Densificazione urbana

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Sono passati 11 anni dalla Mostra “Città Architettura e Società” diretta da Richard Burdett alle Corderie dell’Arsenale nell’ambito della Biennale di Architettura di Venezia del 2006. Nella sua introduzione al catalogo, lo studioso inglese ricordava che ormai il 50% dell’umanità viveva nei grandi agglomerati urbani e che secondo le Nazioni Unite questa proporzione avrebbe raggiunto il 75% entro il 2050.

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In una delle sale delle Corderie campeggiavano totem che riproducevano visivamente il fenomeno della densità edilizia nelle principali metropoli della mostra. Se dovessimo sintetizzare all’estremo il fenomeno della urbanizzazione contemporanea, potremo definirlo un contrasto forte ed irreversibile tra diffusione e densità: sprawl fuori dalle metropoli e densificazione dentro. Ovviamente è una deriva che preoccupa sia per la erosione del paesaggio, sia per l’accumulo edilizio nelle città. In entrambi i casi ne soffre l’ambiente, il consumo di energia, la mobilità, e in particolare la condizione di vita nelle sacche periferiche e degradate dove sono evidenti i segni materiali del disagio sociale. Così la sperequazione tra benessere e povertà nelle metropoli finisce per essere ben visibile proprio nelle aree di confine tra bassa e alta densità, due enclave confinanti.

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Il 6 maggio di quest’anno, Burdett nel MAXXI di Roma, svolgendo la lezione Progettare la Open City, la Londra post Brexit, ha ripreso ed aggiornato alcuni concetti della mostra del 2006 finalizzati ad illustrare i fenomeni di trasformazione urbana nella Londra di questi anni. Gli studi presentati escono ancora dalla London School of Economics dove Burdett insegna da anni Architettura e Studi Urbani. Sono quindi considerazioni che nascono in un contesto scientifico in cui la città e l’urbanistica vengono studiate in stretto rapporto con l’economia e l’investimento finanziario. Di conseguenza il liberismo ed il mercato globale sono considerati inevitabili strumenti delle trasformazioni urbane. Non c’è spazio per remore ideologiche, mentre l’utopia si orienta ad un salvifico incontro tra capitalismo e ambientalismo.

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Burdett affronta il problema della densificazione urbana a Londra. Scrivo queste considerazioni stimolato dalla sua lezione, perché Londra può essere letta come un laboratorio di rigenerazione urbana nel quale i fenomeni delle trasformazioni vengono guidati da poche rigide regole, dettate da una politica locale forte in grado di orientare e vigilare sull’intervento privato. Situazione molto lontana dalle grandi città italiane (escludendo Milano), laddove la densificazione, lo sviluppo edilizio in altezza e le responsabilità lasciate all’investitore sono considerate azioni delittuose. In Italia una normativa urbanistica puramente quantitativa, insieme ai veti incrociati di soprintendenze, burocrati e ambientalisti appoggiati da media e opposizioni politiche, rende difficile le ipotesi di trasformazione urbana causando non solo episodi corruttivi, ma anche risultati contrari a quelli sperati.

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Opporsi alla densificazione urbana nei luoghi opportuni, anche centrali, significa consumare più suolo, implementare i costi per le infrastrutture (strade, reti di servizio, trasporti pubblici), aumentare i consumi di energia, mettere a rischio l’investimento privato costretto a replicare abitazioni sempre più lontane dal centro città. La dolorosa, ma necessaria, mediazione portata compimento a Roma nella prima decade del nuovo secolo con l’approvazione del “Piano delle Certezze”, portò alla tutela di alcune aree verdi semicentrali (Parco delle Valli, Tormarancia, ecc…), ma alla creazione di insediamenti periferici completamente isolati dalla città. Spesso anche il legittimo e fondamentale rispetto per i luoghi e gli edifici storici viene compromesso dai vincoli e dalle normative che ne ritardano le occasioni di manutenzione straordinaria.

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Burdett ci ha parlato della straordinaria crescita della Londra di oggi, economica oltre che edilizia, con una premessa importante: a Londra viene prodotto il 25% (circa 800 miliardi di euro) del PIL nazionale, quindi le trasformazioni di Londra devono essere prioritarie rispetto alle ragioni di una programmazione economica nazionale. Per la rigenerazione e lo sviluppo di Londra esistono normative semplici, ma alcuni concetti strategici ferrei, mai contraddetti neppure al cambiamento della guida politica:

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Non si può costruire al di la di una cintura verde che circonda l’area metropolitana e ne definisce il limite insuperabile tra concentrazione urbana e campagna.

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Viene promossa la densificazione delle aree centrali e semicentrali che catturano più investimenti ed offrono più posti di lavoro, ma si può costruire solo entro aree vuote, degradate o industriali dismesse. In queste aree non devono essere realizzati parcheggi, la circolazione è solo pubblica.

