UNA MOSTRA (QUASI) TRADIZIONALE. La Biennale Architettura 2018, Venezia.

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Sono passati più di tre mesi dalla apertura della Biennale di Architettura 2018, curata da Yvonne Farrel e Shelley McNamara (Grafton Architects). Se ne è parlato e se ne è scritto molto. Io l’ho visitata tardi, solo i primi di settembre, ma ne propongo una illustrazione complessiva, utile per chi ancora non l’abbia visitata (chiude il 25 Novembre).

Dopo il “Reporting from the front” (2016) del cileno Aravena, indirizzato ad una ridefinizione degli orientamenti architettonici in termini sociali ed ambientali, che a sua volta fece seguito alla chiassosa, ma divertente ed innovativa mostra del 2014 di Koolhaas sui “Fundamentals” dell’Architettura, le due curatrici irlandesi ci hanno proposto una mostra di carattere sostanzialmente tradizionale, tematizzata attorno alla parola chiave “Freespace”. E’ stato un messaggio-manifesto di libertà che, sia nella sezione delle Nazioni (Giardini), sia in quella degli inviti personalizzati (Arsenale), ha lasciato ampia libertà agli espositori. Come nelle edizioni precedenti la mostra è stata interpretata in due modi diversi: da una parte attraverso una installazione, dall’altra – la più numerosa – attraverso l’esposizione di progetti.

Ho già avuto modo di scrivere che negli allestimenti la distanza tra Biennale d’Arte e Biennale di Architettura (che si alternano ogni anno) si va progressivamente riducendo, proponendo quest’anno installazioni che stimolano emozioni sospese tra architettura ed arte, soprattutto ai “Giardini”, nella Sezione delle Nazioni. Tra le più riuscite, il Giappone (foto a sinistra) che ha proposto uno spazio bianco tappezzato di splendidi disegni e grafici di vita e realtà urbana; la Svizzera (foto al centro), che ha giocato sul disorientamento spaziale alterando i rapporti di scala tra uomo e spazio della casa; la Gran Bretagna (foto a destra), che ha svuotato il suo padiglione e lo ha trasformato in una isola sommersa da impalcature, con l’invito a salire in copertura dove appare lo spazio libero ed orizzontale della laguna; l’Olanda che ha presentato un ambiente con armadi e sportelli che rivelano punti di osservazione sul rapporto tra i bisogni dell’uomo e la dimensione cibernetica che lo condiziona; infine i Paesi nordici, che, nel bellissimo padiglione di Sverre Fehn hanno fatto “respirare” tre enormi bolle d’aria a significare il contrasto architettura-natura.

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Paesi Nordici

Sempre tra i padiglioni nazionali sono più numerose le interpretazioni del tema con l’esposizioni di disegni e plastici di architettura. La Germania racconta le trasformazioni (realizzate e no) di Berlino dopo la caduta del muro; analogamente il Brasile espone progetti che si oppongono a preesistenti spazi di separazione ed esclusione; sia la Spagna che la Francia tappezzano le pareti con una molteplicità di disegni di architettura, proponendo il caos figurativo come metafora di occupazione di uno spazio libero. Nel Padiglione centrale dei Giardini le due curatrici hanno invitato architetti affermati di diverse età ad esporre le loro opere sul tema-manifesto della mostra, riservandosi però uno spazio per selezionare 16 opere di architettura di pregio, proponendole ad altrettanti architetti come oggetto di osservazione e illustrazione. Nell’idea era una operazione di scambio intellettuale, nei risultati un calderone confuso di plastici e disegni.

