Good Luck, Nuvola!

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Finalmente il Centro Congressi La Nuvola ha iniziato la sua attività con la manifestazione Più libri più liberi, fiera nazionale della piccola e media editoria. Ora si può giudicare l’opera di Massimiliano Fuksas non solo dal punto di vista della sua immagine e del suo esito costruttivo, ma anche per la corrispondenza spaziale, funzionale e costruttiva alle esigenze di un grande centro congressuale e fieristico internazionale. Il giorno dell’inaugurazione della fiera ero tra i visitatori e, a prescindere da alcune questioni organizzative che non riguardano l’opera in se, ne ho tratto alcune considerazioni.

L’opera, a un anno dalla presunta fine lavori, è ancora incompleta, causa il problema della “invasione” del marciapiede di viale Europa che la costeggia sul fianco (errore di spiccato dovuto probabilmente ad alcune varianti in corso d’opera), dove si alza l’Hotel La Lama, non solo incompleto, ma invenduto e a rischio degrado. E’ ancora intercluso l’accesso da viale Cristoforo Colombo, da dove si dovrebbe accedere alle parti pubbliche esterne e sono presenti impianti e attrezzature di cantiere, per colpa dei contenziosi ancora in atto tra proprietà e appaltatori. Inoltre il protrarsi dei tempi di costruzione ha creato una situazione di prematuro invecchiamento delle sistemazioni esterne, soprattutto pavimentazioni e finiture di parti funzionali e tecniche collaterali, completate con poca manutenzione.

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Veniamo all’interno. L’ingresso doveva essere uno dei colpi più riusciti dell’idea architettonica di Fuksas: è posto sul fronte principale della gigantesca teca dalla quale traspare la celebre “nuvola”. Vi si accede scendendo lungo una monumentale scalinata. Peccato però che – almeno nella manifestazione che l’ha inaugurata – il visitatore debba accedere lateralmente lungo la scalinata infilandosi nella parte interrata, ricavata all’esterno della grande teca e sotto l’hotel La Lama. Entrato si trova alle biglietterie e lungo un percorso rettilineo nel quale trovano posto guardaroba, punti informazione, bar e servizi igienici e, procedendo in avanti, su due livelli, le sale minori ad uso dei convegni e degli incontri: un sistema distributivo rigido, una mall priva di spazialità.

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L’intero fianco della mall che separa dal vero e proprio spazio espositivo contenuto nella gigantesca teca sormontato dalla “nuvola” è costituito da un sistema continuo di porte tagliafuoco chiuse. La cosa grottesca di questo agitato primo giorno di apertura è stata vedere decine e decine di persone chiedere dove fosse la “nuvola” ed altrettante tentare la sorte aprendo ora l’una ora l’altra delle porte tagliafuoco, trovandosi di volta in volta davanti a magazzini chiusi o a servizi tecnici sbarrati.

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E quando qualcuno più fortunato trovava il varco giusto e riusciva ad entrare, veniva seguito immediatamente – come un flusso di formiche – da un nugolo di visitatori. Ora io capisco che le porte tagliafuoco debbano restare chiuse, capisco meno la mancanza di indicazioni e soprattutto non riesco a pensare che sia questa la strategia di ingresso progettata da Fuksas.

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Finalmente, dentro la “teca”, le sensazioni diventano positive. L’effetto spaziale è notevole e colpisce i visitatori. Il senso di dispersione che si provava alle prime visite con gli spazi vuoti, ora è cancellato dalla fitta presenza degli stand espositivi (di libri, peraltro!). E finalmente si può apprezzare la grandiosa hall vetrata dietro la quale compaiono i pini ed il cielo di Roma, sopra la quale incombe l’ameba bianca con le sue nervature, che a me – forse perché eccezionalmente illuminata di rosso – più che una nuvola sembrava una “razza”. Ritengo l’apparente “spreco” di superfici e cubature legittimo nel configurare uno spazio congressuale e fieristico di rilevanza internazionale.