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Sono fissate linee di sviluppo (l’asse è il Tamigi che scorre da ovest ad est) che puntano principalmente ad est e sud. Su queste l’autorità pubblica si impegna a realizzare infrastrutture di mobilità e servizi. E’ in corso di realizzazione un treno sotterraneo ad alta velocità, che corre proprio in corrispondenza del Tamigi da un estremo all’altro della città.

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L’investitore che vuole intervenire su queste aree deve realizzare insieme alla cubatura anche posti di lavoro; questo vuol dire che le volumetrie per uffici devono avere sin dall’inizio compratori che garantiscano l’occupazione.

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Le nuove edificazioni, per quanto realizzate da investitori privati ed occupate da istituzioni private, non devono diventare enclave (come è accaduto trent’anni fa per Canary Wharf), quindi non devono avere recinzioni e tutti gli spazi “in between” devono essere pubblici.

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Due esempi su tutti: la densificazione edilizia della City che prende ulteriore slancio sia in termini di compattezza che di altezza e la realizzazione del Queen Elizabeth II Olympic Park nell’area olimpica del 2012, destinato a residenze e verde pubblico attrezzato. Dopo la crisi economica e probabilmente senza danni causati dalla Brexit (la svalutazione della sterlina probabilmente favorirà gli investimenti esteri), considerando il tasso di crescita attuale, nel 2030 Londra avrà più di dieci milioni di abitanti. Secondo il vecchio sindaco conservatore, Boris Johnson, la città – quasi novella Manhattan – doveva crescere in altezza con più di 200 grattacieli (in genere compresi tra i 20 e i 50 piani), sia ad uso uffici che residenziali. Il nuovo sindaco laburista Ken Livingstone ha sostanzialmente confermato questo programma. La parte centrale della città e la City in particolare assorbiranno la maggior parte di questi grattacieli.

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Il centro di Londra nel 2050

La zona dove sono stati costruiti gli impianti olimpici del 2012, a nord est del Tamigi, ospitava le rovine di fabbriche obsolete e zone disabitate. Era attraversata da una unica strada ma era ricca di acqua. Ribaltando la logica delle precedenti olimpiadi, per le quali la maggior parte delle risorse era stata indirizzata alla realizzazione degli impianti sportivi (fatta eccezione per Barcellona ’92), Londra ha scelto l’area come occasione per rispondere alla domanda di abitazioni dei municipi di Newham e Tower Hamlets che avevano avuto un alta crescita di abitanti. I pochi impianti sportivi costruiti per le gare sono stati dimensionati per l’uso post-olimpiadi (commisurati agli standard CIO con tribune effimere da smontare a gare ultimate). Oggi già esiste il parco, mentre sono in corso i cantieri per le nuove residenze.

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L’area olimpica rigenerata a residenza e parco attrezzato

Londra è metropoli molto diversa da Roma, nessun paragone diretto è possibile. Ma il racconto di Richard Burdett ci ha lasciato un dubbio: possibile che esperienze internazionali culturalmente a noi vicine non possano almeno trasmetterci qualche insegnamento che ci aiuti a superare i veti di una tecnocrazia ammantata di vacuo ambientalismo, aggravata da rigurgiti ideologici e gestita da una amministrazione che per non rischiare il consenso ha scelto la logica di azzerare qualunque ipotesi di rigenerazione urbana?

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Franco Purini tra Teoria e Progetto

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Una video intervista a Franco Purini, registrata all’interno di Eurosky, curata da Anna Rita Emili e Ludovico Romagni. Riprese video di Raniero Carloni. Documentazione iconografica ed editing di Umberto Cao. Produzione Scuola di Architettura e Design (sede in Ascoli Piceno), Università di Camerino

Play video: “Una conversazione con Franco Purini”

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25 Aprile, perchè non mi emoziono più?

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Quest’anno, il 25 aprile, ricordando il giorno della liberazione dal nazifascismo, non mi sono emozionato. Ho guardato con distacco le immagini delle manifestazioni celebrative, locali e nazionali. Mi ha dato fastidio la notizia della incompatibilità tra chi ricordava la ritrovata libertà dal fascismo insieme al problema palestinese e chi invece si stringeva solo attorno al popolo ebraico, principale vittima degli eccidi. Infine ho provato disgusto per le contestazioni rivolte a chi sfilava in ricordo anche della Brigata Ebraica.

Ma forse la ragione prima di questa mia imprevista distanza emotiva è stato il carattere di rituale consuetudine che come una enorme e spessa coperta nascondeva il grave stato di decadenza dei valori che la Liberazione dal nazifascismo aveva rilanciato 72 anni fa. Allora i ruoli erano chiari: una lotta del “Bene” contro il “Male” a metà di un secolo di ottimismo e di speranza in nome di un progresso tecnologico, sociale, artistico e culturale, che doveva aprire le porte all’imminente nuovo millennio.

