Unica arma il colore della pelle

 

 

Alla Festa del Cinema di Roma che si svolge in questi giorni, mi è capitato di vedere due film statunitensi, entrambi di autori neri ed entrambi tratti da omonimi romanzi, che presentano tematiche simili: i giovani neri, l’amore, la polizia che li perseguita, la giustizia che non li difende, la famiglia come rifugio. Sono If Beale Street Could Talk (Se la strada potesse parlare) e The Hate U Give (L’odio che ci date). Tematiche proprie degli States da decine di anni, ma che che oggi riacquistano intensità nel clima truce e divisivo dell’America di Trump. Ma sono attuali anche da noi, sia per i toni di xenofobia che stiamo vivendo, sia per la vicenda Cucchi e altre simili che richiamano comportamenti violenti della Polizia rimasti pressoché impuniti, sia per l’incombente rischio di una liberalizzazione dell’uso difensivo delle armi.

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If Beale Street Could di Barry Jenkins (Moonlight), ambientato nella Harlem degli anni Settanta, può essere definito un raffinato film “melò”. La famiglia è l’ambito di protezione di una vita difficile e di condivisione delle difficoltà, una sorta di muro difensivo che respinge il mondo dei bianchi. Ma al di la di quel muro due giovani innamorati, uniti in un legame che sembra più forte di tutto, si trovano a lottare contro una diseguaglianza sociale ed economica che affonda le sue radici nel razzismo ancora diffuso. Così l’affannosa ricerca di una casa negata dai proprietari bianchi diventa il prologo di un dramma ancora più forte che nega il diritto al futuro. Ma l’amore, finemente rappresentato nella sua casta intensità, consente di riscattare la sofferenza per l’ingiustizia e trova nella nascita di un figlio la speranza del ritorno alla vita.

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The Hate U Give di George Tillman Jr. (The Inevitable Defeat of Mister and Pete; The Longest Ride) potrebbe invece essere definito un film politico nella tradizione cinematografica del riscatto afroamericano, se non fosse che la figura complessa della giovane protagonista apre diversi scenari di lettura. E in questo caso occorre ricordare il libro (trad. it. Il coraggio della verità) scritto da una giovane donna nera, Angie Thomas, al quale il film resta aderente. Il titolo viene da un acronimo di Tupac Shakur, “THUGLIFE: The Hate U Give Little Infants Fucks Everyone”, l’odio che circonda i bambini avvelena la società”. La scrittrice si è ispirata all’omicidio di Oscar Grant, un ragazzo nero disarmato, da parte di un poliziotto, nel 2009, notte di capodanno, ad Oakland.

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La sensibilità della giovane scrittrice, bene tradotta in film dal regista Tillman, si riversa nella figura della sedicenne testimone dell’assassinio, raccontandone la presa di coscienza di “nera” e il transito nella maturità. La tragedia della uccisione dell’amico abbatte la maschera adolescenziale che la giovane si era imposta per vivere amicizie ed amori sentendosi “bianca”, e la riporta alla sua reale condizione di “diversa”.

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Ma la narrazione non si riduce alla semplificazione dei neri come vittime e dei bianchi come carnefici, suggerendo invece come l’odio che nasce dalla emarginazione e diseguaglianza sia il vero fattore di disagio e di conflitto. C’è l’odio dei poliziotti che vedono in ogni nero un potenziale nemico armato e sparano a prima vista – molto belle le parole del padre della ragazza: “è impossibile per un nero essere disarmato se la propria arma è il colore della pelle” – e c’è l’odio del nero che dalla propria emarginazione ha trovato giustificazione per pratiche illegali come lo spaccio, oppure violente come la rappresaglia. Così, senza dichiararlo apertamente, il film ci trasporta dalla guerriglia tra neri e polizia ad una speranza di pacificazione futura. E ancora una volta i giovani con la loro capacità di esprimere amore sono l’unica possibilità.

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Unità e memoria storica per l’Europa

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Il 5 Marzo scorso su questo blog, a caldo dopo la sconfitta elettorale delle sinistre, esponevo 10 punti su cui discutere. Richiamo letteralmente quanto scritto:

10 punti

La discussione c’è stata, le risposte e le proposte meno. Ma in questi sei mesi si sono aperte altre questioni:

Il PD, spinto da Renzi, ha rifiutato di discutere con il M5S la possibilità di formare congiuntamente un governo, e così è nato il Governo M5S – Lega.

Il PD ha rinviato il congresso al 2019, con la conseguenza che non ha ancora una leadership condivisa. Il resto della sinistra pratica una opposizione ambigua, vicina alla parte grillina e lontana da quella leghista, ma continuando a considerare il PD bersaglio principale della propria azione politica.

Salvini e la Lega, combattendo l’immigrazione, hanno assunto l’egemonia su di Maio e M5S, superandolo nel consenso popolare.

