano in gioco, pubblicato sulle pagine de La Repubblica il recente 11 gennaio. Si è aperto un ampio dibattito cui hanno partecipato, giornalisti, scrittori, lettori. Proverò a scrivere anch’io qualcosa in proposito, parlandone e commentandolo.

La definizione di élite è argomento scivoloso perché contiene due significati almeno in parte contrapposti: uno positivo in quanto riconosce, nel raggruppamento di individui cui è riferito, una distinzione di autorevolezza e merito che comporta una assunzione di responsabilità; l’altro, conseguente a questo, che ne evidenzia la posizione di privilegio, con più onori che oneri. Ne consegue che, pure essendolo, spesso le élite preferiscono negare di esserlo. Inoltre le élite in genere non sono tali a tutto-campo, nel senso che il merito e la condizione di privilegio, quindi il potere che ne deriva, è circoscritto ad uno specifico ambito che di volta in volta può essere la politica, la cultura, la professione, il commercio, lo spettacolo, lo sport, ecc…

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Ovviamente le élite sono minoranza e il resto – la gente – è maggioranza. Pensiero comune è che la gente nei confronti delle élite soffra più di frustrazione che di ammirazione. Questo disagio si trasforma in opposizione o conflitto quando il privilegio della élite supera un certo limite oppure quando la élite sbaglia o crea problemi. L’aggregazione di più élite può diventare una somma di privilegi ancora più forte e allora il termine di identificazione diventa “la casta”. Parola oggi molto in voga in un certo ambito di comunicazione politico-giornalistica.

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Baricco parte da qui, dalla contrapposizione tra élite e tutti gli altri, ovvero tra élite e nonélite. Questa condizione senza mediazione tra due uniche parti in causa viene considerata universalmente, ma con attenzione alle ricadute sulla situazione italiana. In sostanza, secondo la semplificazione dello scrittore, una minoranza compatta, chiusa su se stessa e in possesso di tutti gli strumenti culturali e politici ha governato a lungo in virtù del consenso e della delega di una maggioranza disgregata e consapevole dei suoi limiti. Ma ha commesso errori, troppi, e ad un certo punto il patto è saltato e la nonélite ha tolto la delega alla minoranza élite. Baricco spiega le ragioni della rottura del patto e ne illustra le conseguenze. Infine, con un salto che sorprende il lettore, spiega che senza cultura il fallimento del tentativo insurrezionale è inevitabile. Così lo scritto si conclude con la speranza che intervenga una élite rigenerata dalla padronanza dei mezzi di comunicazione digitale, affidata alle intelligenze del Game, consapevole degli errori fatti e animata dalla volontà di ritrovare una deriva di giustizia ed eguaglianza.

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Cerco di commentare lo scritto nel dettaglio a partire dalla definizione di élite, che per Baricco sostanzialmente coincide con l’intero mondo delle professioni, dei dirigenti di azienda, dei politici, dei giornalisti, degli scienziati, dei ricercatori, degli artisti, dei preti, insomma delle persone che hanno studiato, sono impegnati nel sociale, sostengono il merito e la cultura, sono equilibrati, ragionevoli e amano il loro paese, ecc… Bene, come quasi tutti i lettori dello scritto, mi sarei immediatamente riconosciuto in questa élite se Baricco non avesse poi aggiunto che i componenti la élite sono anche ricchi e potenti, sono di destra e di sinistra e ciechi davanti alle ingiustizie che tengono in piedi. Colgo qui un eccesso di approssimazione, forse dovuto a quel male endemico che colpisce l’intellettuale di successo: il complesso di colpa.

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Gli risponde indirettamente il filosofo Emanuele Coccia, intervistato (sempre su La Repubblica) da Paolo Di Paolo: “le élite odierne non sono vere élite, non riescono a guidare nulla. Non sono ai posti di comando dello Stato né dell’economia. Si tratta di gruppi sociali o aggregazioni culturali eteroclite, spaventate e indebolite da cambiamenti di cui nessuno, in questo momento, è in grado di misurare la portata…”.