Il Padiglione Italia (foto sopra), ormai stabilmente collocato all’Arsenale e affidato quest’anno a Mario Cucinella, merita una specifica considerazione. Personalmente ritengo indovinata la scelta di guardare ai nostri territori e borghi dispersi tra le montagne alpine e appenniniche e meno noti al turismo di massa. Didascalica, ma utile ed efficace, è l’idea espositiva di aprire le pagine di un immaginaria guida dell’”Arcipelago Italia”. La seconda parte della mostra è dedicata ad illustrare alcune sperimentazioni progettuali condotte da gruppi di lavoro costituiti da studi professionali e università per risolvere i problemi di emarginazione, degrado ambientale o danno sismico, subìti da alcuni di questi luoghi. Come sempre in questi casi diventa difficile per l’architetto visitatore astrarsi da un giudizio (inevitabilmente soggettivo) anche sulla qualità e validità dei progetti. Dirò solo – conoscendo bene la situazione dei luoghi – che forse per quanto riguarda l’intervento su Camerino devastata dal terremoto di due anni fa, il carattere sperimentale e monumentale delle proposte non era nella tonalità giusta rispetto alle urgenze della ricostruzione.

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E veniamo agli spazi dell’Arsenale dove la tematizzazione del curatore in genere è più forte. Ma le curatrici di questa edizione vi hanno rinunciato – forse una debolezza, forse un merito – lanciando il loro manifesto “Freespace” e limitandosi ad elencare e numerare gli espositori invitati, ai quali, salvo rare eccezioni, era stato assegnato un “intercolumnio” che doveva lasciare sempre visibile la continuità lineare delle Corderie (oltre trecento metri). Ogni espositore disponeva di un cartello con alcune righe di illustrazione della propria idea di “Freespace”, anticipato dalla motivazione dell’invito firmata dalle curatrici.

Anche qui, come nei padiglioni nazionali, alcuni ricorrono a sintetiche installazioni, altri – e sono la maggioranza – alla esposizione di progetti di architettura. In generale hanno preferito esprimersi attraverso installazioni gli architetti e gli studi più affermati (o anziani): Alvaro Siza (foto a sinistra), che accoglie il visitatore dentro una recinzione e una scultura candide e incompiute; Kazuyo Sejima (al centro) che invita a girare attorno ad un impenetrabile sistema di cilindri diafani, sintesi concettuale di tanti suoi progetti; Toyo Ito (a destra) che propone uno spazio di sosta circondato da vibrazioni luminose; Moneo, che invita a riflettere sulla sua esperienza progettuale della celebre piazza di Murcia; infine Olgiati che nel terminale delle Corderie moltiplica le colonne.

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Installazione di Olgiati

Ci sono poi installazioni in movimento (Proap Global, Riccardo Blumer) e vistose esagerazioni di dubbio gusto (Botta con gli esercizi dei suoi studenti, Alison Brooks e John Wardle con improbabili “archisculture” in legno). Tra i numerosi progetti esposti, una sosta più lunga meritano Diller Scofidio+Renfro (sotto a sinistra) con la loro Scuola di Medicina alla Columbia, magistralmente illustrata attraverso una doppia ripresa video con droni che ne percorrono contemporaneamente lo spazio esterno ed interno; il gruppo cinese DNA Design and Architecture (sotto a destra) che espone progetti di architettura integrati nel paesaggio; le bellissime tavole di Angela Deuber; e, per la sua estrema semplicità, l’asilo nido di Tezuka Architects.

 

Come sempre, dopo una visita alla Biennale di Architettura di Venezia non è facile esprimere un bilancio complessivo, essendoci sempre spunti di rilevo e cadute di tono. Yvonne Farrel e Shelley McNamara hanno scelto una impostazione sostanzialmente tradizionale, che, da una parte restituisce al progetto di architettura la sua responsabilità e dignità rispetto alle trasformazioni del mondo contemporaneo – e certamente oggi, in Italia, come architetti e come uomini di cultura, di questo abbiamo bisogno – dall’altra non suscita eccessive emozioni nel più ampio pubblico dei “non addetti ai lavori”.

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Tavole di Angela Deuber

 

 

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La maledizione dell’”occhio per occhio” (Fauda, serie TV)

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Sulle pagine di questo blog ho parlato spesso di serie televisive, convinto che, se di qualità, siano cinema nel senso pieno della parola. Quelle di produzione israeliana hanno avuto molto successo, sin dalle due più celebri Prisoners of War, da cui è nato il remake statunitense Homeland, e Be Tipul rieditato in USA come In Treatment da Fox e anche in Italia da Wildside. Nel 2015 è uscita su Netflix la prima stagione della serie israeliana Fauda (“caos” in arabo) e nel 2018 la seconda. Bene sceneggiata, con una ottima regia e validi attori, Fauda, che appartiene al genere “thriller di spionaggio” merita alcune considerazioni riguardo ai suoi contenuti.

