La città contemporanea: smart, global o infelice?

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 Città digitale

La retorica della Smart city è nata dal concetto che le reti digitali opportunamente integrate e considerate come armatura strutturale, possano restituire alla metropoli contemporanea una dimensione equilibrata e sostenibile: una città cablata come fonte di sviluppo. In realtà il termine Smart city ha assunto valori diversi, assegnati dai volta in volta da discipline accademiche, interessi professionali, marketing aziendale e lobby di potere, che lo hanno orientato verso finalità non sempre convergenti. Tracciando una sorta di interpolazione tra le varie interpretazioni, possiamo affermare che la Smart city di fatto già esiste in episodi urbani circoscritti o in singole architetture, ampiamente controllate dalla domotica o da sistemi telematici. Il fine sembra essere quello di risparmiare energia, migliorare la salute e la mobilità, rendere più efficienti i servizi e più produttivo il lavoro. Insomma una città efficiente nel senso pieno della parola. Fin qui è anche condivisibile. Il problema si pone quando queste finalità e queste procedure vengono considerate generatrici di qualità urbana. Perché non esiste una “qualità” che discende meccanicamente dalla “efficienza”. Allora il mito della la Smart city diventa una retorica che fornisce modelli facili, emozionali ed effimeri. Un sistema troppo scontato per rifondare quella fiducia nella tecnologia e nel progresso che la modernità aveva affermato e che oggi sembra perduta. Troppo costruito sull’esaltazione di una digitalizzazione universale fondata su bolle di benessere individuale. E tutto, senza forma, renderà “brutta e volgare” la città. (estratto da uno scritto dell’autore pubblicato su FAmagazine. Ricerche e progetti sull’architettura e la città, rivista on-line)

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Smart city

Così la Smart city, come idea di città, resta patrimonio delle grandi potenze della tecnologia digitale (il mondo ICT, Information and Communication Technology) e sembra adattarsi soprattutto a dimensioni urbane ristrette. Ma nella realtà delle grandi metropoli la city da smart diventa global. In un recente articolo dal titolo Il mondo nuovo e le sue città (Il Foglio, inserto sabato 24 – domenica 25, marzo 2018) Stefano Cingolani riflette sul paradosso secondo cui la recente crisi economico-finanziaria ha determinato il consolidamento della cosiddetta città globale o, meglio, metropoli globale. Definizione non certo nuova, ma che si è concretizzata proprio negli anni che hanno visto da una parte l’abbattimento dei valori immobiliari e dall’altra flussi di danaro a basso costo investiti nella espansione delle metropoli.

Senza escludere il rischio di una grande bolla finanziaria dovuta agli eccessi di edilizia invenduta, attualmente le grandi città del mondo occidentale e di quello orientale avanzato sono cresciute sia nella capacità di attrarre investimenti sia nella qualità della modernizzazione. Ma quali sono i caratteri distintivi della metropoli globale? A differenza della Smart city che ci appare come una macchina, una sorta di città-computer nella quale l’hardware è costituito dagli edifici e dalle infrastrutture e il software dalla gestione digitale integrata delle comunicazioni immateriali, la Global city è un sistema urbano più complesso. Questa, infatti, oltre a contenere il massimo dello sviluppo cibernetico e delle connessioni in rete (relazioni immateriali), ha bisogno di contare anche su relazioni fisiche (materiali) triangolate su tre fattori: economia, infrastrutture e cultura.

Economia. Frequentata dalla élite del mondo, la metropoli globale deve offrire la possibilità di incontri e strette di mano tra operatori finanziari, investitori, amministratori e politici nei luoghi deputati, come congressi, fiere, esposizioni, eventi sportivi e commerciali.

Infrastrutture. In questa metropoli il sistema della mobilità e dei trasporti deve presentare la massima efficienza ed il massimo della innovazione tecnologica nell’offerta residenziale e in tutti i servizi e le attrezzature urbane.

Cultura. Infine la metropoli globale deve proporre un alto livello e una ampia varietà di offerta culturale, dalla formazione universitaria al museo, dal teatro al cinema, dalla musica classica al concerto rock. Tutto questo porta la metropoli globale ad un benessere diffuso che si caratterizza, culturalmente ancora prima che politicamente, in termini liberali e progressisti, ma comunque riformatori e tolleranti.