Ed è vero. Il grande cambiamento che si è verificato in questi ultimi venti anni poggia su due fenomeni globali: la progressiva caduta della supremazia economica dell’occidente e la rivoluzione digitale. Fenomeni che non si sono ancora conclusi, ma che hanno portato alla più pesante crisi economica dei tempi moderni e alla radicale modifica del mercato del lavoro, con la prospettiva di cicli endemici di recessione almeno in Europa e del consolidamento della egemonia dei paesi asiatici. All’economia di produzione e di scambio si è sostituita la speculazione finanziaria, agile a muoversi nelle instabilità economiche e nei debiti sovrani, mentre la rivoluzione digitale e la conseguente automazione industriale impongono nuovi investimenti e professioni che non tutti i paesi sono in grado di avviare tempestivamente. Il risultato è l’aumento delle ingiustizie sociali con una forbice ancora più aperta tra ricchezza e povertà. Nel mondo innanzi tutto, ma anche nei singoli paesi delle democrazie occidentali.

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Ma torniamo alla parte più stimolante e condivisibile dell’articolo di Baricco. La nonélite, che aveva sempre accettato la supremazia della élite (intesa nella accezione più generale e inclusiva) e le aveva in qualche modo lasciato privilegi e perdonato errori sperando in una migliore qualità della vita, cadute le illusioni e soffrendo nuove rinunce, si è sentita truffata. Ha ritenuto fosse non solo responsabile dei propri guai, ma anche astuta nel difendere o incrementare i propri privilegi. In una sorta di rivoluzione estrema ma incruenta (almeno in Italia) la nonélite ha mandato in frantumi il patto di fiducia con la élite, distruggendo tutti i valori che lo avevano tenuto in essere, innanzi tutto quello culturale. L’arma dell’insurrezione, semplice ma letale, è stato il device digitale. Con gli smartphone è stato possibile accedere a tutte le informazioni senza il filtro dei grandi organi di stampa, comunicare con chiunque senza soggezione, dichiarare anche brutalmente la propria rabbia, esporre valori e desideri individuali. In più, con pochi tocchi di mouse del computer, è possibile accedere ad informazioni un tempo nascoste nei misteri del sapere tecnico-scientifico. Come scrive Ezio Mauro (sempre su La Repubblica) “ognuno si sente autorizzato a pensare per sé, sciolto dai vincoli del sociale, libero non in quanto capace di esprimere al massimo le sue facoltà e i suoi diritti, ma in quanto liberato da ogni obbligazione di comunità nei confronti degli altri”. Tutto questo al momento del voto si è tradotto in un no strillato contro ogni sapere consolidato, in una furia iconoclasta contro tutto e contro tutti, azzerando anche le divisioni politiche storiche e le tradizioni della democrazia. Vince chi convince di non essere élite. Almeno in apparenza.

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L’Unione Europea di questi anni, prosegue Baricco, è stata l’espressione massima della élite internazionale, che, trovatasi sotto attacco, si è irrigidita sulle proprie certezze e non ha capito le tre ragioni della insurrezione: la prima nella mancanza di giustizia sociale e distribuzione della ricchezza; la seconda nel pensiero unico continuamente riproposto, there is No Alternative – precisa lo scrittore – che era la sostanza dei ragionamenti che partivano dai suoi vertici; la terza nella incapacità di capire la rivoluzione digitale, avviata dall’élite come business senza rendersi conto che stava allevando la sua peggiore nemica.

Nella parte conclusiva, Baricco cerca di capire cosa è accaduto o può accadere da quando la nonélite ha deciso di fare da sola. E qui il ragionamento si ribalta, passando dalla narrazione di una rivolta ampiamente motivata alla previsione del suo fallimento. L’errore della nonélite è quello di negare il valore della conoscenza. Aperta la breccia nel campo opposto, la nonélite si è fermata ad un modo di pensare elementare, sospeso tra “urlo da mercato e slogan pubblicitario”. Più brucia anni di civiltà, più si fa del male, “… perché – scrive Baricco – il mito di un accosto diretto, puro e vergine alle cose, opposto all’andatura decadente, complicata ed anche un po’ narcisistica della riflessione colta, è una creatura fantastica che ci abbiamo messo secoli a smascherare: recuperarla sarebbe da dementi…”. Insomma tra élite e nonélite non vince nessuno e la disfatta è totale.