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L’accesso ai livelli superiori, quelli entro la “nuvola”, in questa occasione era fortemente filtrato. L’auditorium era chiuso perché non utilizzato per la fiera. Gli spazi del foyer (a più livelli) erano in parte utilizzati per un temporaneo spazio conferenze e in parte chiusi al pubblico, quindi non sono in grado di valutarne la dimensione e l’uso in rapporto all’auditorium; a fronte dell’effetto spettacolare di trovarsi immersi nella gabbia luminescente, mi sono sembrati eccessivi e al momento non attrezzati. Infine una ultima considerazione. L’impatto con una prima manifestazione fieristica ha lasciato aperti alcuni problemi di organizzazione e gestione. Ma il battesimo c’è stato, ora speriamo che si chiudano al più presto i contenziosi di appalto e che si possa procedere ai necessari interventi di manutenzione e finitura. Poi speriamo in una gestione onesta e competente. Ma finalmente anche Roma ha un Centro Congressi di dimensioni e qualità internazionali. In questi anni di grigia decrescita (in)felice è una consolazione. Buona fortuna Nuvola!

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(copyright fotografie Umberto Cao)
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Sesso in un vicolo cieco (Apple Tree Yard)

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Quattro donne, l’autrice del libro originale Louise Doughty, la sceneggiatrice Amanda Coe, la regista del film Jessica Hobbs e l’attrice protagonista Emily Watson, raccontano una storia che tocca aspetti profondi della dimensione privata e della sessualità della donna in età matura. E’ una miniserie in 4 puntate – ma sarebbe meglio chiamarlo film – prodotta dalla BBC e uscita da poco in Italia su La Effe e Sky.

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Yvonne, cinquant’anni e sta per diventare nonna, ha un lavoro nella ricerca scientifica importante ma stressante, un marito apprezzato, affetti familiari turbati da un figlio difficile, complessivamente una cornice ambientale di benessere e cultura, ma anche di routine e problemi quotidiani, nella Londra di oggi. Questa è la sua vita quando si trova a vivere due esperienze estreme ed opposte di sesso: da una parte l’incontro casuale con uno sconosciuto che si trasforma in passione, dall’altra lo stupro subìto ad opera di un collega di lavoro. Yvonne è chiusa “in un vicolo cieco” – questo è anche il sottotitolo della versione italiana – nel quale si dibatte senza trovare via d’uscita né per dare spazio ad una relazione clandestina che l’appaga, né per denunciare l’orribile violenza che ha subito.

 

Tralasciando ovviamente di completare il racconto ed il suo esito finale, mi interessa sottolineare la capacità del film (probabilmente anche del libro, che non ho letto) di rappresentare i personaggi e i loro comportamenti senza moralismi né giudizi. Il tradimento coniugale, il sesso vissuto senza freni né limiti, il sesso subìto in modo vigliacco e devastante, la fragilità che ritrova forza in un nuovo rapporto, la paura di perdere dignità e affetti consolidati, ma anche il coraggio della bugia che protegge la trasgressione, sono tutte contraddizioni che affannano il nostro quotidiano e che, magari in parte e in modo meno estremo, tutti potremmo avere vissuto.

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SOSTANZA E IMMAGINE (a proposito della Tianjin Binhai Library, di MVRDV)

La Biblioteca progettata e realizzata recentemente a Tianjin, in Cina, da MVRDV ha sollevato discussioni (anche sui social media) tra gli architetti, non tanto per i suoi caratteri spaziali e formali, caratterizzati da un grande atrio circondato da un sistema seriale di ripiani che convergono verso l’alto, quanto per il dispositivo che sostituisce ai veri libri la loro immagine simulata. Infatti lungo i ripiani più alti, non raggiungibili da scale perché fortemente aggettanti l’uno sull’altro, appaiono sequenze di dorsi di libro stampate su lastre di alluminio traforate.

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A tal proposito, sul loro sito, i progettisti, dopo avere spiegato di avere avuto a disposizione solo tre anni per progettare e realizzare l’imponente opera, spiegano che il rispetto dei tempi di costruzione ha imposto di rinunciare ad una parte essenziale del progetto: l’accesso agli scaffali alti dal retro, ovvero dalle stanze dei piani superiori poste dietro l’atrio. Questa rinuncia, aggiungono gli MVRDV, fu presa dai partner locali contro il loro parere. I progettisti si augurano che la funzionalità completa della biblioteca possa essere realizzata in futuro, ma fino ad allora resteranno le immagini stampate a rappresentare i libri inaccessibili sugli scaffali superiori.