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New York Global city

Tutto bene? Certamente no, perché l’inevitabile rigonfiamento del costo della vita innalza barriere. Così la metropoli globale se da una parte attrae ricchezza, dall’altra genera esclusi e rischia di creare periferie che accumulano il disagio e accrescono le diseguaglianze. Dunque il sistema si regge solamente quando è supportato da una politica forte di sostegno della povertà, dell’occupazione e degli investimenti pubblici: la capacità quindi di tradurre una emancipazione economica e culturale in azioni riformatrici e illuminate. Questo equilibrio, secondo la classificazione dell’Università inglese di Loughborough riportata nell’articolo di Cingolani, sembra raggiunto da città come New York e Londra, quindi Parigi e una sequenza di metropoli orientali (come Singapore, Pechino, Tokyo, Shangai e Dubai). Seguono altre città europee e nord americane. In Italia solo Milano è nel gruppo qualificato. Roma è tra le ultime, insieme ad Atene, Bangalore, Bucarest, Il Cairo ed altre del sud America. Con tutti i limiti ed i fenomeni della globalizzazione, il transito in una dimensione urbana nella quale modernizzazione ed investimenti privati e pubblici devono essere spinti al massimo è ormai inevitabile per un paese che aspiri a competere a livello internazionale. La lotta contro la globalizzazione – che tradotta nella terminologia politica italiana suona come “decrescita felice” – o infelice? – e si fonda sulla paura per la modernità è esattamente il percorso opposto. Un percorso che non risolverà il problema delle emarginazioni e delle diseguaglianze, anzi, privando la metropoli del suo nucleo propulsore e rappresentativo, tenderà inevitabilmente a periferizzare le centralità, omologando mediocrità e indifferenza. Ed è quello che sta capitando oggi a Roma.

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Roma, Ostiense, area centrale degradata

Stefano Cingolani conclude così la sua lucida riflessione sulle città del mondo nuovo: “La fuga nel paesello, l’economia del villaggio, il chilometro zero, tutto quello che dà una patina gauchiste a un movimento che nella sostanza si caratterizza come reazione alla modernità, non è un sogno, ma una illusione; il futuro, anzi, il presente, è altrove.”

 

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Ritorno al West

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Negli ultimi anni il cinema era tornato a parlare del West americano ad opera di maestri come Tarantino (Django e The Hateful Eight) ed Iñárritu (Revenant), ma erano storie dominate dalla personalità degli autori, che si caratterizzavano per una soggettiva interpretazione del tema western, sanguinolento ma paradossale nello stile di Tarantino, tragico ed eroico nello stile di Iñárritu. Diverso è il caso di Hostiles, oggi nei cinema, ma già presentato in Italia ad Ottobre scorso, in apertura dell’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma.

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Hostiles è scritto e diretto da Scott Cooper, già autore di un bel film drammatico Out of the Furnace (Il fuoco della vendetta), anch’esso presentato alla Festa di Roma del 2013, con lo stesso attore protagonista, Christian Bale. Nel confermarci la qualità dei film presentati a Roma ogni anno, questo film costituisce un ritorno al format del western classico: c’è l’attacco stragista dei pellerossa Cheyenne, la violenza dei soldati bianchi, la saggezza del grande capo indiano, la vendetta, il pentimento e la pace con il grande capo, senza escludere il lieto fine con il classico treno dell’amore. E ci sono anche la lentezza del viaggio a cavallo e il monotono trascorrere del giorno e della notte, le poche parole e i silenzi, le notti all’aperto con il fuoco e la pioggia. Tutto costruito con la splendida fotografia di Masanobu Takayanagi.

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In genere la critica, che non ha molto amato questo film, vi legge l’intenzione dell’autore di porsi dalla parte giusta, quella dei pellerossa. Posizione peraltro niente affatto nuova in molti film western. Io credo non sia proprio così, o solo così. Credo invece che il film sviluppi le parole di David Herbert Lawrence citate in epigrafe: “L’anima americana è essenzialmente isolata, stoica e assassina”. Ho letto nel film il senso della violenza e della sopraffazione che dai tempi dei pionieri del west appartiene al popolo americano. Il senso della vendetta e l’idea blasfema che l’assassinio sia parte della vita. La guerra considerata inevitabile. Quasi una visione escatologica di un destino armato che è individuale ancor prima che collettivo. Una visione contro la quale i giovani nordamericani hanno lottato negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, e contro la quale oggi sono finalmente scesi in piazza per affermare la pace contro l’uso delle armi.

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Fortunato, intellettuale di sinistra

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Come fortini assediati, le aree centrali di Roma, Milano e Torino sono tra le poche circoscrizioni elettorali italiane nelle quali la maggioranza dei votanti è restata fedele alla sinistra in aree dominate dalle destre e dei cinque stelle. La maggior parte della opinione pubblica nei giornali, in televisione, nei social e, cosa triste, anche parte degli elettori di sinistra – complesso di colpa? – sbeffeggia questo piccolo successo considerandolo la prova che vota a sinistra chi gode di privilegi. Ma siamo sicuri che questo voto derivi solo da una condizione di benessere – magari ereditata – e che sia possibile definire ora “pariolini”, ora “radical chic” persone e famiglie che hanno la colpa di vivere in aree non periferiche della città? O forse c’è anche una componente culturale e una sensibilità civile, certamente favorita dalla mancanza di urgenze economiche, ma difesa in nome di valori che appartengono alla tradizione della sinistra? Allora vorrei raccontare la storia di uno di questi “privilegiati” che può costituire un campione di elettori molto diversi da quanto viene oggi rappresentato.