La caduta pessimista sembrerebbe assoluta se l’articolo non si concludesse con uno sguardo positivo di speranza per la formazione di una nuova élite – una élite pentita e digitale? – che dovrebbe unificare (un po’ ingenuamente a mio avviso) i caratteri delle due parti che si contendono il potere. Allora l’invito è di mettersi al lavoro per ridistribuire la ricchezza e creare equità sociale, buttare via il PIL e sostituirlo con altri parametri di crescita, ridefinire i concetti di progresso e sviluppo, superare il pensiero unico; ma anche tornare a fidarsi di coloro che sanno, investire nella cultura e nella formazione, sviluppare l’accoglienza e accettare le immigrazioni, applicare meritocrazie senza umiliare chi non arriva primo, non esprimere mai disprezzo né risentimento. Insomma pensare e riflettere.

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Seppure nella oscillazione di pensieri che riflette le contraddizioni di un tema difficile, lo scritto di Baricco è acuto e stimolante. Ma ci sono alcune cose che sulle quali dissento. Ho già anticipato la forte semplificazione che esclude posizioni intermedie tra élite e nonélite. Faccio mio lo slogan più volte citato there is No Alternative, con un significato più ampio: se come ipotesi viene assunto lo scontro tra sole due parti in causa e di entrambe le parti si segnalano pochi meriti e molte colpe, è inevitabile che non ci siano alternative se non la disfatta totale oppure una sorta di mediazione che annulla il conflitto. E questo mi sembra abbastanza irreale. In realtà le parti che si scontrano non sono solo due e la realtà è più complessa. Come si fa a non riconoscere l’esistenza di un campo sociale, forse sfumato tra élite e nonélite, ma riconoscibile come portatore di istanze che poi sono quelle che Baricco elenca alla fine del suo scritto? Come si fa a non vedere come la figura dell’intellettuale oggi non sia più quella novecentesca forgiata sulle certezze del XIX secolo, aperta alla fiducia per la modernità, poi tradita da uno sviluppo insostenibile e un falso progresso? Il benessere concesso all’insegnante, allo studioso, al ricercatore scientifico, al giornalista, all’artista forse è ricchezza e potere? Costoro sono élite o nonèlite? Certamente è una media borghesia (se ha senso usare ancora questo termine) minoritaria, disomogenea e contraddittoria (insieme a loro tanti altri: professionisti, piccoli imprenditori, giovani disoccupati, ecc…), ma che non urla e non ragiona per slogan, ma vomita quando vede una nave di profughi senza un porto o quando sente un ministro dire che un latitante arrestato deve marcire in galera. E se parla di fake news, populismo e pericolo fascista non è – come sostiene Baricco – perché vuole etichettare la nonélite che insorge, ma perché il pericolo esiste ed è davanti a noi.

Insomma penso che esistano parti civili (più che sociali) che forse sono le vere vittime dello scontro tra elite e nonélite e che non hanno rappresentanza né fuori né dentro la comunicazione digitale. Costoro da una parte hanno pochi privilegi (la cultura o il lavoro che nasce dallo studio, dalla ricerca e dal merito non è un privilegio), dall’altra la consapevolezza di contraddizioni planetarie che non trovano risposte. Nell’ultima colonna del suo scritto Baricco scrive che occorre “smetterla di dare alla politica tutta l’importanza che le diamo: non passa da lì la nostra felicità”. Non capisco cosa lo scrittore intenda per “politica”, ma non accetto questa affermazione, anzi la ritengo offensiva per chi è ben consapevole come ogni atto del nostro agire civile sia un atto politico. Forse la felicità non passa dalla politica, ma l’agire politico la può anche costruire lentamente giorno dopo giorno.