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Va detto subito che, trattando del conflitto tra Israele e Palestina e in particolare di gruppi armati che si combattono ferocemente, il punto di vista è quello israeliano, ovvero del popolo ebraico che si difende dagli attacchi palestinesi. Ma gli autori della sceneggiatura (tra cui Lior Raz, che è stato realmente nelle forze speciali israeliane ed è anche il protagonista della serie) ci propongono simmetrie di attacco e difesa secondo la logica dell’”occhio per occhio”, che non suscita troppe simpatie nè per l’una nè per l’altra parte.

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Lo scenario schiera da una parte il ministero della difesa israeliano, dall’altra l’autorità nazionale palestinese; sono due entità contrapposte che cercano il dialogo e, per quanto possibile, evitano scontri e violenze. Poi, a livello di “intelligence armata” ci sono da una parte le forze speciali israeliane che controllano il territorio e dall’altra Hamas che ne difende, anche con violenza, l’autonomia; ma anche questi due schieramenti dialogano tra loro ed evitano che le situazioni degenerino. Infine – e su questi è concentrata la storia – si combattono, da parte israeliana, una “unità di difesa” (in ebraico il gruppo Mista’Arvim) composta da una mezza dozzina di infiltrati sotto copertura, che parlano perfettamente l’arabo e che hanno il compito di stroncare ogni gesto terroristico e, da parte palestinese, gruppi autonomi di terroristi collegati alla Jihād internazionale (Al Quaida, Isis, ecc…).

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Siamo in un campo di battaglia in cui diventa molto difficile distinguere tra “bene” e “male”, anzi impossibile riconoscere l’esistenza stessa del “bene”, così come è difficile oggi discernere le ragioni di un popolo che è tornato nella sua terra storica e quelle di chi di quella terra si è sentito espropriato. Ma soprattutto diventa evidente l’assurdità della logica dell’”occhio per occhio” che apre violenze e sofferenze senza fine. E ancor più appare incomprensibile questa violenza quando si richiama a vendette personali in nome di affetti familiari stroncati o di presunte fedi religiose. Nel film solo le donne sembrano cercare pace, consapevoli dell’inutilità di una violenza che distrugge amori e sogni. Tutto questo in Fauda è fiction e, come tale, cinematograficamente amplificato e spettacolarizzato, ma la visione, oltre al coinvolgimento drammatico, restituisce qualche conoscenza in più sulle dinamiche di una guerra senza fine che non può lasciare indifferenti.

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L’undici settembre del cemento armato

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Ponte sul Polcevera, immagine d’epoca, 1967

Nel 1925 Le Corbusier scriveva: “Gli ingegneri fanno dell’architettura perché impiegano il calcolo derivato dalle leggi della natura, e le loro opere ci fanno sentire l’ARMONIA. C’è dunque una estetica dell’ingegnere, poiché nel calcolo è necessario qualificare certi termini dell’equazione ed è il gusto ad intervenire. Ora mentre si maneggia il calcolo, si è in uno stato di spirito puro e, in questo stato dello spirito, il gusto prende cammini sicuri” (Vers une Architecture, pag.7 ed. it.). Se l’architettura nella prima metà del XX secolo ha scelto un nuovo linguaggio abbandonando neoclassicismi e storicismi, l’ingegneria con il cemento armato ha scoperto orizzonti inesplorati. Era il tempo della fiducia nella modernità e nella tecnologia. Questo tempo ha cominciato a vacillare nella seconda metà del secolo: tanto più veloce e sorprendente è stato lo sviluppo tecnologico, tanto meno è stato considerato fattore di progresso. Caduto l’ottimismo per la modernità, è sopraggiunto il pessimismo per il futuro. La crisi economica e le contraddizioni della globalizzazione hanno fatto il resto.