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 E’ una storia vera, una storia comune, il protagonista lo chiamerò Fortunato. Pochi mesi prima della Liberazione, in una Italia nella quale la guerra aveva azzerato molte delle diseguaglianze sociali, costringendo alla fame anche gran parte della piccola borghesia urbana, in un palazzo INCIS di Prati, un quartiere centrale di Roma, era nato Fortunato. La madre era la sesta figlia di un impiegato statale di origini campane emigrato a Roma, il padre, primo figlio maschio di un noto giurista di Cagliari, proveniva da una famiglia numerosa, benestante, ma anch’essa impoverita dalla guerra. Dopo la guerra combattuta in Africa, il padre di Fortunato trovò lavoro a Roma nella società telefonica statale, la moglie, che ebbe un secondo figlio, badava alla casa. Lo stipendio non consentiva lussi né la possibilità di pagare un affitto, e la famiglia di Fortunato visse per alcuni anni a casa dei nonni materni.

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Quando fu possibile aprire un mutuo, il padre di Fortunato si iscrisse ad una cooperativa edilizia e finalmente nel 1954 la famiglia si stabilì nel “quartiere africano” (dai nomi delle strade), distante da Prati e decisamente periferico. Le strade attorno alla casa di Fortunato non erano ancora asfaltate, con spazi aperti ideali per giocare a pallone in strada. Ma erano gli anni del boom economico e attorno era tutto un fiorire di nuove palazzine. Con la progressione di carriera il padre di Fortunato ebbe aumenti di stipendio e finalmente nel 1957 fu possibile comprare a rate una Fiat 600. A poco a poco il benessere aumentò, era possibile d’estate andare in vacanza (si diceva “villeggiatura”), dividendo le spese con altri familiari si poteva affittare una casa per uno o due mesi in località costiere a nord di Roma.

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Fortunato ed il fratello minore studiavano nel liceo classico pubblico, mentre il miracolo economico trasformava Roma favorendone lo sviluppo a macchia d’olio. Il quartiere africano in breve si trasformò in un’area semi centrale, bene attrezzata con scuole, strade commerciali e attrezzature per il tempo libero. La famiglia di Fortunato venne coinvolta dal vortice del consumo e fu possibile cambiare la vecchia Fiat 600 acquistando a rate una Giulietta Alfa Romeo usata. Così, per quanto lo stipendio del padre crescesse, tra il mutuo per la casa, le rate, qualche altro debito e forti costi quotidiani per abbigliamento e alimentazione, i soldi finivano ugualmente verso la fine del mese. Per quanto non mancasse nulla di sostanziale, non fu possibile per i due fratelli viaggiare all’estero e imparare a fondo una lingua straniera, così come capitava ai figli di amici e parenti con maggiori mezzi economici.

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Arrivò il Sessantotto e i due fratelli, ormai studenti universitari, tradirono la tranquilla routine piccolo borghese della famiglia impegnandosi sia a livello culturale che politico. Fortunato, vicino alla laurea in Architettura, trovò lavoro come disegnatore nello studio di un architetto che abitava ai Parioli (quelli veri). Tre mesi di lavoro part-time per 35.000 lire/mese che gli consentirono di comprare la tanto desiderata Asahi Pentax reflex. Non subito però, perché sul momento mise i soldi guadagnati a disposizione della famiglia per una spesa urgente. Quando il padre, che nel frattempo era diventato un alto dirigente della Società Telefonica, andò in pensione e arrivò la relativa liquidazione, ci fu un ulteriore salto di benessere. Solo allora Fortunato capì che il padre non aveva mai avuto prima un conto corrente bancario e che quell’armadietto chiuso a chiave nella camera in cui dormiva, aveva sempre custodito in banconote da 10.000 lire il suo stipendio mensile.

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Fortunato ed il fratello, laureati e sposati, uscirono di casa e trovarono lavoro. Cominciò per loro una vita nella quale, rispetto ai genitori, avrebbero avuto minori ansie per il quotidiano e maggiori livelli di benessere. Oltre all’impegno professionale confluito nell’insegnamento, Fortunato approfondì la sua cultura immergendosi nella realtà contemporanea e nell’impegno civile e politico. Sorvolo sulle disavventure coniugali e sui problemi con i figli, per ricordare invece che, seppure nelle controversie della vita, non modificò mai da una parte la scelta di vivere nei quartieri centrali di Roma anche a costo di abitare in piccoli appartamenti, e dall’altra la costante difesa dei valori dell’uguaglianza e solidarietà. Fortunato visse e invecchiò amando Roma, la sua città, e soffrendo per i suoi problemi.

Nei quartieri centrali delle grandi città italiane vivono molti “Fortunati”.

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Come una mosca in una gabbia di elefanti

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Quasi esattamente cinquanta anni dopo quella giornata iconica del primo marzo 1968 a Valle Giulia che modificò il modo di “pensare a sinistra”, il 5 marzo 2018 ci siamo svegliati chiedendoci se la sinistra italiana esista ancora. Sia quella maggioritaria del Partito Democratico, sia quella alternativa nata attorno a Sinistra Italiana e fuoriusciti dal PD. Per rispondere alla domanda e indagare le ragioni della più dura sconfitta elettorale da quando esiste la Repubblica, si aprirà certamente un dibattito che sarà difficile e contraddittorio, perché ci vorrà molto tempo per capire cosa sia realmente accaduto e quali siano state le cause.

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Provo a elencare 10 questioni sulle quali si discuterà. Riguardano il Partito Democratico, ma non solo.