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Le due utopie del Novecento

nel film Capri-Revolution

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Non amo particolarmente i film di Mario Martone, soprattutto gli ultimi, Noi credevamo (2010) e Il Giovane Favoloso (2014), nei quali l’abile “teatralità” del regista napoletano sconfina nell’oleografico e nel retorico, ma ne apprezzo il rigore storico e la professionalità di scrittura e realizzazione, cui si aggiunge una alta qualità delle interpretazioni, della fotografia, del montaggio e della musica.

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E’ il caso anche di Capri-Revolution, in cui Martone, ispirandosi ad una comune dei primi del Novecento guidata dal pittore tedesco Karl Diefenback, precursore di naturismo, animalismo e pacifismo, che si insediò per alcuni anni a Capri, racconta di una giovane capraia che, affascinata dalle trasgressioni di una gruppo di giovani musicisti e danzatori arrivati dal Nord Europa nell’isola, decide di abbandonare il suo stato di contadina per integrarsi nella insolita comunità. Questo “salto di qualità” le consente di apprezzare anche il lavoro del medico condotto, che esercita nell’isola con la stessa passione con la quale manifesta il suo impegno di militante socialista.

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In molti suoi film e soprattutto in quelli di ambientazione storica, Mario Martone, al di là della storia in sé, fa emergere significati meno letterali e più ampi. In Capri-Revolution questo aspetto è più evidente e riscatta la narrazione a volte scontata e l’agire stereotipato dei personaggi. Così è possibile rileggere il film come una rappresentazione della dialettica tra le due grandi utopie del Novecento: quella materialista, costruita sui principi del socialismo, animata dalla fiducia per la modernità e la scienza, e quella libertaria, spirituale ma non religiosa, cultrice delle arti, antiborghese ma pacifista. La prima si incarna nella figura del medico condotto che ospita rivoluzionari russi pronti a combattere per il socialismo; la seconda nella figura del pittore, guida spirituale della comune.

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La parte più suggestiva del film è proprio la discussione tra il medico e il pittore, che esprimono due visioni del mondo, diverse ma non contraddittorie. Il primo crede nella collettività, nel sociale, nella lotta sino alla guerra; il secondo nella natura, nella pratica artistica, nell’amore libero e nella pace. Entrambe le visioni sono eredi dell’Ottocento, la prima del marxismo, la seconda del tardo romanticismo, ma entrambe ne segnano il superamento: la prima perché spoglia la ragione illuminista della sua componente concettuale restituendola alla materialità del sociale; la seconda perché decanta la spiritualità visionaria nell’agire individuale.

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Queste due grandi utopie hanno caratterizzato dapprima la potenza, poi la decadenza del XX secolo: da una parte il socialismo fondato sull’internazionalismo rivoluzionario, sfumato nella democrazia, quindi incrinato dal globalismo; dall’altra il diritto civile pensato per l’uguaglianza e la solidarietà, poi disarticolato nelle contraddizioni planetarie tra ricchezza e povertà. Hanno resistito a due guerre mondiali e si sono incontrate in alcuni momenti topici, come la costituzione dell’ONU, la caduta della cortina di ferro, la formazione dell’Europa Unita. Ma alla transizione del millennio rischiano di crollare sotto l’onda d’urto di uno sviluppo insostenibile, che trasforma il progresso tecnologico e la fiducia per la scienza in paura per il futuro e indifferenza alla conoscenza.

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Italiani confusi, o anche più cattivi?