La sinistra nel suo complesso continua ad affrontare il problema dell’immigrazione su un piano di solidarietà etica, senza avanzare proposte concrete in termini di integrazione.

Il Governo gialloverde sviluppa un programma, chiamato “contratto”, che si basa su una spartizione delle risorse finalizzato alla attuazione delle rispettive promesse elettorali. Gli alti costi necessari determinano un aumento del deficit di bilancio e del debito pubblico.

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Sul primo punto ritengo che il PD avrebbe dovuto accettare il dialogo con il M5S, ponendo dure condizioni per un accordo fondato su alcuni principi fondamentali come i diritti civili, la solidarietà ed eguaglianza sociale, la razionalizzazione-integrazione dei fenomeni immigratori, gli investimenti in infrastrutture, il lavoro e la fedeltà all’Europa. Non è stato fatto. Però, mancando un leader forte, difficilmente il PD sarebbe stato in grado di gestire la trattativa, e altrettanto difficilmente il M5S avrebbe rinunciato alle sue promesse elettorali di assistenza sociale, riduzione dell’età pensionabile e cancellazione di molti provvedimenti attuati dai governi di centrosinistra. Ma soprattutto difficilmente il M5S avrebbe considerato inviolabili i principi – anche economico-finanziari – che regolano l’Unione Europea.

Elezioni politiche 2018, la sala stampa del Partito Democratico

Sulla leadership non mi sembra che il PD abbia fatto sostanziali passi avanti. Il congresso sembra fissato per gennaio 2019 con l’elezione del nuovo segretario attraverso le primarie. Nella situazione attuale non credo che le primarie possano avere il peso politico del passato, anzi potrebbero incrudelire il dibattito e non portare ad un segretario unitario. Non appena si apre una ipotesi di confronto, subito si spegne, mentre il ruolo di Renzi resta ingombrante ed ambiguo.

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Sul terzo punto c’è poco da aggiungere. La patina di sinistra di una parte delle proposte del M5S si dissolve nel momento stesso in cui il Movimento condivide le scelte politiche del suo alleato di destra: che senso ha il reddito di cittadinanza, misura contro la povertà, se accompagnata da un condono fiscale e da una flat tax che premiano la ricchezza?

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Sull’immigrazione i governi di centrosinistra hanno perso consenso non tanto per le scelte di Minniti orientate a ridurre le partenze (favorendo indirettamente la permanenza degli esuli nei lager libici), quanto perché non è stata fatta per anni alcuna reale proposta di integrazione dell’immigrato. Dopo essere stato accolto e coperto da una provvisoria assistenza, il richiedente asilo è abbandonato al suo destino. E’ mancato il coraggio di legiferare in proposito, creando specifici posti di lavoro entro apposite strutture (cooperative, ad esempio). Solo il lavoro può creare le basi per una reale integrazione, lo dimostra la vicenda di Riace. Vaganti geograficamente e dispersi socialmente, gli immigrati sono visti dalla gran parte della gente non solo come problema, ma come pericolo.

Lampedusa, sbarco immigrati clandestini dalla Tunisia.

Poco sono in grado di aggiungere in merito all’ampliamento del deficit oltre gli accordi europei rispetto a quanto viene cupamente predetto da moltissimi economisti. Personalmente credo che, nei fatti, l’applicazione del reddito di cittadinanza tarderà ad essere attuata per svariate ragioni (centri per l’impiego, norme anti truffa, vincoli e conteggi complicati, ecc…) e la flat-tax sarà a lungo applicata solo a piccole imprese e a lavoratori autonomi entro limiti di reddito.

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Oggi è inutile rimpiangere gli errori o le occasioni perdute. Mentre i partiti di sinistra e di centro brancolano nella confusione e quelli di destra trovano riparo sotto le ali del successo leghista, si stanno costituendo decine e decine di movimenti ed associazioni di protesta sociale, volontariato laico o cattolico, indirizzo culturale o economico-finanziario, ecc… che, magari localmente o su temi ed occasioni specifiche, in ordine sparso e con distinzioni ideologiche, sembrano concorrere verso una rifondazione di alcuni valori civili prima ancora che politici. A primavera ci saranno le elezioni per il Parlamento Europeo. C’è il rischio di una vittoria delle destre nazionaliste e la conseguenze trasformazione dell’Unità Europea in una Europa di stati sovrani alleati. Che è una cosa ben diversa.