  • La presunta insufficienza delle misure di ripresa dell’economia e dell’occupazione dei tre governi di centrosinistra in questa legislatura (la prima dopo la crisi economica e il conseguente rischio di default economico-finanziario).
  • Le responsabilità di Renzi nella scissione del PD, nello scontro con i rappresentanti dei lavoratori, nella gestione del referendum costituzionale e delle campagne elettorali, negli eccessi egocentrici, in definitiva nell’avere gestito il partito in modo monocratico.
  • Le responsabilità dei dirigenti fuoriusciti dal Partito Democratico, mossi da ragioni personali più che da una diversa visione politica.
  • L’ideologismo di altre formazioni di sinistra che concepiscono il liberismo come un mostro da combattere e non un sistema da riformare.
  • Lo scollamento dal territorio della sinistra di governo, il problema del lavoro e dell’occupazione giovanile, in definitiva la difficoltà nel sanare le ingiustizie e combattere la povertà.
  • Il problema delle immigrazioni, prima sottovalutato, poi affrontato con energia, ma vittima di critiche sia da destra che da sinistra.
  • L’ambiguità di alcuni leader di centrosinistra nel campo della trasparenza e della correttezza istituzionale.
  • La gestione delle compensazioni economiche (“bonus”) presentate come regali e non come riconoscimento di diritti.
  • L’avere accettato lo scontro politico sul terreno delle denuncie vere o presunte di illegalità senza rendersi conto che una cosa è farle dalla opposizione e altra dal governo
  • La deriva politica internazionale – europea e non solo europea – nella quale quasi ovunque la sinistra perde a favore di destre e populismi.

Personalmente ritengo che tutte le questioni che ho elencato contengano, almeno in parte, la ragione della sconfitta. Ma se c’è una sconfitta c’è un vincitore. In questo caso i vincitori sono due: la destra a guida Salvini e il populismo a guida Grillo. Per quanto riguarda la destra (o centrodestra) il fatto nuovo è il successo della Lega, ma l’alternanza Destra-Sinistra è stata per anni – sinché è durato Berlusconi – la caratteristica della seconda repubblica. In qualche modo gli ultimi tre governi di centrosinistra ne sono stati il compimento.

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Diverso è il discorso sui Cinquestelle. Nonostante l’immobilismo della amministrazione Raggi a Roma e i problemi in altre situazioni locali, i Cinquestelle hanno ottenuto una grande vittoria elettorale. L’accanimento (anche eccessivo) degli avversari politici, ma anche di molti mezzi di informazione, contro le cattive perfomance grilline, sembra abbia ottenuto l’effetto opposto. Ci conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che il fine dell’elettore catturato al populismo non è sulle cose fatte o da fare in ambito di solidarietà sociale e interesse comune e neppure sulla coerenza ed onestà, bensì sulla possibilità di sostituire al cosiddetto establishment figure “diverse” nel rapporto con le istituzioni. Ci vorrebbe un approfondito studio sulla psicologia delle masse per capire quale livello di frustrazione porti milioni di elettori grillini ad esprimere indifferenza per tutto quello che è competenza e cultura, e addirittura rabbia quando competenza e cultura sono praticate nell’ambito istituzionale.

Si discuterà molto sui quasi undici milioni di elettori del Movimento Cinquestelle. Una minima parte corrisponde al voto ondivago, collegato a contingenze ed opportunità. Una parte consistente è costituita da elettori tradizionalmente di sinistra, delusi sia per la trasformazione post ideologica dei partiti che li rappresentavano, sia per l’efficacia dell’azione politica di centrosinistra che vedono annacquata e neoliberista. Alcuni sono quelli ideologicamente più strutturati, disposti all’avventura politica pur di contrastare il Partito Democratico che giudicano ormai di destra. Altri, afflitti da problemi di lavoro o sottoccupazione, hanno abbandonato il voto a sinistra perchè non si sono sentiti più rappresentati nelle incombenti difficoltà economiche; ne è la prova la sconfitta elettorale anche della lista Liberi ed Uguali che ha preso molti meno voti di quelli che prendevano le due componenti politiche che l’hanno costituita (Sinistra Italiana e fuoriusciti dal PD). Ma la maggiore parte dell’elettorato grillino è composto da giovani con problemi di lavoro, famiglie di reddito medio-basso che vivono in condizioni periferiche (in senso lato, territoriali od urbane) e piccoli imprenditori e commercianti che si sentono oppressi dalle tasse e dal “sistema”. Questo elettorato – non è un caso che sia distribuito soprattutto al sud – è un corpo elettorale culturalmente fragile e permeabile. Ed è su questo corpo elettorale che il Movimento costruito da Casaleggio e Grillo ha concentrato la sua azione studiata ed applicata con formidabili mezzi di comunicazione in rete.

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Lo strumento del web applicato scientificamente è l’arma letale del Movimento Cinquestelle. Consente di entrare in tutte le case, di dialogare singolarmente con milioni di persone, di incontrare e fare incontrare tra loro centinaia di migliaia di giovani, di facilitare sfoghi e discussioni, di creare illusioni. Persino di aprire le porte del potere politico con pochi voti di consenso. La misteriosa piattaforma Rousseau, il Blog di Grillo, ora anche il Blog delle Stelle, ma anche tutti i social con migliaia di pagine Facebook e Twitter, costituiscono una armata impressionante che polverizza qualsiasi altro mezzo di comunicazione. L’impegno della sinistra sotto campagna elettorale di incontrare gente nei gazebo in molti angoli della città, di presidiare le piazze in periferia e distribuire volantini, per quanto apprezzabile, fa sorridere. E’ come il volo di una mosca in una gabbia di elefanti.