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Ponte sul Polcevera, il crollo

Pessimismo, paure, ma anche tragedie: il collasso del Ponte sul Polcevera di Riccardo Morandi, con i 43 morti e centinaia di sfollati è stato l’”undici settembre” del cemento armato. Da oggi non sarà più come prima. Ma in questi giorni sono comparse sui giornali argomentazioni non sempre chiare sulla struttura del ponte. Senza partecipare ai cori di interpretazioni ed accuse motivate più da propaganda politica che da motivazioni tecniche, vorrei cercare di illustrare ai “non addetti ai lavori” il principio costruttivo del ponte e una delle possibili ragioni del crollo di un intero pilone con i suoi stralli.

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Ideogramma dello strallo tipico in acciaio

Mi baserò su una descrizione di Giorgio Boaga della soluzione tecnica applicata da Morandi nel ponte di Genova (G. Boaga, Riccardo Morandi, Zanichelli, 1984). Sono chiamati stralli i tiranti, generalmente in acciaio, che svolgono la funzione di sostenere, dall’alto di un pilone generalmente in cemento armato, le travi che sorreggono l’impalcato di un ponte o la copertura di un edificio. Morandi iniziò a studiare l’applicazione dei tiranti strallati in cemento armato anziché in acciaio sino dal 1957 in occasione del concorso internazionale per il Ponte sulla Laguna di Maracaibo in Venezuela e poi approfondito per almeno vent’anni in altre situazioni (Genova, Colombia, Libia, ecc…).

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R. Morandi. Ponte General Rafael Urdaneta, Maracaibo (1962)

Normalmente il cemento armato non lavora a trazione, ma gli stralli messi in opera da Morandi sono realizzati in cemento precompresso. Questo significa che vengono realizzati ponendo in opera, entro apposite guaine e prima del getto del cemento, cavi in acciaio di grosso spessore sottoposti a forte trazione. In virtù della guaina e di piastre poste alle estremità i cavi di acciaio possono essere ulteriormente tesi anche dopo il getto del cemento, in occasione di successive manutenzioni. In questo modo il cemento, pre-compresso, potrà svolgere una funzione statica di trazione che in condizioni normali non sarebbe in grado di svolgere.

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R. Morandi. Ponte sul Wadi al-Kuf, Libia (1971)

Nel caso di Genova (ma anche degli altri ponti realizzati dall’ingegnere romano) questi stralli, che lavorano in coppia disposti trasversalmente da una parte e dall’altra della carreggiata stradale non sono applicati sul cavalletto in testa ai piloni, ma proseguono discendendo dalla parte opposta dove sostengono l’altra parte dell’impalcato del ponte perfettamente uguale e simmetrico al primo. In questo modo il pilone di sostegno è bilanciato e solo compresso. Ma attenzione, il sistema funziona se gli sforzi sono assolutamente equilibrati ed il carico della trazione è costante. Se uno solo di questi stralli cede su un lato, immediatamente la struttura si sbilancia, perché l’altra estremità dello strallo al di la del cavalletto di sostegno si allunga, l’impalcato, non più sostenuto, crolla da entrambi i lati del pilone, tutto il sistema viene sollecitato a torsione sino al collasso del cavalletto portante. E forse proprio questo è capitato al ponte di Genova.

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Pilone tipico con stralli equilibrati in cemento armato precompresso

La mia è solo una illustrazione elementare dell’equilibrio statico del ponte di Morandi e di come questo equilibrio possa entrare in crisi anche solo con l’allentamento di uno strallo. Non ho elementi di conoscenza diretta del fenomeno se non quanto visto in TV o pubblicato sui giornali. E non ho neppure la competenza ingegneristica per formulare ipotesi. Di due cose però resto convinto.