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Una prima, facile considerazione in proposito potrebbe richiamare come riferimento l’iconica Biblioteca di Boullée, dove l’intero basamento della gigantesca volta a botte è ricoperto di libri. Ma il paradossale esito dell’atrio della Biblioteca di Tianjin e la discussione che ne è scaturita pongono un quesito più ampio, che coinvolge molta architettura contemporanea e che mi consente una divagazione. Quando l’edificio tende a non esprimere solo la sua spazialità e funzionalità ma vi sovrappone un’immagine, questa possiamo considerarla una maschera? E se la rappresentazione dell’architettura è una maschera, questa maschera esprime la sostanza, il contenuto, l’istituzione, o è una connotazione estranea, liberatoria, persino conflittuale? Il mascheramento è come una pelle con una sua autonomia espressiva, oppure deve essere come la veste che modella il corpo di una statua greca: rivelarne la bellezza nascondendola?

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Il comprensibile è solo una parte della sostanza, della segreta attività dell’architetto e di tutti coloro che quell’opera hanno realizzato. Pensiamo alla sofferta espressività di Terragni nel Progetto di concorso per il Palazzo Littorio a Roma nel 1934, quando per accordare la complessità del dato funzionale contenuto nelle volumetrie ai due temi centrali dell’impegno progettuale, il rapporto con la Basilica di Massenzio e i Fori Imperiali da una parte, la celebrazione dell’istituzione politica dall’altra, sdoppia una parete dell’edificio, la sposta avanti, la sospende da terra, la appende a due travi metalliche, la incurva verso il Colosseo, ne fa un muro–sipario pronto per la rappresentazione. Ma quale rappresentazione? Da una parte la celebrazione della dittatura attraverso il podio per il Duce che si affaccia dalla fenditura scavata in alto lungo l’asse centrale del muro; dall’altra la esaltazione della invenzione del muro sospeso attraverso il tracciamento delle linee isostatiche che descrivono lo scorrere delle tensioni. Da semplice sipario il muro diventa maschera tatuata, trasmette il significato celebrativo, ma non rinuncia a dichiarare l’aspetto costruttivo del muro, esprimendo tutta la contraddizione e l’ambiguità della soluzione architettonica.

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In passato, dalla classicità antica attraverso il Gotico sino al Rinascimento, il contenuto funzionale e simbolico dell’architettura si era sempre legato alla struttura come spazio e come arte del costruire. Insieme costituivano l’essenza incontaminata ed incorruttibile della rappresentazione architettonica. Ma già alla fine del XVIII secolo, con l’Illuminismo, questa rappresentazione si distacca dalle sue ragioni materiali e costruttive: il Cenotafio di Newton di Boullee costituisce paradigma di questa sfida che incrina le certezze e l’indissolubilità della triade vitruviana. Quale è la struttura, quale la concretezza costruttiva di un progetto che resta pura immagine sospesa nella sua dimensione ultraterrena, ma fortemente rappresentativa di una istituzione umana?

E così, a seguire, tutta l’architettura “parlante” di Ledoux, dal Ponte di barche alla Casa del Direttore della sorgente alla Casa di piacere, mette in primo piano “l’apparenza” dell’architettura e il suo bisogno di comunicare il carattere istituzionale o simbolico più che funzionale. La forma dell’architettura in questo caso non descrive uno spazio, ma trasmette un messaggio, non rappresenta una funzione, ma ne sintetizza il significato in una metafora, non diversamente dal Chicago Tribune di Loos o il Chiat Day Office Building di Gehry.

Nella metà dell’Ottocento Gottfried Semper con il concetto di membrana e rivestimento e Karl Bötticher con quello di Kernform (forma nucleo) e Kunstform (forma artistica) avevano ulteriormente teorizzato l’inevitabile distinzione tra l’apparato spaziale, costruttivo e tipologico dell’architettura e la sua rappresentazione formale. Schinkel progetta la sua Chiesa sulla Friedrichswerder a Berlino proponendo come maschera interna una doppia soluzione: l’apparato gotico oppure quello classico romano, non diversamente da come Terragni per il Novocomum e Vaccaro per il Palazzo delle Poste, per tranquillizzare i committenti nel clima accademico del tempo, avrebbero camuffato i loro progetti con prospetti tradizionali, interpretando con stilemi diversi lo stesso apparato funzionale e compositivo.