(suggestioni dal film Santiago, Italia)

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In questi mesi difficili nei quali si è costituito un governo per “contratto” tra due partiti diversi, ma uniti per difendere il consenso dei propri elettori strappato con promesse scellerate, a fronte del quale non sembra esistere più una opposizione di sinistra, abbiamo ripensato ai “girotondi” dei primi anni Duemila. Allora, insieme ad altri intellettuali, artisti, magistrati, docenti e studenti, c’era anche Nanni Moretti e il grido “D’Alema dicci qualcosa di sinistra!” risuonava forte. Oggi, forse, sta nascendo qualcosa di simile: le manifestazioni in piazza contro i sindaci grillini di Roma e Torino da una parte, i cortei della sinistra radicale ed antagonista contro Salvini dall’altra. Ma è un popolo disperso e confuso sia a livello di slogan che di intenzioni politiche: i “Si-TAV” da una parte, i No-TAV dall’altra, come anche i “Si” e i “No” che hanno diviso i Romani sul referendum ATAC, ne sono l’esempio lampante.

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Allora in molti ci chiediamo dove siano quelli di diciassette anni fa che protestavano contro Berlusconi tenendosi per mano e girando attorno ai Palazzi di Giustizia e alle sedi RAI. Scomparsi per pudore perché il termine “intellettuale” oggi evoca privilegi? Disinteressati e stanchi? Invecchiati e rassegnati? Probabilmente si, almeno in parte. Nanni Moretti però è stato in Cile per girare un documentario che ha segnato un po’ il suo ritorno alle origini, ai tempi di quel filmato in super 8 che si chiamava – guarda un po’ – proprio”La sconfitta”.

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Santiago, Italia, prodotto e realizzato da Moretti, distribuito in questi giorni nelle sale, apparentemente non è un documentario molto diverso dai tanti che hanno ricordato la tragedia del Cile iniziata nel settembre del 1973, che chiudeva i pochi anni del governo socialista di Allende ed apriva i lunghi anni della dittatura di Pinochet. Ma il film ha un carattere particolare: oltre a rievocare la violenza ottusa e fascista che aveva annientato una esperienza politica di ricostruzione sociale del Paese, il film parla di noi, dell’Italia di oggi.

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Attraverso le interviste di alcuni protagonisti-vittime della repressione, il racconto muove dagli entusiasmi della esperienza sociale del governo di Allende, ricorda il bombardamento sulla Moneda, la feroce repressione e la salvezza di molti nella ospitalità della ambasciata italiana. Poi, come in una lentissima dissolvenza, i ricordi sfumano dal grande giardino dell’ambasciata popolato dai rifugiati, alle piazze italiane dei successivi anni Settanta, popolate dalle manifestazioni di solidarietà per il popolo cileno.

Protagonisti

Le poche parole dell’ultimo intervistato cileno emigrato in Italia, che ci ringrazia per l’accoglienza sono sufficienti a svelare un abisso tra due Italie diverse: quella degli anni Settanta quando, a trent’anni dalla guerra e dopo le illusioni del miracolo economico, sembravano aprirsi spazi di una grande partecipazione democratica, arricchita da principi di accoglienza e solidarietà; e quella di oggi, chiusa nella solitudine di un individualismo senza etica e valori condivisi. Personalmente cerco di non cadere in nostalgie per il passato e ricordo bene come quegli anni, nei quali incontravamo gli esuli cileni e gli Inti Illimani che cantavano una imminente riscossa popolare, furono presto interrotti dalla furia del terrorismo. Ma chi li ha vissuti – come la mia generazione – esce dalla sala con una doppia emozione: da una parte un senso di vuoto, quasi di vergogna, per non avere oggi la forza di opporsi alla dilagante xenofobia nazionalpopulista, dall’altra la speranza che, come poi successo in Cile, possano essere ricostruiti i valori di una comunità aperta, solidale e progressista.

MATTEO SALVINI MINISTRO DELL'INTERNO

Ai tanti amici di sinistra che hanno abbassato la guardia e che rischiano di essere risucchiati dal populismo o dal disfattismo ricordo le virtù profetiche di Moretti: due mesi dopo Palombella rossa crollò il muro di Berlino, dopo Il portaborse di Luchetti (ma con la grande interpretazione di Nanni Moretti), scoppiò Tangentopoli, dopo Habemus papam si dimise Ratzinger. Be’, la speranza di un “ritorno al futuro” degli anni Settanta, non è poi tanto lontana dal possibile!

 

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