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Strallo in c.a. precompresso, fase di casseratura e getto del cemento

La prima è che il cemento armato è un materiale costruttivo meno duraturo non solo dell’acciaio, ma anche delle murature piene tradizionali di pietra o mattoni. L’impiego del calcestruzzo naturale derivato dall’impasto di pietra calcarea calcinata, argilla e acqua è antico, risale all’opus cementicium dei Romani impiegato nel rinforzo dei muri in pietra, nelle fondazioni e, combinato con mattoni, per creare volte anche di grande luce (il Pantheon a Roma, ad esempio). Ma il suo impiego industriale nasce solo verso metà del XIX secolo e, associato al ferro come cemento armato, fu sperimentato in Francia nella seconda parte del secolo, diventando materiale largamente impiegato solo all’inizio del Novecento. Poco più di cent’anni ad oggi, dunque. Nonostante il perfezionamento degli impasti e del suo impiego industriale, il suo degrado per agenti fisico-chimici è progressivo ed inevitabile.

La seconda cosa certa è che le opere in cemento armato hanno bisogno di manutenzioni accurate e continue, soprattutto quando avanzate ingegneristicamente e complesse staticamente. E, direi, particolarmente quando sono il frutto di sperimentazioni sul piano teorico e costruttivo che rischiano di impattare contro le tante incognite ambientali e funzionali che caratterizzano il nostro tempo.

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Intervento di manutenzione straordinaria non realizzato (elab. Corriere della sera)

Il Ponte sul Polcevera di Morandi era un capolavoro di Ingegneria che andava osservato e curato con attenzione estrema, ma senza l’esitazione di demolirlo quando il suo deperimento è sembrato inarrestabile.

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Risanamento e densificazione per una capitale moderna

(articolo già pubblicato su L’Italia Che Verràhttp://litaliacheverra.it/

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Nuova sede BNL di Roma nell’area Tiburtina (elaborazione da una foto di M. Lausi)

La bellezza di una città è data anche da una realtà che ti proietta nel futuro.           (Giuseppe Sala, sindaco di Milano)

 

Roma: le modernizzazioni del passato

Dentro il grande problema dell’assetto urbanistico generale c’è quello delle trasformazioni urbane. Basta guardarsi intorno, osservare le grandi capitali europee (Parigi negli anni Ottanta, Berlino dopo la caduta del muro e Londra oggi, ecc…) per capire che non ci può essere futuro per una città capitale se questa non si propone anche per la modernità e capacità di rigenerarsi, offendo una propria immagine di città in prospettiva. Non è sufficiente un grande centro storico per costruire una capitale.

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Il Piano di Sisto V

In passato Roma ha saputo modernizzarsi. Dopo l’unità d’Italia la città umbertina si è sviluppata al di fuori del centro antico, con i grandi nuovi quartieri dell’Esquilino e via Merulana sino a San Giovanni, assumendo come criterio regolatore gli assi storici progettati da Domenico Fontana per Sisto V verso la fine del ‘500.

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Il progetto di Piacentini per l’E42

A suo modo, con tutti i suoi limiti ed errori, e nonostante l’iniziale diffidenza di Mussolini, anche il Fascismo ha modernizzato Roma coinvolgendo i più grandi architetti del tempo ed elevando la qualità delle infrastrutture e dei servizi. Basta ricordare il programma dei nuovi uffici postali, i concorsi per gli edifici rappresentativi del Regime, la realizzazione della Città universitaria, del Foro Mussolini (oggi Foro Italico) e l’avvio dell’Esposizione Universale ’42, interrotta dalla guerra. 

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Il Villaggio Olimpico del 1960

Circa dieci anni dopo la seconda guerra mondiale, Roma ha avviato un processo di modernizzazione per i Giochi Olimpici del 1960, con opere pubbliche e di viabilità nelle sue aree intermedie che ancora oggi costituiscono punti di forza della struttura urbana: il recupero dell’ex Foro Mussolini, oggi Foro Italico, divenuto grande parco sportivo della città; il completamento dell’ex E42 divenuto EUR; altri impianti sportivi di qualità e il Villaggio olimpico, piccolo gioiello dell’urbanistica moderna; la tangenziale est; il sistema di scorrimento Corso d’Italia/Muro torto. Negli anni seguenti è partito il grande piano dell’Edilizia economica e popolare (Legge n.167) che per molti anni ha risolto e calmierato il problema della casa.