Il Movimento moderno costituisce una inversione di tendenza rispetto al passato e il procedimento dell’astrazione lo conferma, perché, riducendo enfasi e retorica esalta i contenuti. Anche il conflitto tra organico e razionale, e le estreme connotazioni espressive che ne sono derivate, analizzate da Adolf Behne nel suo Der moderne Zweckbau come una questione ideologica e di linguaggio più che come diversa interpretazione dello spazio, rimane neutrale rispetto al comune convincimento funzionalista che ripristina lo stretto rapporto di dipendenza tra struttura e involucro.

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L’autonomia tra immagine e funzione, anticipata dagli architetti visionari del Settecento, negata dal Movimento moderno, torna a risuonare quando la rivoluzione informatica scopre una dimensione virtuale e una conseguente nuova visibilità che trascende i contenuti materiali. Come un fluido incontrollabile, il “virtuale” dalla sua dimensione tecnologica è scivolato nelle dimensioni quotidiane del reale, investendo l’architettura e la città, e trasformando il suo “corpo tettonico” in “corpo immateriale”, ovvero in pura immagine. Dunque se una biblioteca si identifica con il libro, trovando in una sineddoche la forza della sua rappresentazione istituzionale, che importa se i libri sono finti o veri? (*)

(*) Sul tema di questo scritto vanno ricordati il saggio di Manfredo Tafuri, Il soggetto e la maschera, scritto come introduzione ad un libro su Terragni di Eisenman nel 1978 e pubblicato sul n.20 di “Lotus International”, Electa, Milano 1978; e il libro curato da Umberto Cao e Stefano Catucci, Spazi e maschere, Meltemi editore, Roma 2001
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Gli ultimi quattro anni

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Era il 22 febbraio 2014 quando risuonava la campanella passata dalle mani dell’accigliato Letta a quelle di un euforico Renzi. Fra tre mesi saranno 4 anni e saremo molto vicini alle elezioni politiche. Sono cambiate molte cose. A livello internazionale Trump ha cancellato Obama, La Corea del Nord minaccia guerre, l’Isis è stato militarmente sconfitto ma il terrorismo è rimasto come guerra strisciante e cronica, la Brexit ha colpito l’Europa, i populismi e le destre sembrano prendere ovunque il sopravvento… A livello nazionale il Partito Democratico ha perso pezzi, il centrosinistra ha perso consensi, i Cinque Stelle e le destre sono elettoralmente cresciuti occupando comuni e regioni, è tornato in campo Berlusconi, la crisi sembra finita mentre cresce il PIL… travaglioVSferrara.mp4-2014-07-19-08h34m57s210-kRKD--640x360@Corriere-Web-SezioniAi commentatori ed opinionisti politici spetta il compito di valutare – anche da punti di vista diversi – quanto di buono o di sbagliato sia stato fatto dai due governi di questi anni, ma è innegabile che oggi il nostro paese è attraversato da una crisi della politica che poggia su due gravi sintomi tra loro interconnessi: da una parte la devianza del dibattito politico spostato dal campo degli obiettivi e delle proposte a quello della demolizione sistematica dell’avversario, e dall’altra la diminuzione progressiva del numero dei votanti alle elezioni. Basta seguire i giornali e i talk show o le pagine elettroniche di un qualunque social media per trovare pochissime idee concrete ed economicamente sostenibili a fronte di una quantità inverosimile di attacchi all’avversario, di ingiurie e di fake news; e nelle stesse pagine, dibattiti o interviste è possibile capire come oggi l’astensione dal voto coinvolga anche fasce di elettori acculturate, molte delle quali tradizionalmente orientate a sinistra.