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Così, radunando le idee e le forze in campo, liberando le energie e le intelligenze intrappolate in un liberismo estremo che sta divorando se stesso, sacrificando l’astrazione ideologica, ma non i valori, proprio la scadenza elettorale europea potrebbe essere l’occasione per la costruzione di una larga alleanza – Cacciari, Cuperlo, Bonino ed altri la chiamano “Nuova Europa” – fondata sulla memoria storica della democrazia e del socialismo europeo, spinta verso un riformismo che sappia ridefinire il concetto di “progresso” e di “modernità” e rendere il cambiamento sostenibile nel mondo del lavoro. Questa alleanza dovrebbe confluire nel gruppo del Partito Socialista Europeo. I partiti europei che vi aderiscono, però, dovrebbero unificare alcuni paradigmi fondamentali delle loro finalità politiche in almeno quattro campi: lo statuto dei lavoratori; il sistema fiscale; i diritti civili; i fenomeni migratori. Si andrebbe così a costituire non un semplice gruppo parlamentare, ma un embrione di quell’Europa alla quale per anni, dal trattato fondativo di Roma a quello di Maastricht, avevamo creduto e che, come punto di arrivo, avrebbe dovuto aspirare ad una reale unificazione politica.

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Non dipende solo da noi, ma anche e soprattutto dalla politica che ci rappresenta e che dovrebbe interpretare la voce dei movimenti e delle associazioni. Ma se questa rappresentanza politica non lo capisce e resta frammentata ed ancorata alle diatribe interne o alle illusioni ideologiche, andrebbe incontro ad un ennesimo fallimento.

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UNA MOSTRA (QUASI) TRADIZIONALE. La Biennale Architettura 2018, Venezia.

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Sono passati più di tre mesi dalla apertura della Biennale di Architettura 2018, curata da Yvonne Farrel e Shelley McNamara (Grafton Architects). Se ne è parlato e se ne è scritto molto. Io l’ho visitata tardi, solo i primi di settembre, ma ne propongo una illustrazione complessiva, utile per chi ancora non l’abbia visitata (chiude il 25 Novembre).

Dopo il “Reporting from the front” (2016) del cileno Aravena, indirizzato ad una ridefinizione degli orientamenti architettonici in termini sociali ed ambientali, che a sua volta fece seguito alla chiassosa, ma divertente ed innovativa mostra del 2014 di Koolhaas sui “Fundamentals” dell’Architettura, le due curatrici irlandesi ci hanno proposto una mostra di carattere sostanzialmente tradizionale, tematizzata attorno alla parola chiave “Freespace”. E’ stato un messaggio-manifesto di libertà che, sia nella sezione delle Nazioni (Giardini), sia in quella degli inviti personalizzati (Arsenale), ha lasciato ampia libertà agli espositori. Come nelle edizioni precedenti la mostra è stata interpretata in due modi diversi: da una parte attraverso una installazione, dall’altra – la più numerosa – attraverso l’esposizione di progetti.

Ho già avuto modo di scrivere che negli allestimenti la distanza tra Biennale d’Arte e Biennale di Architettura (che si alternano ogni anno) si va progressivamente riducendo, proponendo quest’anno installazioni che stimolano emozioni sospese tra architettura ed arte, soprattutto ai “Giardini”, nella Sezione delle Nazioni. Tra le più riuscite, il Giappone (foto a sinistra) che ha proposto uno spazio bianco tappezzato di splendidi disegni e grafici di vita e realtà urbana; la Svizzera (foto al centro), che ha giocato sul disorientamento spaziale alterando i rapporti di scala tra uomo e spazio della casa; la Gran Bretagna (foto a destra), che ha svuotato il suo padiglione e lo ha trasformato in una isola sommersa da impalcature, con l’invito a salire in copertura dove appare lo spazio libero ed orizzontale della laguna; l’Olanda che ha presentato un ambiente con armadi e sportelli che rivelano punti di osservazione sul rapporto tra i bisogni dell’uomo e la dimensione cibernetica che lo condiziona; infine i Paesi nordici, che, nel bellissimo padiglione di Sverre Fehn hanno fatto “respirare” tre enormi bolle d’aria a significare il contrasto architettura-natura.

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Paesi Nordici

Sempre tra i padiglioni nazionali sono più numerose le interpretazioni del tema con l’esposizioni di disegni e plastici di architettura. La Germania racconta le trasformazioni (realizzate e no) di Berlino dopo la caduta del muro; analogamente il Brasile espone progetti che si oppongono a preesistenti spazi di separazione ed esclusione; sia la Spagna che la Francia tappezzano le pareti con una molteplicità di disegni di architettura, proponendo il caos figurativo come metafora di occupazione di uno spazio libero. Nel Padiglione centrale dei Giardini le due curatrici hanno invitato architetti affermati di diverse età ad esporre le loro opere sul tema-manifesto della mostra, riservandosi però uno spazio per selezionare 16 opere di architettura di pregio, proponendole ad altrettanti architetti come oggetto di osservazione e illustrazione. Nell’idea era una operazione di scambio intellettuale, nei risultati un calderone confuso di plastici e disegni.