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La voce del web che è partita da Grillo, Casaleggio e, oggi, anche dai leader Cinquestelle, ma si diffonde ed amplifica con milioni di voci, come un mantra urlato ha parlato di politici ladri, istituzioni malate, governanti affiliati alle banche, giornalisti servi del potere, intellettuali corrotti. Il linguaggio nei social è stato senza remore, esplicito nella volgarità e nell’offesa, volutamente scorretto. Le informazioni sempre portate all’estremo, talvolta false. E’ la pratica dell’odio, promossa, diffusa, moltiplicata. Ha colpito personalmente i rappresentanti delle istituzioni, soprattutto le donne; ma è penetrato anche nel privato del nostro smartphone. Talvolta il contagio si è trasmesso ad altri mezzi di comunicazione, la televisione ad esempio, attraverso giornalisti ed opinionisti d’assalto pagati per fare ascolto nei talk show. Non si è salvato neppure chi, subendo questo massacro, ha creduto di rispondere con le stesse armi, richiamando vere o presente colpe dell’avversario, perché ha sparato con una pistola ad acqua ed ha finito per fare il gioco dell’avversario.

Credo che questo aspetto della competizione politica dei Cinquestelle sia stato sottovalutato o messo in evidenza troppo tardi. La sinistra dovrà fare l’autocritica più dura e profonda della sua storia recente, ma non potrà omettere la considerazione che l’uso di massa, forsennato, cinico e talvolta violento degli strumenti di comunicazione del Movimento di Grillo-Casaleggio abbia non solo profondamente inquinato la società civile, il suo equilibrio e l’esito elettorale, ma si sia presentato come un pericolo per la democrazia. E ora chiedono aiuto per governare?

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Palladio architetto vicentino

note divulgative per una visita alle opere di Palladio a Vicenza

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Gioiello di Vicenza. Ricostruzione del modello in argento attribuito ad un disegno di Palladio

All’inizio del XVI secolo Vicenza si era trovata coinvolta nella guerra tra Venezia e il Sacro Romano Impero alleato con il Papa, subendo violenze e saccheggi e aveva dovuto accettare la protezione di Venezia. Così era rimasta lontana dal rinascimento artistico che aveva caratterizzato altre città italiane. Solo nella seconda metà del 1500 si ricreò un periodo di pace che portò Vicenza ad una rinascita confrontabile con i movimenti di un secolo prima. Erano gli anni, tra gli architetti, di Giulio Romano, Sansovino, Serlio e, tra i pittori, Veronese, Tintoretto e Tiziano. Andrea Palladio si trovò a sviluppare il suo pensiero e a progettare le sue opere civili più significative proprio in questo contesto.

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Palladio, nato a Padova, ma spostatosi presto a Vicenza, ebbe tre maestri, ognuno dei quali contribuì in modo diverso alla sua formazione. Il primo, Giangiorgio Trissino, era umanista, letterato, uomo di teatro, ma anche appassionato di architettura: dal Trissino Palladio acquisì le conoscenze classiche. Il secondo, Alvise Cornaro, era invece imprenditore agricolo, mecenate, ma uomo pratico che anteponeva la funzionalità alla bellezza: dal Cornaro Palladio acquisì il pragmatismo nel progettare le ville dei ricchi e colti proprietari terrieri. Infine Sebastiano Serlio, che forse Palladio non incontrò mai, ma che conobbe dai suoi libri e disegni e dal quale acquisì una visione dell’architettura al tempo stesso classica e moderna, rigorosa e trasgressiva. Quattro Libri Dell'architettura (1570)_P_gina_145Dal 1541 sino agli anni 70 Palladio visitò più volte Roma, che studiò in tre modi diversi. Innanzi tutto con i sopralluoghi e la conoscenza diretta dei monumenti antichi, tra cui particolare attenzione al Pantheon, ma anche moderni per allora, come il tempietto e altre opere del Bramante (che preferiva a Michelangelo) e  di cui misurava ed appuntava scrupolosamente dimensioni e proporzioni. Poi osservando e copiando i disegni di altri studiosi, per conoscere e memorizzare architetture antiche distrutte o poco note. Infine leggendo testi e storie di Roma, col fine di immaginare e disegnare opere anche solo descritte nei libri e mai raffigurate. Così facendo si costruì un ampio repertorio di schizzi e rilievi diretti, indiretti e immaginati che, aggiunti agli innumerevoli schizzi e disegni dei suoi progetti, gli sarebbero poi serviti per il suo trattato i Quattro Libri dell’Architettura3_quattro_libriM. In realtà l’attività architettonica di Palladio, più che dalle opere costruite, emerge dalla grande quantità di progetti disegnati ma non realizzati. La cultura e sensibilità classica lo portò spesso a ridisegnare le sue stesse opere depurandole dalle complicazioni ed irregolarità che la committenza o la costruzione avevano imposto.