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Vorrei provare a rimettere in fila alcuni passaggi fondamentali della recente vicenda politica nazionale cercando di non dare giudizi, ma con l’unica finalità di capire le relazioni di causa/effetto che hanno portato a questa crisi. Non si erano ancora spenti gli echi del successo elettorale dei Cinque Stelle alle elezioni del 2013, quando, poco più di un anno dopo, alle elezioni europee, Renzi con il suo PD superò il 40% dei consensi.Guerini, abbiamo vinto noi, risultato straordinario Un successo collegato ad una figura emergente che aveva saputo rinnovare i quadri dirigenti del partito. Ma fu una “vittoria di Pirro”, dovuta alla innegabile presunzione di Renzi, perché proprio da quella vittoria è iniziata la sua caduta. Mentre infatti il suo governo di centrosinistra operava su molti piani e con una certa tempestività sul lavoro, sulla scuola, sui redditi bassi, sui diritti civili, sulla giustizia, ecc… per cercare di riallineare l’Italia al resto d’Europa, il Presidente del Consiglio Renzi si concentrava su due riforme ritenute fondamentali: la riforma elettorale, necessaria per sostituire il “Porcellum” e garantire governabilità, e la riforma costituzionale, opportuna per rendere più agile e funzionale il Parlamento. 204208327-1a6e4e42-4489-408a-853c-a0140be2f3a3E qui Renzi commise due gravi errori. Il primo sulla legge elettorale: puntò sulla fragile alleanza con Forza Italia e, invece di aprire un più ampio dibattito parlamentare, subì la marcia indietro di Berlusconi, facendo approvare con la fiducia una legge che poi sarebbe stata dichiarata incostituzionale. Il secondo errore, colossale, sulle riforme costituzionali: invece di portare avanti separatamente i cinque punti della riforma (cfr: https://umbertocao.com/2016/10/14/ce-chi-dice-si/ ) evitando di “politicizzare” questioni che, sebbene osteggiate da alcuni costituzionalisti, non erano malviste C_2_articolo_3042955_upiImageppdalla maggioranza delle forze politiche, ha trasformato il referendum costituzionale in un referendum sulla propria persona. Per di più proprio in quei mesi si acuiva il conflitto con la “vecchia guardia” del partito sempre più emarginata da decisioni e responsabilità. Come si dice, “andarono tutti a nozze” e Renzi fece il “botto”, perché la minoranza del suo partito, già in agitazione per alcuni provvedimenti di legge sul lavoro, prese una posizione durissima proprio contro il referendum saldandosi con le opposizioni delle destre e dei Cinque Stelle. Tutti contro Renzi, dunque, e Renzi cadde insieme al 60% dei no al referendum. Da allora il conflitto politico assunse toni oltremodo aspri.

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Il nuovo governo Gentiloni – sostanzialmente la prosecuzione del governo Renzi – è nato mentre dal PD usciva un folto gruppo di parlamentari, e si è trovato in una tempesta politica gestita dalle opposizioni di ogni colore che, sull’onda della vittoria al referendum, continuavano ad accanirsi contro il Partito Democratico. Fallimenti e salvataggi delle Banche, scandalo Consip, problema delle immigrazioni visto da destra (“basta con gli immigrati”) e da sinistra (“basta con i respingimenti”), nuova legge elettorale approvata in extremis, ius soli e fine vita, jobs act da cancellare, destra razzista in piazza, alleanze fallite, tutto apre conflitti e rischi per un governo che sembrava avere un diffuso consenso. Tutto questo sarebbe un legittimo scontro democratico se le ragioni del contendere fossero idee e proposte.internet-e-bufale-827342 Invece prevale l’attacco all’avversario con la ricerca di occasioni per trascinarlo nel fango. I leader vengono sbeffeggiati per la loro ignoranza o saccenteria, per la timidezza o l’arroganza, per l’età o la bellezza (se donne), per ogni presunto legame con il malaffare, sui giornali di parte, nelle vignette o performance di comici televisivi, sui social media, nelle fake news. Si critica il tifo estremo negli stadi, ma il “tifo” spostato nella politica è molto peggio e allontana ulteriormente l’interesse per la cabina elettorale.

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Una grossa responsabilità va addebitata alla antipolitica e allo slogan “i politici sono tutti ladri”. Tutto cominciò con il “vaffa” di Beppe Grillo, ma allora c’era ancora un po’ di ironia, oggi è tutto tremendamente serio.