Il Padiglione Italia (foto sopra), ormai stabilmente collocato all’Arsenale e affidato quest’anno a Mario Cucinella, merita una specifica considerazione. Personalmente ritengo indovinata la scelta di guardare ai nostri territori e borghi dispersi tra le montagne alpine e appenniniche e meno noti al turismo di massa. Didascalica, ma utile ed efficace, è l’idea espositiva di aprire le pagine di un immaginaria guida dell’”Arcipelago Italia”. La seconda parte della mostra è dedicata ad illustrare alcune sperimentazioni progettuali condotte da gruppi di lavoro costituiti da studi professionali e università per risolvere i problemi di emarginazione, degrado ambientale o danno sismico, subìti da alcuni di questi luoghi. Come sempre in questi casi diventa difficile per l’architetto visitatore astrarsi da un giudizio (inevitabilmente soggettivo) anche sulla qualità e validità dei progetti. Dirò solo – conoscendo bene la situazione dei luoghi – che forse per quanto riguarda l’intervento su Camerino devastata dal terremoto di due anni fa, il carattere sperimentale e monumentale delle proposte non era nella tonalità giusta rispetto alle urgenze della ricostruzione.

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E veniamo agli spazi dell’Arsenale dove la tematizzazione del curatore in genere è più forte. Ma le curatrici di questa edizione vi hanno rinunciato – forse una debolezza, forse un merito – lanciando il loro manifesto “Freespace” e limitandosi ad elencare e numerare gli espositori invitati, ai quali, salvo rare eccezioni, era stato assegnato un “intercolumnio” che doveva lasciare sempre visibile la continuità lineare delle Corderie (oltre trecento metri). Ogni espositore disponeva di un cartello con alcune righe di illustrazione della propria idea di “Freespace”, anticipato dalla motivazione dell’invito firmata dalle curatrici.

Anche qui, come nei padiglioni nazionali, alcuni ricorrono a sintetiche installazioni, altri – e sono la maggioranza – alla esposizione di progetti di architettura. In generale hanno preferito esprimersi attraverso installazioni gli architetti e gli studi più affermati (o anziani): Alvaro Siza (foto a sinistra), che accoglie il visitatore dentro una recinzione e una scultura candide e incompiute; Kazuyo Sejima (al centro) che invita a girare attorno ad un impenetrabile sistema di cilindri diafani, sintesi concettuale di tanti suoi progetti; Toyo Ito (a destra) che propone uno spazio di sosta circondato da vibrazioni luminose; Moneo, che invita a riflettere sulla sua esperienza progettuale della celebre piazza di Murcia; infine Olgiati che nel terminale delle Corderie moltiplica le colonne.

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Installazione di Olgiati

Ci sono poi installazioni in movimento (Proap Global, Riccardo Blumer) e vistose esagerazioni di dubbio gusto (Botta con gli esercizi dei suoi studenti, Alison Brooks e John Wardle con improbabili “archisculture” in legno). Tra i numerosi progetti esposti, una sosta più lunga meritano Diller Scofidio+Renfro (sotto a sinistra) con la loro Scuola di Medicina alla Columbia, magistralmente illustrata attraverso una doppia ripresa video con droni che ne percorrono contemporaneamente lo spazio esterno ed interno; il gruppo cinese DNA Design and Architecture (sotto a destra) che espone progetti di architettura integrati nel paesaggio; le bellissime tavole di Angela Deuber; e, per la sua estrema semplicità, l’asilo nido di Tezuka Architects.

 

Come sempre, dopo una visita alla Biennale di Architettura di Venezia non è facile esprimere un bilancio complessivo, essendoci sempre spunti di rilevo e cadute di tono. Yvonne Farrel e Shelley McNamara hanno scelto una impostazione sostanzialmente tradizionale, che, da una parte restituisce al progetto di architettura la sua responsabilità e dignità rispetto alle trasformazioni del mondo contemporaneo – e certamente oggi, in Italia, come architetti e come uomini di cultura, di questo abbiamo bisogno – dall’altra non suscita eccessive emozioni nel più ampio pubblico dei “non addetti ai lavori”.

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Tavole di Angela Deuber

 

 

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La maledizione dell’”occhio per occhio” (Fauda, serie TV)

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Sulle pagine di questo blog ho parlato spesso di serie televisive, convinto che, se di qualità, siano cinema nel senso pieno della parola. Quelle di produzione israeliana hanno avuto molto successo, sin dalle due più celebri Prisoners of War, da cui è nato il remake statunitense Homeland, e Be Tipul rieditato in USA come In Treatment da Fox e anche in Italia da Wildside. Nel 2015 è uscita su Netflix la prima stagione della serie israeliana Fauda (“caos” in arabo) e nel 2018 la seconda. Bene sceneggiata, con una ottima regia e validi attori, Fauda, che appartiene al genere “thriller di spionaggio” merita alcune considerazioni riguardo ai suoi contenuti.