Gli anni decisivi della esperienza di Palladio a Vicenza furono quelli tra il 1538 (esperienze con Trissino e Cornaro) ed il 1549, quando realizzò i suoi edifici migliori, Palazzo Chiericati e La Rotonda.

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La sua fama crebbe tanto che, al di la delle origini borghesi, venne accettato, unico architetto, nell’Accademia Olimpica di Vicenza, composta esclusivamente da intellettuali aristocratici dediti alla cultura umanistica e teatrale ma anche a manifestazioni cavalleresche e di corte. Nella sede dell’Accademia Palladio realizzò il suo terzo capolavoro vicentino, il Teatro Olimpico.

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Le Ville di Palladio sono distribuite in tre diversi contesti territoriali. Vicenza, Padova e Treviso. Oggi ne restano 19, più 20 disegni di ville non realizzate, ma comprese tra i disegni dei Quattro Libri dell’Architettura. Nell’insieme rappresentano un ampio repertorio di soluzioni architettoniche sia in termini funzionali che formali. Quasi tutte sono pensate non come residenze signorili di campagna, ma come vere e proprie abitazioni principali per la gestione delle attività agricole di aristocratici e colti possidenti terrieri. Fa eccezione La Villa Almerico Capra, detta La Rotonda (1966-70) appena alla periferia di Vicenza, che ci appare integrata alla sua collina, immersa in un paesaggio dal quale è impossibile astrarla. La Rotonda era la dimora di un prelato, non di un gentiluomo di campagna, un belvedere quindi e non una abitazione per gestire la campagna. La bellezza del paesaggio nel XVI secolo – a differenza dei giorni nostri – non era considerata quella della natura incontaminata, che invece spaventava in quanto immagine di arretratezza, bensì quella della natura coltivata, in quanto espressione di ricchezza e potere terriero. 

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La Rotonda, pianta, prospetto-sezione

Ne La Rotonda compaiono alcuni caratteri ricorrenti dell’architettura palladiana: il pronao di ingresso a 6 colonne sul fronte, sempre rialzato su basamento o al culmine di una scalinata; Il grande timpano a segnare l’ingresso; talvolta la cupola. Al contrario c’è una estrema varietà nelle finestre, talvolta spoglie o con cornici minime, altre volte di impianto rigorosamente classico. Palladio sembra recuperare l’immagine del tempio classico trasferendola nella casa. In realtà nel suo trattato spiega che tali forme derivano direttamente dalla tradizione della abitazione familiare che anticipò il tempio in quanto dimora della famiglia, primo nucleo associativo nella storia dell’umanità.

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Per quanto riguarda le tecniche costruttive, fatte poche eccezioni, le murature come le colonne e i pilastri di questa ed altre ville palladiane sono in mattoni o blocchi di pietra intonacati. La pietra in vista scolpita è impiegata solo per plinti, capitelli, fregi e scalinate. La cultura di Palladio per quanto formata su basi classiche si sviluppò con una forte personalizzazione che lo distanziò sempre di più dal rinascimento romano e fiorentino, aprendo spazi di trasgressione manierista che preparò l’avvento del Barocco. Così come Michelangelo era il cantore ortodosso della chiesa cattolica, così Palladio fu considerato l’autore della protesta. Forse anche per questo le ville in stile palladiano ebbero tanto seguito nei paesi nordici e protestanti – prima tra gli squares inglesi, poi nei paesi coloniali e soprattutto nel Nord America – diventando lo stile prediletto dei proprietari terrieri che volevano esibire una cultura umanistica.

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Quasi tutti i palazzi e gli edifici pubblici sono stati realizzati da Palladio solo in parte, quindi sono incompleti, oppure completati o manomessi da altri, secondo una prassi allora frequente, dovuta alla concorrenza tra architetti, ai tempi lunghi di costruzione e alle esigenze mutevoli. Per conoscere ogni edificio nella sua versione palladiana originale, l’unica fonte sono le illustrazioni del suo trattato. Gli abitanti in città in grado di finanziare il proprio palazzo erano per lo più ricchi vassalli di Venezia o soldati mercenari, molto diversi dai proprietari terrieri del circondario rurale, quindi maggiormente orientati ad un pragmatismo funzionale, anche se non privo di velleità culturali. Per Palladio l’incarico di maggiore prestigio nel campo degli edifici urbani fu il completamento del Palazzo della Ragione (o Basilica, 1546-49)).

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Pianta e prospetto della Basilica

L’edificio originario, di impianto tardo gotico,era stato costruito nella metà del secolo precedente con copertura in legno a carena di nave rovescia. A terra erano stati lasciati due passaggi trasversali di cui uno coincidente con l’antico cardo fondativo della città (il decumano coincide con l’attuale Corso Palladio). Fu poi aggiunta lungo il perimetro una loggia a due piani che presto crollò. Vincendo la concorrenza di altri architetti allora anche più affermati, il nostro propose di ricostruire il doppio loggiato, cimentandosi con il difficile compito di regolarizzare la scansione degli archi lungo tutto il perimetro rispettando le campate non sempre regolari dell’edificio gotico. E qui gli venne in aiuto l’invenzione di Sebastiano Serlio, detta appunto finestra serliana.