Vinse il “Bene” – almeno così sembrò –  e in pochi decenni sparirono anche i rigurgiti reazionari in Grecia in Spagna e in Portogallo, sino all’abbattimento del “Muro” nel 1989. Pochi anni dopo, la Fondazione della Unione Europea segnava al tempo stesso il completamento di una pacificazione democratica e l’inizio di una nuova epoca di conflitti. Le ideologie del sociale si sono dissolte, sterilizzate dalle illusioni di un benessere diffuso. Ma chi le ripropone oggi si trova solo a navigare nel passato, perdendo qualunque strumento di difesa dall’insorgere violento di nuove intolleranze.

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La “politica democratica” perde credibilità e affonda anche per colpe proprie, lasciando il posto all’inganno della “e-democrazia”. La competizione politica, trasformata in giustizialismo, ormai è fondata sulla ricerca di consensi conquistati sul disprezzo per l’avversario accusato di presunti o veri reati. Il potere vince dove è autoritario: Trump in USA, Erdogan in Turchia, Orban in Ungheria, in molti paesi dell’Africa e dell’America Latina… e fermiamoci qua, in attesa di capire cosa succederà in Francia, in Germania e in Italia. E tutto mentre un dittatore mezzo ebete e mezzo pazzo minaccia il mondo di guerra nucleare.

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Ma soprattutto è tramontata la fiducia nella tecnologia e nel progresso, sostituita dalla paura per tutto ciò che è nuovo e diverso. In Occidente è scomparsa quella sensibilità per il bene comune che teneva alte le democrazie. In Oriente uno sviluppo forsennato dei consumi illude un percorso verso una impossibile eguaglianza. Nel punto di frizione geografico e concettuale di questi due mondi, il Medio Oriente, guerre endemiche e devastanti aprono rivoli di disperazione che si spargono nel vecchio continente e vendette di sangue in mezzo mondo.

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Se per “reazionario” intendiamo un atteggiamento politico che contrasta ogni cambiamento di carattere sociale, culturale e istituzionale, e, più in generale, nega ogni riforma, innovazione e integrazione, questo significa che è reazionario chi riafferma i valori divisivi del passato sospesi tra nostalgia e ideologia. Allora possiamo dire che questo termine “reazionario” rappresenta bene la confusione di oggi tra i valori del progresso e della conservazione, che, detta in termini “storici”, ma ancora validi, è confusione tra i valori della sinistra e della destra.

Ecco, mentre penso a tutto questo, non riesco più ad emozionarmi nel giorno della memoria per la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

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Verso quale città?

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George Grosz, Metropolis, 1916

Questo testo rielabora un intervento di presentazione del ciclo di incontri Nutri_Menti, organizzato nel marzo 2017 a Roma nel barcone sul Tevere della Società Romana Nuoto , congiuntamente dalle associazioni culturali Laura Lombardo Radice e Il sogno di Roma

Molte discussioni sul destino urbanistico delle città, come, ad  esempio, quella che si è accesa in questi mesi a Roma a seguito della vicenda dello Stadio di Tor di Valle, penso siano riconducibili ad un diverso rapporto che si può avere rispetto alla modernità, che alcuni, erroneamente, vedono in contrapposizione con la salvaguardia dei valori consolidati di una città storica.

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Tornando indietro alla metà dell’Ottocento, mi piace ricordare il concetto di modernità espresso da Baudelaire (saggio del 1863, “Le peintre de la vie moderne”): La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’immutabile. […] Affinché ogni modernità acquisti il diritto di diventare antichità, occorre capirne la bellezza misteriosa  che la vita umana vi immette.

Per il poeta francese è proprio la metropoli, sia con i suoi aspetti immateriali, e cioè la qualità della vita, sia con quelli materiali, ovvero le sue forme costruite , il luogo in cui la modernità, nel bene come nel male, si presenta con evidenza.

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Gli architetti del CIAM a La Sarraz, 1928

All’inizio del Novecento, con lo straordinario rinnovamento delle arti, aveva preso corpo anche un nuovo modo di intendere l’urbanistica. Nel 1933 gli architetti, che si riunivano periodicamente nei Congressi Internazionali di Architettura Moderna (CIAM), scrissero un manifesto – La Carta di Atene – che definiva i caratteri fondamentali della città moderna per valorizzare la qualità dell’ambiente e della esistenza umana. La città infatti non sarebbe più stata costituita da case allineate lungo le strade e da piazze con edifici pubblici come era stata pensata per secoli; bensì suddivisa in zone monofunzionali (residenziali, lavorative, ricreative, a verde e sport, ecc…); la viabilità non sarebbe stata più su un unico livello, ma differenziata in quote diverse separando la circolazione pedonale da quella veicolare e da quella ferroviaria.

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Questi criteri, eversivi rispetto al passato, nella prima metà del XX secolo portarono buoni risultati nelle città dei paesi europei allora più avanzati (Olanda, Germania, Austria…) ove nacquero quartieri di grande qualità architettonica e sociale (L’Amsterdam Zuid; i nuovi quartieri della Francoforte di Ernst May,

008 Nutri-Mentiquelli di Berlino di Bruno Taut e gli Höfe di Vienna). Le stesse idee invece rimasero sulla carta quando si tentò di trasferirle nella grande dimensione di parti urbane o di intere città di fondazione. Ci sarebbero riusciti solo Le Corbusier e Niemeyer, ma più tardi, dopo la seconda guerra mondiale e fuori Europa, con risultati peraltro discutibili.