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Va detto subito che, trattando del conflitto tra Israele e Palestina e in particolare di gruppi armati che si combattono ferocemente, il punto di vista è quello israeliano, ovvero del popolo ebraico che si difende dagli attacchi palestinesi. Ma gli autori della sceneggiatura (tra cui Lior Raz, che è stato realmente nelle forze speciali israeliane ed è anche il protagonista della serie) ci propongono simmetrie di attacco e difesa secondo la logica dell’”occhio per occhio”, che non suscita troppe simpatie nè per l’una nè per l’altra parte.

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Lo scenario schiera da una parte il ministero della difesa israeliano, dall’altra l’autorità nazionale palestinese; sono due entità contrapposte che cercano il dialogo e, per quanto possibile, evitano scontri e violenze. Poi, a livello di “intelligence armata” ci sono da una parte le forze speciali israeliane che controllano il territorio e dall’altra Hamas che ne difende, anche con violenza, l’autonomia; ma anche questi due schieramenti dialogano tra loro ed evitano che le situazioni degenerino. Infine – e su questi è concentrata la storia – si combattono, da parte israeliana, una “unità di difesa” (in ebraico il gruppo Mista’Arvim) composta da una mezza dozzina di infiltrati sotto copertura, che parlano perfettamente l’arabo e che hanno il compito di stroncare ogni gesto terroristico e, da parte palestinese, gruppi autonomi di terroristi collegati alla Jihād internazionale (Al Quaida, Isis, ecc…).

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Siamo in un campo di battaglia in cui diventa molto difficile distinguere tra “bene” e “male”, anzi impossibile riconoscere l’esistenza stessa del “bene”, così come è difficile oggi discernere le ragioni di un popolo che è tornato nella sua terra storica e quelle di chi di quella terra si è sentito espropriato. Ma soprattutto diventa evidente l’assurdità della logica dell’”occhio per occhio” che apre violenze e sofferenze senza fine. E ancor più appare incomprensibile questa violenza quando si richiama a vendette personali in nome di affetti familiari stroncati o di presunte fedi religiose. Nel film solo le donne sembrano cercare pace, consapevoli dell’inutilità di una violenza che distrugge amori e sogni. Tutto questo in Fauda è fiction e, come tale, cinematograficamente amplificato e spettacolarizzato, ma la visione, oltre al coinvolgimento drammatico, restituisce qualche conoscenza in più sulle dinamiche di una guerra senza fine che non può lasciare indifferenti.

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L’undici settembre del cemento armato

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Ponte sul Polcevera, immagine d’epoca, 1967

Nel 1925 Le Corbusier scriveva: “Gli ingegneri fanno dell’architettura perché impiegano il calcolo derivato dalle leggi della natura, e le loro opere ci fanno sentire l’ARMONIA. C’è dunque una estetica dell’ingegnere, poiché nel calcolo è necessario qualificare certi termini dell’equazione ed è il gusto ad intervenire. Ora mentre si maneggia il calcolo, si è in uno stato di spirito puro e, in questo stato dello spirito, il gusto prende cammini sicuri” (Vers une Architecture, pag.7 ed. it.). Se l’architettura nella prima metà del XX secolo ha scelto un nuovo linguaggio abbandonando neoclassicismi e storicismi, l’ingegneria con il cemento armato ha scoperto orizzonti inesplorati. Era il tempo della fiducia nella modernità e nella tecnologia. Questo tempo ha cominciato a vacillare nella seconda metà del secolo: tanto più veloce e sorprendente è stato lo sviluppo tecnologico, tanto meno è stato considerato fattore di progresso. Caduto l’ottimismo per la modernità, è sopraggiunto il pessimismo per il futuro. La crisi economica e le contraddizioni della globalizzazione hanno fatto il resto.

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Ponte sul Polcevera, il crollo

Pessimismo, paure, ma anche tragedie: il collasso del Ponte sul Polcevera di Riccardo Morandi, con i 43 morti e centinaia di sfollati è stato l’”undici settembre” del cemento armato. Da oggi non sarà più come prima. Ma in questi giorni sono comparse sui giornali argomentazioni non sempre chiare sulla struttura del ponte. Senza partecipare ai cori di interpretazioni ed accuse motivate più da propaganda politica che da motivazioni tecniche, vorrei cercare di illustrare ai “non addetti ai lavori” il principio costruttivo del ponte e una delle possibili ragioni del crollo di un intero pilone con i suoi stralli.