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Tra due guerre.

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Il regista di Last Flag Flaying, presentato in anteprima il 28 ottobre alla Festa del Cinema di Roma  e in uscita a novembre, Richard Linklater, è anche l’autore del celebre Boyhood, il film lungo 12 anni (di riprese) che vinse molti premi tre anni fa. Questo film del 2017, ambientato nel 2003 nel vivo delle menzogne della amministrazione Bush, si presta a diverse letture: è un road movie che racconta il ritorno a casa del corpo di un marine USA morto in Iraq; è uno sguardo sulla condizione dei soldati americani in guerra; è la storia di una amicizia che lega tre uomini di mezza età accomunati dalla esperienza della guerra nel Vietnam; è un divertente contraddittorio sulla fede religiosa.

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Tre bravi attori, tra cui spicca l’interpretazione eccezionale di Bryan Cranston, già protagonista della fortunata serie Breaking Bad, caratterizzano personaggi nei quali la rabbiosa sofferenza del ricordo della guerra nel Vietnam si alterna alla gioiosa complicità per le trascorse avventure da “maschi”. Ma il legame più forte è proprio quello di avere partecipato insieme ad una guerra lunga e cruenta nella quale unico mezzo di sopravvivenza mentale era il rifugio nella anestesia delle droghe. Schiacciati tra i ricordi atroci di una guerra passata e la cruda evidenza di una guerra in corso che restituiva il corpo di un figlio, i tre ritrovano l’equilibrio perduto e la speranza per il futuro davanti alla bara del soldato morto.

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La tonalità del film rispecchia i diversi piani del racconto, adattandosi ai caratteri e ai sentimenti di tre personaggi molto diversi tra loro: il padre, rinchiuso nel dolore per la morte dell’unico figlio, il sacerdote nero rigenerato dalla sua donna e dalla fede, e il barista, restituito dalla guerra ad una vita solitaria e scomposta. Dal ripetuto confronto tra queste anime tanto lontane, ma vicine come testimoni di guerra, il film trasmette emozioni, alternando commozioni e sorrisi.

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Lo stadio e il suo territorio

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Qualsiasi legislazione democratica, ma anche il buon senso, ritiene ingiusto punire un gruppo o una comunità intera per una colpa od un reato commesso all’interno di essa, qualora non siano stati individuati i reali responsabili. Da questo vorrei partire, ma con una premessa: quanto accaduto nello stadio Olimpico di Roma alla fine di Ottobre durante lo svolgimento di una partita di calcio con il rinvenimento di adesivi che richiamavano orrendi slogan antisemiti, con l’utilizzo – oserei dire “blasfemo” – della immagine di Anna Frank, che dell’antisemitismo rappresenta una figura iconica, è stata una performance disgustosa, che rispecchia un estremismo di destra tanto imbecille quanto pericoloso. Gli autori lo praticano nei contesti del degrado sociale e culturale, ma lo esportano spesso negli stadi.

Ciò detto, vorrei parlare più a fondo delle passioni che esplodono in uno stadio di calcio. Ho frequentato lo Stadio Olimpico di Roma quasi ininterrottamente nella mia vita. Anzi ricordo persino il vecchio Stadio Torino degli anni cinquanta, quando, bambino di 6 anni seduto sulle ginocchia di mio padre abbonato della Lazio, ho assistito alla mia prima partita di calcio. Negli anni, sulle gradinate dello stadio ho visto di tutto: dalle “scazzottate” tra tifosi non solo di squadre avverse ma anche a causa di punti di vista diversi, sino ai petardi lanciati in direzione dei tifosi avversari; dalle invasioni di campo agli scontri con la polizia tra i lacrimogeni; dalle esibizioni di striscioni o simboli beceri alle più crudeli ingiurie contro gli avversari. Ma soprattutto ho visto tante bandiere colorate, le incredibili scenografie che riempiono le curve, il canto che accompagna l’ingresso dei giocatori in campo, l’urlo feroce per l’errore di gioco, il coro di fischi all’avversario e la gioia incontenibile del gol.