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 Questa ha la caratteristica di essere costituita da un arco centrale classico a sesto pieno che poggia su due colonne per lato, a loro volta collegate da architravi ai pilastri che definiscono la campata. Il dispositivo consente di inserire un arco secondo i rapporti classici all’interno di una specchiatura quadrata e di ripetere archi regolari di proporzioni classiche adattandosi a campate diverse in virtù della maggiore o minore distanza tra le colonne e i pilastri di campata. Il doppio sistema di logge realizzato attorno alla Basilica costituisce un involucro che ne modifica anche la spazialità interna. Il piano terra resta collegato in più punti alla piazza, al piano superiore il loggiato distribuisce la grandiosa sala gotica. In virtù della uniforme scansione dei loggiati, all’esterno la Basilica ci appare come un oggetto concluso che emerge dal sistema di spazi aperti costituiti da Piazza dei Signori, Piazza delle Biade e Piazza delle Erbe. La Basilica è L’unica opera di Palladio costruita interamente in pietra e questa è la ragione per cui la sua costruzione si protrasse per quasi 70 anni.

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L’incarico per la Basilica fu per Palladio la discriminante di due diversi periodi di esperienze (quindi prima e dopo il 1550). I primi palazzi si possono considerare la riproposizione di motivi già esistenti: la Casa Civena ripropone l’idea dei portici tipici di Vicenza dal medioevo in poi.  Similmente Palazzo Thiene, con il suo bugnato e la sua pesantezza si collega alla tradizione del palazzo rinascimentale toscano e allo stile di Giulio Romano, al quale alcune fonti attribuiscono il progetto originale.

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Palazzo Thiene, sezione

Il secondo periodo, sull’onda del successo del progetto per la Basilica, vede la realizzazione di altri palazzi di più elevata originalità che richiamano le grandi opere del classicismo rinascimentale. Palazzo Chiericati (1550), con la sua facciata caratterizzata dal quasi totale svuotamento, con colonnati che creano un plastico gioco di pieni e vuoti, quasi fosse un cortile sezionato e portato all’esterno; il palazzo, inserito in un grande spazio aperto, visibile a distanza, è una delle opere urbane di Palladio più vicine alle esperienze delle ville rurali.

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Poi Palazzo Iseppo Porto (1552), nel quale il bugnato si schiaccia e le colonne si incassano nella facciata, con un grande peristilio centrale d’ordine gigante (che ancora richiama la “modernità” della Roma bramantesca) che distribuisce due ali laterali.

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A partire dagli anni Sessanta inizia un periodo di allontanamento dalla purezza classica con la realizzazione di palazzi negli spazi compressi delle strade vicentine, ove la cortina muraria si ispessisce con ruvidi basamenti, lesene, semicolonne e balconate compresse, tutti elementi che anticipano quel momento di passaggio tra classicismo rinascimentale e barocco che è stato chiamato Manierismo. Esempi sono Palazzo Valmarana (1965-66); Palazzo Barbarano (1970-71); la Loggia del Capitaniato (1971) e infine il frammento di Palazzo Porto Braganze (1970-80).

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Proprio quest’ultimo edificio di Palladio, con la sua iconica incompiutezza, ci consente una riflessione finale che ricollega un po’ tutte le sue opere. La cultura umanistica unita ad una forte volontà innovativa dei canoni classici ed a una sapiente conoscenza tecnica, lo porta a contaminare progressivamente i partiti costruttivi dei suoi palazzi. Eppure ritroveremo sempre nelle opere urbane di Palladio il fondamento dell’architettura nell’archetipo della colonna classica suddivisa in plinto, fusto e capitello. Questa tripartizione, che costituisce l’essenza del classicismo, ritorna sempre nelle facciate dei suoi palazzi: nel pesante, alto basamento che definisce l’attacco a terra (come il plinto della colonna); nello sviluppo dell’involucro dell’edificio, (come il fusto della colonna); ed infine nel coronamento costituito da architravi e cornicioni che conclude l’edificio (come il capitello della colonna).

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Il Canaletto, Capriccio Palladiano (1745)

Per approfondire: J. Ackerman, Palladio, ed. it., Torino 1972. e L. Puppi, Andrea Palladio, opera completa, Milano 1973
Le fotografie sono dell’autore
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L’Italia degli Americani

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In Italia forse non avremmo parlato tanto di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino se non avesse avuto successo negli USA con successive nomination sia agli Oscar che ai Golden Globe. E’ un film girato interamente in Italia, ma chiaramente scritto e realizzato per il pubblico nordamericano, tratto da una sceneggiatura di James Ivory con interpreti quasi tutti statunitensi, che incrocia due generi: il cinema di “ambiente italiano” con le sue ville e i suoi paesaggi (Camera con vista di Ivory, Io Ballo da sola di Bertolucci, ecc), e il cinema nel quale un “ospite imprevedibile” mette in crisi sentimenti e sessualità consolidate (filone avviato nel’68 dal Teorema di Pasolini).