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Ideogramma dello strallo tipico in acciaio

Mi baserò su una descrizione di Giorgio Boaga della soluzione tecnica applicata da Morandi nel ponte di Genova (G. Boaga, Riccardo Morandi, Zanichelli, 1984). Sono chiamati stralli i tiranti, generalmente in acciaio, che svolgono la funzione di sostenere, dall’alto di un pilone generalmente in cemento armato, le travi che sorreggono l’impalcato di un ponte o la copertura di un edificio. Morandi iniziò a studiare l’applicazione dei tiranti strallati in cemento armato anziché in acciaio sino dal 1957 in occasione del concorso internazionale per il Ponte sulla Laguna di Maracaibo in Venezuela e poi approfondito per almeno vent’anni in altre situazioni (Genova, Colombia, Libia, ecc…).

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R. Morandi. Ponte General Rafael Urdaneta, Maracaibo (1962)

Normalmente il cemento armato non lavora a trazione, ma gli stralli messi in opera da Morandi sono realizzati in cemento precompresso. Questo significa che vengono realizzati ponendo in opera, entro apposite guaine e prima del getto del cemento, cavi in acciaio di grosso spessore sottoposti a forte trazione. In virtù della guaina e di piastre poste alle estremità i cavi di acciaio possono essere ulteriormente tesi anche dopo il getto del cemento, in occasione di successive manutenzioni. In questo modo il cemento, pre-compresso, potrà svolgere una funzione statica di trazione che in condizioni normali non sarebbe in grado di svolgere.

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R. Morandi. Ponte sul Wadi al-Kuf, Libia (1971)

Nel caso di Genova (ma anche degli altri ponti realizzati dall’ingegnere romano) questi stralli, che lavorano in coppia disposti trasversalmente da una parte e dall’altra della carreggiata stradale non sono applicati sul cavalletto in testa ai piloni, ma proseguono discendendo dalla parte opposta dove sostengono l’altra parte dell’impalcato del ponte perfettamente uguale e simmetrico al primo. In questo modo il pilone di sostegno è bilanciato e solo compresso. Ma attenzione, il sistema funziona se gli sforzi sono assolutamente equilibrati ed il carico della trazione è costante. Se uno solo di questi stralli cede su un lato, immediatamente la struttura si sbilancia, perché l’altra estremità dello strallo al di la del cavalletto di sostegno si allunga, l’impalcato, non più sostenuto, crolla da entrambi i lati del pilone, tutto il sistema viene sollecitato a torsione sino al collasso del cavalletto portante. E forse proprio questo è capitato al ponte di Genova.

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Pilone tipico con stralli equilibrati in cemento armato precompresso

La mia è solo una illustrazione elementare dell’equilibrio statico del ponte di Morandi e di come questo equilibrio possa entrare in crisi anche solo con l’allentamento di uno strallo. Non ho elementi di conoscenza diretta del fenomeno se non quanto visto in TV o pubblicato sui giornali. E non ho neppure la competenza ingegneristica per formulare ipotesi. Di due cose però resto convinto.

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Strallo in c.a. precompresso, fase di casseratura e getto del cemento

La prima è che il cemento armato è un materiale costruttivo meno duraturo non solo dell’acciaio, ma anche delle murature piene tradizionali di pietra o mattoni. L’impiego del calcestruzzo naturale derivato dall’impasto di pietra calcarea calcinata, argilla e acqua è antico, risale all’opus cementicium dei Romani impiegato nel rinforzo dei muri in pietra, nelle fondazioni e, combinato con mattoni, per creare volte anche di grande luce (il Pantheon a Roma, ad esempio). Ma il suo impiego industriale nasce solo verso metà del XIX secolo e, associato al ferro come cemento armato, fu sperimentato in Francia nella seconda parte del secolo, diventando materiale largamente impiegato solo all’inizio del Novecento. Poco più di cent’anni ad oggi, dunque. Nonostante il perfezionamento degli impasti e del suo impiego industriale, il suo degrado per agenti fisico-chimici è progressivo ed inevitabile.

La seconda cosa certa è che le opere in cemento armato hanno bisogno di manutenzioni accurate e continue, soprattutto quando avanzate ingegneristicamente e complesse staticamente. E, direi, particolarmente quando sono il frutto di sperimentazioni sul piano teorico e costruttivo che rischiano di impattare contro le tante incognite ambientali e funzionali che caratterizzano il nostro tempo.

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Intervento di manutenzione straordinaria non realizzato (elab. Corriere della sera)

Il Ponte sul Polcevera di Morandi era un capolavoro di Ingegneria che andava osservato e curato con attenzione estrema, ma senza l’esitazione di demolirlo quando il suo deperimento è sembrato inarrestabile.