Attorno alle esperienze europee, soprattutto a partire dagli anni Venti si sviluppò una grande fiducia nello sviluppo della tecnologia e nel progresso accompagnata da conquiste civili e sociali.

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L’Esposizione Universale 1942, Roma

In alcuni paesi le esperienze moderne arrivarono più tardi. Tra questi l’Italia. Nonostante anche da noi ci fossero grandi architetti, l’architettura e l’urbanistica moderna trovarono con il Fascismo prima difficoltà, poi consenso, poi ancora una declinazione monumentale. Ma in Italia la città moderna fu percepita sin dall’inizio come contrapposta alla tradizione della città storica.

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Poi c’è stata la guerra, la guerra fredda, un nuovo urbanesimo, la rivoluzione digitale, l’inquinamento ambientale, il terrorismo, la crisi economica, le diseguaglianze in crescita, le immigrazioni, ecc… Scienza e tecnologia non sono più viste come progresso ma come pericolo. Ogni cambiamento spaventa: è scomparsa la grande fiducia nella modernità.

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In Italia a questa condizione planetaria si aggiunge la grande insoddisfazione per la condizione della città. Prima con la spinta del “miracolo economico”, poi con la cattiva politica e la corruzione e nonostante i richiami della parte più sensibile della cultura urbanistica italiana, le città italiane – soprattutto le grandi città –  sono cresciute male, compromettendo sia i beni architettonici che quelli ambientali. L’espansione urbana proliferava all’esterno dei perimetri urbani invadendo il paesaggio: era lo sprawl, la città diffusa, la conurbazione incontrollata del paesaggio.

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l’urbanizzazione diffusa vista di notte dal satellite

Certamente la decadenza di Roma è l’effetto di una politica inadeguata, del malaffare e del clientelismo. Ma sarebbe semplicistico fermarsi qui. Occorre sfatare il valore salvifico dello strumento urbanistico del “Piano Regolatore”. Il P.R.G. è lo strumento previsto dalla legge che pianifica lo sviluppo e la trasformazione della città in ambito edificatorio, di tutela, di servizi e di infrastrutture. A Roma è nato 150 anni fa, nel 1865, prima ancora che venisse completata l’unità d’Italia.

Ma, da una parte, sono diventati inadeguati i due strumenti fondamentali su cui poggia un P.R.G. La zonizzazione; e cioè la suddivisione del territorio in zone con una unica destinazione d’uso; questo vuol dire che ogni area può essere o solo residenziale, o solo a servizi pubblici, o solo direzionale ad uffici. Il risultato è affollamento e caos di giorno, e deserto e abbandono di notte, o viceversa. La normativa tecnica; e cioè la predeterminazione di cubature e vincoli solo quantitativi, che affidano a fasi successive e quasi sempre ai privati la restituzione architettonica finale,e, quindi, la qualità.

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Dall’altra, soprattutto a Roma, l’attuazione dei P.R.G. è stata ostacolata e talvolta bloccata da continue varianti, dovute a tre fattori: la speculazione edilizia, ad opera di società immobiliari e dei cosiddetti palazzinari romani; l’abusivismo dovuto alle immigrazioni urbane del dopoguerra, prima tollerato poi sanato quando ormai i danni erano fatti; l’invisibile, ma sostanziale, variante nelle destinazioni d’uso, edificio per edificio o appartamento per appartamento, che ha trasformato illegalmente in aree per uffici le aree residenziali centrali (dentro e fuori dalle Mura Aureliane), creando caos di viabilità e parcheggio.

E’dunque tramontata l’utopia urbana del XX secolo senza che si sia consolidata una visione alternativa, una nuova modernità. Ma demonizzare l’intervento privato presupponendo una contrapposizione insanabile tra l’alleanza della politica con il capitale da una parte e la lotta per i diritti urbani dall’altra, significa, di fatto, conservare lo stato di fatto, lasciando campo libero alla speculazione. E’ una illusione pensare di redimere la città solo combattendo la rendita.

Arroccarsi su questa posizione di principio, come accade ad alcuni intellettuali che, dietro l’alibi della tutela e dell’interesse pubblico, nascondono una visione conservatrice se non addirittura reazionaria della città, significa confondere le necessità con i fenomeni. Secondo loro la modernizzazione sarebbe il male perchè coinciderebbe con il degrado; le nuove articolazioni del sistema di imprese sarebbero il male perchè coinciderebbero con la corruzione; gli interventi di trasformazione urbana sarebbero il male, perchè impedirebbero un disegno equilibrato della città.