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E’ difficile parlare di questo film, perché il commento rischia di passare per “politically incorrect” sia quando positivo, perchè  storia di sesso tra un adulto e un minorenne, sia quando negativo, perché storia di sesso omosessuale. Ma un film va guardato senza moralismi né fobie. E questo è un principio valido per tutti i generi, anche quelli – oggi frequenti – in cui la violenza è la principale caratterizzazione. Ma Chiamami col tuo nome è un film di pace, ambientato nell’Italia campestre dei primi anni Ottanta, nei quali il “made in Italy” craxiano correva forte celando imprevedibili sviluppi politici. Tra le mura di una severa casa di campagna, dimora estiva di una famiglia intellettuale, in cui si suona musica e si studia archeologia tra frutteti in fiore, profumi di albicocche, fontane e laghi incantati, si sviluppano sentimenti e passioni che provocano gioie e dolori, però mai conflittuali, sempre risolti nella reciproca comprensione.

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Chiamami col tuo nome è un film che possiamo definire “idilliaco” sia per l’ambientazione che per la storia di amore e sesso che vi esplode. E proprio questo è il suo limite, perché davanti ad un presunto “idillio” oggi diventiamo tutti più attenti e pronti alla smentita. Insomma questo film mi ha fatto diventare un po’ cattivo. Così ho annotato molti difetti. Intanto la figura di uno dei protagonisti, Oliver (l’attore Armie Hammer) che sembra la traduzione maschile di Barbie, lezioso sino al caricaturale nelle movenze e nel ballo; poi l’atmosfera da “mulino bianco” che attraversa tutto il film; la palingenesi del padre, prima allegramente distratto dalle sue ricerche archeologiche, poi, nel finale, autore di un modernissimo e bel monologo sulla tolleranza e gioia sessuale (ma non eravamo nell’Italia provinciale di 35 anni fa!?).

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E poi troppe licenze di regia: le poche automobili che girano tratte da un campionario d’epoca risalente agli anni Sessanta; il vagone del treno uguale a quelli delle deportazioni degli Ebrei nella seconda guerra mondiale; il “simil bronzo di Riace” che viene estratto dal lago di Garda; e poi questi dialoghi su questioni intime recitati a distanza attorno al monumento ai caduti; il pallore dei corpi nell’estate italiana quasi sempre seminudi dentro casa; per finire con la “performance della pèsca” abbastanza incomprensibile anche per i turbamenti sessuali di un adolescente. Resta la bravura del protagonista Elio, il giovanissimo Timothée Chamelet, meritevole di un premio. Insomma tutto si può dire, tranne che Chiamami col tuo nome sia un film che non fa discutere.

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Il mistero del sogno

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Se non avessi già avuto occasione di commentare il film russo Lovelesshttps://umbertocao.com/2018/01/07/senza-amore/ – lo farei ora, confrontandolo con Corpo e Anima (titolo originale A teströl és a lélekröl) della regista e sceneggiatrice ungherese Ildikò Enyedi uscito nel 2017, vincitore dell’Orso d’oro di Berlino e candidato all’Oscar come film straniero. Premetto che i due film sono accomunati dalla appartenenza ad un linguaggio cinematografico proprio dei paesi dell’Europa orientale, nel quale prevalgono tempi lenti nei dialoghi e nel montaggio, camera fissa, campo in primo piano e controcampi fotograficamente perfetti, colori freddi, recitazioni misurate, ma intense. Ma sono due film che esprimono pensieri diversi sul tema dei rapporti umani: l’uno può essere interpretato come controcanto dell’altro.

Corpo e anima Alexandra Borbély foto dal film 5_big

Se Loveless descriveva l’incapacità di amare come causa del fallimento di ogni relazione umana, Corpo e Anima ne racconta il superamento. Il film ungherese è un apologo della scoperta dell’amore come fusione di corpi e anime, ma è anche una escursione nella psiche quando la solitudine si rifugia nel mistero del sogno. La realtà vissuta, quella “corporea” è metaforicamente rappresentata nella descrizione fotografica, cruda e spietata, della macellazione bovina, nella quale la morte è inevitabile. La realtà immaginata, quella “spirituale”, invece si identifica nel sogno di due cervi, un maschio ed una femmina, che si muovono liberi in un bosco che ci appare come un eden felice. Da una parte il colore dominante è il rosso del sangue, dall’altra il candore della neve.

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Queste due dimensioni sembrano inconciliabili ai due protagonisti rinchiusi nella stanza mentale delle loro inconfessabili inibizioni. Le loro anime non riescono ad esprimersi e a comunicare se non nel sogno. I loro corpi restano a lungo lontani. Per quanto casuale e superficiale, la sopraggiunta possibilità di interpretare un misterioso sogno comune, diventa l’avvio di un processo di autocoscienza che porterà i due protagonisti a vincere la paura del fallimento e riportare il corpo a contatto con l’anima. Sarà allora che il rosso del sangue si dissolverà nella trasparenza dell’acqua di un magico lago nel bosco. Corpo ed anima, sesso e amore, saranno finalmente uniti in un atto di dolce accoppiamento, mentre il sogno, ma anche l’eden immaginato, svanisce.

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