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Risanamento e densificazione per una capitale moderna

(articolo già pubblicato su L’Italia Che Verràhttp://litaliacheverra.it/

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Nuova sede BNL di Roma nell’area Tiburtina (elaborazione da una foto di M. Lausi)

La bellezza di una città è data anche da una realtà che ti proietta nel futuro.           (Giuseppe Sala, sindaco di Milano)

 

Roma: le modernizzazioni del passato

Dentro il grande problema dell’assetto urbanistico generale c’è quello delle trasformazioni urbane. Basta guardarsi intorno, osservare le grandi capitali europee (Parigi negli anni Ottanta, Berlino dopo la caduta del muro e Londra oggi, ecc…) per capire che non ci può essere futuro per una città capitale se questa non si propone anche per la modernità e capacità di rigenerarsi, offendo una propria immagine di città in prospettiva. Non è sufficiente un grande centro storico per costruire una capitale.

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Il Piano di Sisto V

In passato Roma ha saputo modernizzarsi. Dopo l’unità d’Italia la città umbertina si è sviluppata al di fuori del centro antico, con i grandi nuovi quartieri dell’Esquilino e via Merulana sino a San Giovanni, assumendo come criterio regolatore gli assi storici progettati da Domenico Fontana per Sisto V verso la fine del ‘500.

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Il progetto di Piacentini per l’E42

A suo modo, con tutti i suoi limiti ed errori, e nonostante l’iniziale diffidenza di Mussolini, anche il Fascismo ha modernizzato Roma coinvolgendo i più grandi architetti del tempo ed elevando la qualità delle infrastrutture e dei servizi. Basta ricordare il programma dei nuovi uffici postali, i concorsi per gli edifici rappresentativi del Regime, la realizzazione della Città universitaria, del Foro Mussolini (oggi Foro Italico) e l’avvio dell’Esposizione Universale ’42, interrotta dalla guerra. 

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Il Villaggio Olimpico del 1960

Circa dieci anni dopo la seconda guerra mondiale, Roma ha avviato un processo di modernizzazione per i Giochi Olimpici del 1960, con opere pubbliche e di viabilità nelle sue aree intermedie che ancora oggi costituiscono punti di forza della struttura urbana: il recupero dell’ex Foro Mussolini, oggi Foro Italico, divenuto grande parco sportivo della città; il completamento dell’ex E42 divenuto EUR; altri impianti sportivi di qualità e il Villaggio olimpico, piccolo gioiello dell’urbanistica moderna; la tangenziale est; il sistema di scorrimento Corso d’Italia/Muro torto. Negli anni seguenti è partito il grande piano dell’Edilizia economica e popolare (Legge n.167) che per molti anni ha risolto e calmierato il problema della casa.

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L’auditorium Parco della Musica

L’amministrazione Rutelli aveva modernizzato Roma secondo tre direttrici fondamentali: potenziamento della mobilità su rotaia (piano del ferro), in gran parte realizzato; interventi diffusi per la riqualificazione degli spazi pubblici in periferia attraverso la realizzazione del programma Centopiazze; e promozione di importanti opere pubbliche attraverso il dispositivo dei concorsi, proseguito poi da Veltroni. Le due amministrazioni realizzarono, tra l’altro, l’Auditorium, la nuova teca dell’Ara Pacis, il MAXXI e il Macro, la Stazione Tiburtina, il Ponte Ostiense e il Ponte della Musica e fecero partire il programma per il nuovo Centro Congressi all’EUR, oggi completato.

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Il museo MAXXI

Il Piano Regolatore della amministrazione Veltroni di 10 anni fa si era posto il problema di riqualificare le periferie attraverso la realizzazione di centralità urbane, secondo il concetto di città policentrica. Parte di queste aree erano già in trasformazione, parte erano di nuova collocazione. Le principali erano:

Eur Castellaccio (oggi quasi completamente realizzata); Pietralata (oggetto di molti progetti e varianti comunque relazionati alle aree dell’ex SDO e della Stazione Tiburtina); Ostiense (centrata sulle aree degli ex mercati generali e dell’Università Roma3, poi a lungo in fase di stallo); Polo Tecnologico (in fase di progressiva edificazione); Tor Vergata (la più vasta, riferita alle aree dell’Università Tor Vergata e dintorni, con il fallito intervento per la “città dello sport” che si sarebbe dovuto recuperare per le Olimpiadi del ‘24); Bufalotta (quasi completamente realizzata attorno al grande centro commerciale Porte di Roma); Lunghezza/Ponte di Nona (attorno ad un quartiere residenziale già esistente ma privo di servizi e collegamenti di mobilità); Alitalia/Magliana (pensata per riutilizzare il complesso Alitalia e implementare ricettività e servizi).

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La Stazione Tiburtina

Questo impegnativo e innovativo programma è andato in parte disatteso causa le troppe varianti, la successione al governo di Roma della amministrazione Alemanno (e le successive incompiute situazioni amministrative), ma anche per la devastante crisi economica. Va detto, però, che alcune valutazioni sbagliate, sia pure in nome della legittima tutela di aree di valore paesaggistico (Pian delle Valli, Tormarancia, ecc…), avevano imposto dispositivi di compensazione con i privati che hanno fatto saltare gli equilibri quantitativi e qualitativi delle centralità previste P.R.G. (*) Inoltre l’incapacità di controllo amministrativo sulle convenzioni con i privati (ovvero il discutibile comportamento degli uffici comunali romani) non ha tutelato gli acquirenti o affittuari delle abitazioni, lasciando ampi spazi di profitto ai costruttori.