Una conseguenza di queste posizioni è che il dibattito si è riempito di terminologie improprie. Definire ogni ipotesi di trasformazione urbana una “colata di cemento”; le grandi opere uno “spreco”; tutti gli edifici sviluppati in altezza “ecomostri”; la modernità come “decadenza”; l’accordo con i privati un nuovo “sacco di Roma”; e gli architetti come i “primi responsabili” delle brutture delle città; oltre ad essere di cattivo gusto, crea solo confusione tra ciò che è giusto o sbagliato e tra ciò che è legittimo o illegittimo.

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In una condizione di forte crisi e con tanti dubbi, oggi, con qualche approssimazione possiamo sintetizzare così i punti di vista sul futuro delle città:

040 Nutri-MentiUn primo pensiero fa riferimento a grande scala ad una riforma degli strumenti urbanistici per il governo del territorio, e a piccola scala alla riduzione delle prospettive di trasformazione fisica delle città (decrescita urbana). Questa strategia, forte di contenuti etici e sociali, punta prioritariamente sull’intervento pubblico, rischiando di arenarsi di fronte alle difficoltà finanziarie delle amministrazioni locali.

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Un secondo pensiero punta a trasformare la città diffusa in una megalopoli reticolare. Questa strategia si adatta alle grandi conurbazioni puntando su una doppia rete di mobilità: quella materiale costituita dal sistema delle infrastrutture (ferrovie, viabilità privata, percorsi d’acqua, ecc…) e quella immateriale costituita dalle reti informatiche che consentano telelavoro e comunicazione a distanza. Ma, al momento, questa ipotesi sembra confinata in campo teorico ed accademico.

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Un terzo pensiero, quello che oggi raccoglie più consensi, punta a ricreare ottimali condizioni ambientali trasformando le città in “smart city”. Le interpretazioni di questa definizione sono varie. Si va dalla eliminazione del sovra consumo energetico accompagnato dall’impiego di materiali ecologici, sino alla messa in campo di una città in cui tutto, dalla viabilità alla singola abitazione, è governato dal computer. E’ un concetto sfumato ed ambiguo che spesso entra nella propaganda di operazioni immobiliari per incrementarne i profitti.

Ma allora, come intervenire? Come controllare le trasformazioni edilizie, ad esempio, su Roma oggi? Vi espongo un’idea che non è solo mia (cfr, di Marco Pietrolucci, Verso la realizzazione di microcittà di Roma) e che dovrebbe essere sviluppata e verificata. Considerando l’inattualità di una visione unitaria, occorre pensare ad una città divisa in parti. Immaginiamo di suddividere il comune di Roma (che occupa una superficie di oltre 1.000 Kmq) in parti circoscritte (i Municipi, ma non solo), e di gestirle come microcittà integrate funzionalmente e socialmente attraverso un progetto urbano che limiti il consumo di suolo sfruttando aree degradate o abbandonate.

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Queste microcittà dovranno essere raccordate tra loro da un sistema di relazioni urbane composto di diversi livelli, anche indipendenti l’uno dall’altro:

una rete infrastrutturale che costituisca la struttura portante dell’intera città, privilegiando la mobilità pubblica;

un sistema del verde, che possa creare una rete di percorsi ciclopedonali, ma anche di aree attrezzate per lo sport e lo spettacolo;

un sistema museale diffuso, che espanda il turismo alle presenze archeologiche e monumentali lontane dal centro, ma che non abbia come poli solo i grandi musei ma anche molti MAAM;

un sistema per il tempo libero che eviti concentrazioni, e includa aree periferiche già provviste di polarità per lo spettacolo, la musica e lo svago.

un sistema per l’assistenza sociale e la sanità organizzato secondo i diversi livelli di competenza e specializzazione

un sistema della cultura e formazione, dalla scuola superiore alle sedi universitarie, ma che includa anche centri culturali autogestiti, biblioteche, mediateche, ecc…

un sistema dell’incontro e della integrazione sociale che abbia polarità nei grandi spazi aperti sia centrali che periferici

La speculazione e il malaffare, a mio avviso, oggi si combattono anche entrando nelle logiche di una nuova modernità, con una politica forte e con amministrazioni locali in grado di promuovere l’intervento pubblico ma anche di gestire e vincere l’inevitabile confronto con il privato.

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ELLE, una delusione

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Dopo averne letto i commenti al Festival di Cannes 2016, le recensioni favorevoli di quasi tutti i critici e avere preso atto dei premi ricevuti (César come miglior film e migliore attrice, Golden Globe come migliore attrice) sono andato volentieri a vedere Elle, di Paul Verhoeven, con Isabelle Huppert, tratto dal libro Oh… dello scrittore francese Philippe Djian (che non ho letto).

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Trovavo inquietante, ma coraggioso sviluppare una storia di stupro, andando oltre il senso comune del rigetto di uno degli atti più disumani che si possano commettere contro la persona. Sapevo di trovarmi davanti alla vicenda di una donna matura, sessualmente libera, che avrebbe elaborato la stupro subìto in modalità diverse ed imprevedibili. Conoscevo anche Verhoeven come un regista in grado di gestire senza moralismi storie intricate.