In questi giorni si è parlato e scritto di tutto. In particolare molti hanno reclamato la necessità che nello stadio governi lo stesso ordine civile che abbiamo (o dovremmo avere) negli altri luoghi pubblici. Mi spiace, ma questo non sarà mai possibile. Chi lo chiede e chi lo ritiene attuabile non è mai stato o non ha capito cosa è uno stadio e non ama il calcio. Lo stadio, si dice, deve essere aperto alle famiglie per passarvi due ore di una domenica tranquilla. E’ difficile, forse lo potrebbe essere in alcuni settori riservati, certamente non nelle curve, dove la pressione dei corpi compatti esalta la passione popolare senza freni.

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E’ impossibile che il tifo organizzato nelle curve non sia padrone del territorio, anzi, è impossibile che non consideri questo territorio uno spazio libero. Ed è facile che in questo spazio libero si muovano gruppi che vi importano ideologie perverse e violente praticate altrove e cerchino il controllo del territorio, ovvero della curva. Costoro vanno individuati e cacciati. Ma reprimere e allontanare le passioni dello stadio come strumento per debellare le squadracce minoritarie sarebbe proprio quell’atto ingiusto di cui scrivevo nell’incipit di questo scritto. Punire tutti i tifosi di una squadra chiudendo le curve o l’intero stadio (come poi realmente accade) sarà un atto che certamente placherà i cantori del buon senso e del politicamente corretto, ma piacerà anche ai tifosi delle squadre di calcio avverse, cui, inutile nasconderlo, appartengono molti dei giornalisti che in questi giorni ne hanno scritto.

(vignette sul caso degli adesivi antisemiti allo stadio)

Per questo il disgusto per gli adesivi razzisti rinvenuti nella curva sud dello Stadio Olimpico di Roma nel mio caso ha lasciato il posto al fastidio ed al dissenso per molte delle cose scritte, dette e disegnate, inclusa la discutibile strumentalizzazione della figura di Anna Frank.

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Nico 1988, tra sofferenza e riscatto

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Praga, 1987. Christa Päffgen, in arte Nico, entra in scena nella piccola sala di un teatro buio e malmesso della Cecoslovacchia comunista, per cantare clandestinamente davanti ad una platea di giovani. Non è riuscita a trovare l’eroina con cui suppliva all’energia persa in anni difficili. E’ in crisi di astinenza, ma decide di cantare ugualmente. Parte “My Heart is Empty” ed è una carica di energia per lei e per il pubblico, la droga musicale con cui finalmente Nico trova il suo riscatto e presto ritroverà il figlio.

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E’ il momento topico di Nico, 1988, un film difficile, preparato a lungo, scritto e diretto da Susanna Nicchiarelli sugli ultimi due anni di vita della ex cantante dei Velvet Underground. Nico nel film dice di avere toccato sia il limite più alto che quello più basso della vita. E il film si muove dentro questi due estremi. Un film non facile anche per la protagonista sempre in scena, Trine Dyrholm, impegnata a trasmettere scarti di umore, scanditi da depressione, rassegnazione, esaltazione, aggressività e finalmente un ritrovato equilibrio. Prima di morire, accidentalmente, a 49 anni.

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Nel film la musica non è solo una eccezionale colonna sonora, ma anche la spina dorsale del racconto. Ogni brano musicale evoca lo stato d’animo della Nico ormai lontana dai successi internazionali dei Velvet Underground, ma sempre più “underground” e più vicina alle proprie convinzioni musicali. Rivolta ad un pubblico ristretto ma appassionato, suona e canta la propria vita e i propri tormenti.

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Il film è girato e montato con ritmi intensi, anticipati da lampi di fotogrammi del passato, in un formato, il 4/3, oggi forse sgradevole e un po’ claustrofobico, ma che ci riporta agli anni Ottanta, quando la musica iniziò a fondersi con le immagini colorate dei videoclip. Dunque Nico, 1988, che ha vinto a Venezia il Premio “Orizzonti” è un film da vedere, ma anche da ascoltare, perché Trine Dyrholm non è solo una brava attrice, ma anche una grande voce, che fa rivivere la musica di Nico con una personalizzazione che la rende ancora affascinante ed attuale.

 

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