 

Due azioni complementari: risanamento e densificazione

In definitiva, se la multipolarità urbana in qualche modo è stata ottenuta, questa però non è riuscita a realizzare quell’effetto indotto di riqualificazione delle grandi macchie abitative periferiche romane che ne era stata l’idea fondativa. Credo sarebbe opportuno ripartire proprio da qui, dalle centralità incompiute, concentrandosi però su investimenti pubblici, a partire dalla accessibilità e mobilità e dai servizi mancanti, senza escludere un ridimensionamento dei volumi edificabili; la vecchia cura del ferro può tornare non solo come slogan: la metropolitana è il primo tema da riproporre per il futuro, perché il degrado ed il disagio sociale di alcuni quartieri periferici romani nascono in gran parte dall’isolamento.

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Il virtuale sistema completo della metropolitana di Roma

Ma a questa azione se ne deve accompagnare un’altra, diversa ma complementare. Senza ricadere nei discutibili miti delle Smart City o Ecocity, i criteri basici per il rispetto dell’ambiente sono tre: limitare il consumo di suolo, ridurre le distanze per evitare nuove, costose infrastrutture (strade, reti dei servizi, trasporti pubblici), ridurre i consumi di energia. Il rispetto di queste tre condizioni porta a definire un nuovo fondamentale indirizzo, la densificazione della città già costruita, sfruttando aree libere o degradate, o addirittura demolendo e ricostruendo senza consumo di altro suolo. Questo però richiede una amministrazione forte che sappia gestire il rapporto con il privato e regolarne investimenti e profitti.

Tridente con area progetto

L’area degli ex capannoni militari nell’ansa Flaminio

La pratica della densificazione a Roma può risolvere anche un problema nuovo, causato dalla incapacità della attuale amministrazione Raggi di gestire persino l’ordinario. Infatti oggi assistiamo ad un fenomeno paradossale, inverso alla modernizzazione delle periferie: si stanno periferizzando le aree semicentrali, quelle dei quartieri consolidati attorno al centro storico. Sono convinto che interventi di modernizzazione (con importanti attrattori di cultura, spettacolo e tempo libero) di alcune di queste aree, già bene collegate anche con la metropolitana a quartieri più esterni, possano funzionare da aggregatore tra centro e periferia regolando flussi e rivitalizzando la città nelle sue propaggini esterne. Ricordiamoci l’effetto dell’apertura della linea A della metropolitana nei primissimi anni Ottanta ai tempi di Petroselli e Nicolini, che consentì a centinaia di migliaia di giovani di periferia di conoscere e frequentare il centro di Roma, i suoi monumenti e le sue manifestazioni estive. Citiamo alcune aree più significative: a nord l’area Flaminia con i musei e gli impianti sportivi; ad est il sistema Tiburtino (già “nuova centralità”) con la Stazione e la sede BNL; a sud l’area Ostiense con la rigenerazione dell’area degli ex Mercati generali (anche questa era un “centralità”); a sud-ovest l’area della vecchia Fiera di Roma e, più fuori, l’area con lo Stadio della Roma e i relativi servizi direzionali ormai in fase di attuazione.

Sono tutti contesti urbani bene organizzati (o in fase di riorganizzazione già progettata e finanziata) in termini di attrazioni pubbliche e viabilità sia su gomma che su ferro; e tutti sono dotati di aree vuote disponibili. Su queste aree in passato erano stati predisposti progetti e programmi, poi sospesi. Oggi qualcosa si sta muovendo, ma con lentezza e incertezze.


(*) Una ampia disamina su questo tema è riportata su: D. Papa, La questione delle “centralità” romane, in C. Cellamare, “Fuori raccordo, abitare l’altra Roma”, Roma 2016

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IRAN S-VELATA, il video

Isfahan_302bis

Un viaggio in Iran nella primavera 2018, quando Trump dichiarava di non rinnovare con l’Iran l’accordo sul nucleare e Netanyahu affermava che l’Iran stava proseguendo il suo armamento atomico. Ma il viaggio oltre alle meraviglie del paesaggio e dell’architettura, svelava un popolo ospitale e gentile.

Play video Iran Svelata

Video HD 20’25”, 2018.  Ideazione ed editing: Umberto Cao. Riprese: Umberto Cao, Simonetta Lepri, contributi fotografici di: Pino Dusi. Musiche: Echoes Of Desert di Milana; Siah Chasman di Farzaneh Jioorabchi; varie musiche islamiche.

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