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E invece mi sono trovato a vedere un film pensato, scritto e diretto molto male. Gli scompensi di sceneggiatura e regia disturbano sin dall’inizio quello che doveva essere un thriller psicologico duro e violento. L’uomo mascherato in perfetta tuta alla Diabolik invece di spaventare fa sorridere. Le fragili porte vetrate della casa di Michelle vengono protette da nuove serrature mentre sarebbe bastato chiudere le persiane. Il figlio è un tontolone ingannato da una stereotipata furba ragazzetta. L’amante di Michelle è un macho arrapato, mentre l’ex marito è un coglionazzo che però acchiappa giovani ginnaste. La scuola di Yoga sembra una palestra di fighetti. Un parto dura, dalle doglie alla nascita, il tempo di un caffè. Madre e padre muoiono in un paio di giorni. Tragedie vissute e tragedie imminenti. E infine lo svelamento del violentatore con una faccia da amante del cinema muto. Se queste stranezze sono intenzionali per rappresentare i personaggi in modo caricaturale (o grottesco, come alcuni critici sostengono), allora perdono senso le intenzioni drammatiche esposte in una intervista dallo stesso Verhoeven su Elle come “donna che ha subito eventi fortissimi nella sua infanzia, scansando il vittimismo e il tormento… una sopravvissuta, formata da un episodio terribile”. Insomma su questa vicenda difficilmente possono convivere humour e dramma.
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Così, in un guazzabuglio di personaggi e di eventi, la celebrazione di un piacere che va oltre le regole del conformismo, l’atteso ribaltamento del “politically correct” in nome di una sessualità libera ed incontrollabile, in definitiva quella che doveva essere la capacità eversiva del film si conclude nel più scontato moralismo di un finale in cui una donna ne esce sorridente in nome della fede, a altre due se ne vanno via felici nella ritrovata amicizia.

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Chiedo scusa al lettore se ho svelato qualche dettaglio di troppo, ma la mia delusione per questo film è pari allo sconcerto nei confronti di una critica che lo ha celebrato in modo quasi unanime. Dimenticavo: Isabelle Huppert è una sessantenne affascinante, unica cosa ammirevole nel film.

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Stadio Flaminio alla Lazio: SI o NO?

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Lo stadio Flaminio oggi nel contesto urbano

L’attuazione dello Stadio della Roma a Tor di Valle sembra in stand-by, e penso che ci vorrà ancora del tempo prima di capire le reali intenzioni della Amministrazione Raggi. Conosco il curriculum del nuovo assessore all’Urbanistica, l’architetto Luca Montuori, un progettista ben lontano dalle posizioni conservatrici del suo omologo, Paolo Berdini, che si dimise proprio sulla questione dello stadio. Mi auguro quindi che sia rivista la soluzione che eliminava, insieme agli edifici sviluppati in altezza, molte delle opere pubbliche necessarie alla funzionalità del complesso.

Primi del XX secolo: a sinistra  Rondinella (stadio Lazio), a destra Testaccio (stadio Roma) 

Ma in queste ultime settimane si è parlato anche dello Stadio della Lazio, perché secondo gli indirizzi internazionali, ogni grande società di calcio dovrebbe avere un suo proprio stadio. D’altra parte era così anche agli inizi del XX secolo, quando la lazio giocava alla Rondinella e la Roma  al Testaccio. Penso che due nuovi stadi pensati solo per il Calcio a Roma potranno salvare il Foro Italico, vittima di un progressivo degrado dovuto anche alle frequenti partite delle due squadre romane (cfr. su questo blog Cosa farei per Roma). Lo Stadio Olimpico e il Foro Italico, opportunamente risanati, potranno restare a disposizione per manifestazioni sportive e musicali di livello internazionale.

Lo Stadio Olimpico per grandi eventi internazionali

L’idea del Presidente della Lazio, Lotito, di riproporre a nord, sempre lungo il Tevere ma a monte della città, qualcosa di simile a quanto proposto a sud dal Presidente della Roma, Pallotta, sembra inverosimile e già bocciata in passato dalle precedenti amministrazioni. Il Comune invece, proprietario dello Stadio Flaminio in grave stato di abbandono, lo ha proposto alla Lazio che lo potrebbe ristrutturare e utilizzare integrandolo con altre funzionalità. Questa ipotesi presenta aspetti positivi e negativi. Cercherò di esaminarli.

Degrado dello Stadio Flaminio

L’area flaminia

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L’area flaminia negli anni Cinquanta (prima degli interventi per le Olimpiadi)

Lo Stadio Flaminio è opera di Pier Luigi e Antonio Nervi, padre e figlio, costruito sul sito della demolizione dello Stadio Nazionale (Stadio Torino) per ospitare il Calcio nelle Olimpiadi del 1960. Costituiva parte di una profonda ristrutturazione dell’area Flaminia, già occupata, oltre che dal vecchio stadio, da un ippodromo, dal piccolo stadio della Rondinella (allora sede degli allenamenti della Lazio), alcuni campi da tennis e una baraccopoli (campo Parioli). Dal 1960 l’area è caratterizzata dal Villaggio Olimpico (progetto urbano e architetture di Vittorio Cafiero, Adalberto Libera, Amedeo Luccichenti, Vincenzo Monaco e Luigi Moretti. Poi INCIS, quindi ceduto ai privati), dal Palazzetto dello Sport (progetto di Pier Luigi Nervi e Vitellozzi) e appunto dal nuovo Stadio Flaminio con i suoi parcheggi. Verso la fine degli anni Novanta, con la realizzazione del Parco della Musica (Auditorium di Renzo Piano) sono scomparsi quasi tutti i parcheggi di superficie, dopo 15 anni la circolazione nell’area è ancora provvisoria, mentre strade e piazze del Villaggio Olimpico sono ciclicamente invase dalle auto.

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Stadio Flaminio, Il progetto dello Studio Nervi

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L’area flaminia subito dopo le Olimpiadi del 1960

Collocazione urbana, accessibilità e parcheggi.

Dunque l’utilizzazione dello Stadio Flaminio può essere l’occasione di una sistemazione definitiva dell’area, inserita in un quartiere già ricco di spazi pubblici (il parco di Villa Glori, l’Auditorium, il MAXXI,il Ponte della Musica che conduce pedonalmente proprio al Foro Italico) e che potrebbe essere ancor più valorizzato da una possibile ristrutturazione della vicina area degli ex magazzini militari. Ma proprio la presenza di altre attrazioni mette a rischio l’utilizzazione dello Stadio Flaminio, se non viene risolto il problema della accessibilità e della sosta e reso compatibile con i flussi del contiguo Parco della Musica. La viabilità tangente all’Auditorium va ridisegnata e resa più fluida. Anche se occorre incentivare l’uso del mezzo pubblico, l’accesso con l’auto privata va considerato inevitabile almeno per il 50% degli utenti di uno stadio di calcio. Per i mezzi pubblici funziona bene l’attuale tram in percorso protetto, che in 5-10 minuti si collega alla Stazione Metro di Piazzale Flaminio. Per il mezzo privato occorrerebbe realizzare due nuovi parcheggi: il primo almeno su due livelli interrati di fronte all’ingresso sud dello Stadio; il secondo, che risolverebbe anche il parcheggio per l’Auditorium, utilizzando linearmente la superficie a terra compresa sotto la proiezione del viadotto di Corso Francia che lambisce i due impianti. Ma qualche dubbio e rischio di congestione resta.

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Ristrutturazione dell’impianto.

Lo Stadio Flaminio è sottoposto alla tutela dell’art.10 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, in quanto opera di interesse artistico e culturale con più di 50 anni di vita, disegnata da una grande firma dell’ingegneria e in teoria è anche tutelato dal diritto d’autore. In teoria, perché, giuridicamente, il diritto d’autore decade con la scomparsa dell’autore stesso. A mio avviso il problema è superabile affidando la ristrutturazione agli eredi dello Studio Nervi. Ma in cosa consisterebbe il progetto di ristrutturazione? Secondo gli standard FIFA uno stadio di calcio internazionale deve avere le tribune interamente coperte. La capienza per il pubblico della Lazio può attestarsi tra i 40 e i 45 mila posti a sedere. Attualmente lo Stadio Flaminio ne può contenere meno di 20.000. L’intervento di ristrutturazione quindi dovrebbe raddoppiarne la capienza, con l’effetto di alterare profondamente la forma originale. Un accordo tra Comune, Soprintendenza, Studio Eredi Nervi e S.S. Lazio potrebbe risolvere il problema. Il pregio dello stadio è soprattutto nelle strutture della tribuna ovest e della relativa copertura che dovrebbero restare inalterate. Si potrebbe realizzare un secondo anello limitato alle due curve e alla tribuna est, intervento tecnicamente non difficile e già realizzato in altri stadi (anche nello stesso Stadio Olimpico di Roma, Tribuna Tevere). In questo caso con la complicazione però di una linea di colmo delle gradinate che si abbassa in corrispondenza delle curve. A seguire, e a puro titolo indicativo, mostro uno studio progettuale di Gruppo SPA pubblicato sul web.

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Studio (pianta e sezioni) per l’ampliamento dello Stadio Flaminio di Gruppo SPA (2012)

Procedure e opere accessorie

La legge sugli stadi (27/12/2013 n. 147) prevede che il proponente presenti uno studio di fattibilità:… questo non può prevedere altri tipi di intervento, salvo quelli strettamente funzionali alla fruibilità dell’impianto e al raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario dell’iniziativa e concorrenti alla valorizzazione del territorio in termini sociali, occupazionali ed economici… e aggiunge: in caso di interventi da realizzare su aree di proprietà pubblica o su impianti pubblici esistenti, il progetto approvato e’ fatto oggetto di idonea procedura di evidenza pubblica… Alla gara e’ invitato anche il soggetto proponente, che assume la denominazione di promotore. Il bando specifica che il promotore, nell’ipotesi in cui non risulti aggiudicatario, può esercitare il diritto di prelazione… Trattasi quindi di un accordo pubblico-privato nel quale il proponente richiede la realizzazione di volumetrie private (ma non residenziali) a compensazione delle opere di funzionalità pubblica che valorizzino il contesto urbano. E’ una procedura simile a quella del progetto della Roma a Tor di Valle, ma con la differenza che lo Stadio Flaminio resterebbe di proprietà pubblica, in gestione a lungo termine alla S.S. Lazio. Le opere accessorie naturalmente dovrebbero essere simili a quelle previste a ridosso dello Stadio della Roma, ovvero, oltre alla viabilità, ai parcheggi e alla risistemazione del verde pubblico, attività commerciali orientate allo sport, attrezzature per il ristoro e il tempo libero, spazi espositivi, ecc… Naturalmente non il business center che nel progetto di Tor di Valle doveva coprire gli alti costi delle nuove infrastrutture per un’area non urbanizzata.

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L’area flaminia con i suoi edifici pubblici

In definitiva una operazione delicata e con qualche rischio, che, a mio avviso, non dovrebbe essere concentrata a ridosso del nuovo stadio, ma diffusa sull’intera area flaminia, magari utilizzando anche parte degli ex Magazzini Militari, un’area già acquisita da privati (Cassa Depositi e Prestiti), che hanno portato a compimento due anni fa un concorso di valorizzazione che prevedeva anche la realizzazione del Museo della Scienza (cfr su questo blog: Due iniziative in area MAXXI per Roma)

 

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La presenza del passato tra fotografia e cinema

MAIL_Ascension-2000x1350Non è possibile definire solo videoarte il lavoro di Bill Viola. Lo furono certamente le prime opere, tra cui The Reflecting Pool (1977-79), che, si dice, nacque dal ricordo di una caduta in acqua da piccolo, oppure la celebre Chott el-Djerid, A Portrait in Light and Heat (1979-81), che indicò percorsi espressivi per molti altri artisti del videotape. Ma le opere più recenti, nate con le applicazioni video in alta definizione (HD) – nel passaggio di secolo e nella piena maturità artistica – a mio avviso sono l’invenzione di un nuovo dispositivo espressivo, che si colloca in posizione intermedia tra fotografia e cinema.Visitazione-Greeting

E’ fotografia perché l’immagine appare spesso fortemente rallentata e comunque è in una condizione di fissità tale da essere valorizzata in tutti i suoi dettagli. E’ cinema, perché ogni opera richiede una precisa sceneggiatura, teatri di posa, location o scenografia adeguata, alta tecnologia di ripresa, folto cast di attori, decine di tecnici e molte prove.

Caterina a confronto

Ma non basta ancora. L’artificio che consente questa doppia e ambigua sospensione tra fotografia e cinema è fondato su un utilizzo particolare dello spazio e del tempo. La camera è sempre fissa e lo spazio è occupato dai movimenti degli attori che avvengono lungo l’asse di visuale (dal fondo al primo piano o viceversa) oppure l’asse trasversale (da destra a sinistra e viceversa), oppure ancora attorno a se stessi (rotazione degli attori). E’ uno spazio cartesiano, mai obliquo, quindi statico. Gli unici elementi dinamici, in movimento, sono i materiali abituali di Viola: l’acqua, il fuoco, la terra e il vento. Anche il tempo è condizionato e sempre alterato rispetto alla realtà: rallentamenti anche a 300 fotogrammi/sec., inversione temporale (visione del girato al contrario, dalla fine all’inizio), lunghi tempi di attesa che anticipano eventi topici e fragorosi.

Cristo a confronto

La mostra (Bill Viola, Rinascimento Elettronico) che si è aperta il 10 marzo a Firenze (Palazzo Strozzi) e che chiuderà il 23 luglio, espone quasi esclusivamente i lavori compresi negli ultimi venti anni. Ma con un valore aggiunto, che vale da solo la visione anche per chi già conosce le opere del maestro newyorkese. Le installazioni video sono presentate accanto alle opere di pittura rinascimentale che hanno ispirato l’autore. Oltre ad essere fortemente contemporanee per le tecniche impiegate e per le emozioni che suscita nello spettatore, le opere di Viola si confrontano sui temi, sui colori e sui significati di altre opere di molti secoli prima, appartenenti al nostro Rinascimento. Così The Greeting (1995) è accompagnata dalla Visitazione (1528-29) del Pontorno; Catherine’s Room (2001) dalla Santa Caterina da Siena di Andrea di Bartolo (1394-98); Emergence (2002) dalla Cristo in Pietà di Masolino da Panicale (1424), The Deluge (2002 – vedi sotto 2 minuti centrali del video di 36′) dalla Diluvio  e Recessione delle Acque di Paolo Uccello (1439-40), e così via. Una mostra da non perdere.

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