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L’auditorium Parco della Musica

L’amministrazione Rutelli aveva modernizzato Roma secondo tre direttrici fondamentali: potenziamento della mobilità su rotaia (piano del ferro), in gran parte realizzato; interventi diffusi per la riqualificazione degli spazi pubblici in periferia attraverso la realizzazione del programma Centopiazze; e promozione di importanti opere pubbliche attraverso il dispositivo dei concorsi, proseguito poi da Veltroni. Le due amministrazioni realizzarono, tra l’altro, l’Auditorium, la nuova teca dell’Ara Pacis, il MAXXI e il Macro, la Stazione Tiburtina, il Ponte Ostiense e il Ponte della Musica e fecero partire il programma per il nuovo Centro Congressi all’EUR, oggi completato.

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Il museo MAXXI

Il Piano Regolatore della amministrazione Veltroni di 10 anni fa si era posto il problema di riqualificare le periferie attraverso la realizzazione di centralità urbane, secondo il concetto di città policentrica. Parte di queste aree erano già in trasformazione, parte erano di nuova collocazione. Le principali erano:

Eur Castellaccio (oggi quasi completamente realizzata); Pietralata (oggetto di molti progetti e varianti comunque relazionati alle aree dell’ex SDO e della Stazione Tiburtina); Ostiense (centrata sulle aree degli ex mercati generali e dell’Università Roma3, poi a lungo in fase di stallo); Polo Tecnologico (in fase di progressiva edificazione); Tor Vergata (la più vasta, riferita alle aree dell’Università Tor Vergata e dintorni, con il fallito intervento per la “città dello sport” che si sarebbe dovuto recuperare per le Olimpiadi del ‘24); Bufalotta (quasi completamente realizzata attorno al grande centro commerciale Porte di Roma); Lunghezza/Ponte di Nona (attorno ad un quartiere residenziale già esistente ma privo di servizi e collegamenti di mobilità); Alitalia/Magliana (pensata per riutilizzare il complesso Alitalia e implementare ricettività e servizi).

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La Stazione Tiburtina

Questo impegnativo e innovativo programma è andato in parte disatteso causa le troppe varianti, la successione al governo di Roma della amministrazione Alemanno (e le successive incompiute situazioni amministrative), ma anche per la devastante crisi economica. Va detto, però, che alcune valutazioni sbagliate, sia pure in nome della legittima tutela di aree di valore paesaggistico (Pian delle Valli, Tormarancia, ecc…), avevano imposto dispositivi di compensazione con i privati che hanno fatto saltare gli equilibri quantitativi e qualitativi delle centralità previste P.R.G. (*) Inoltre l’incapacità di controllo amministrativo sulle convenzioni con i privati (ovvero il discutibile comportamento degli uffici comunali romani) non ha tutelato gli acquirenti o affittuari delle abitazioni, lasciando ampi spazi di profitto ai costruttori.

 

Due azioni complementari: risanamento e densificazione

In definitiva, se la multipolarità urbana in qualche modo è stata ottenuta, questa però non è riuscita a realizzare quell’effetto indotto di riqualificazione delle grandi macchie abitative periferiche romane che ne era stata l’idea fondativa. Credo sarebbe opportuno ripartire proprio da qui, dalle centralità incompiute, concentrandosi però su investimenti pubblici, a partire dalla accessibilità e mobilità e dai servizi mancanti, senza escludere un ridimensionamento dei volumi edificabili; la vecchia cura del ferro può tornare non solo come slogan: la metropolitana è il primo tema da riproporre per il futuro, perché il degrado ed il disagio sociale di alcuni quartieri periferici romani nascono in gran parte dall’isolamento.

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Il virtuale sistema completo della metropolitana di Roma

Ma a questa azione se ne deve accompagnare un’altra, diversa ma complementare. Senza ricadere nei discutibili miti delle Smart City o Ecocity, i criteri basici per il rispetto dell’ambiente sono tre: limitare il consumo di suolo, ridurre le distanze per evitare nuove, costose infrastrutture (strade, reti dei servizi, trasporti pubblici), ridurre i consumi di energia. Il rispetto di queste tre condizioni porta a definire un nuovo fondamentale indirizzo, la densificazione della città già costruita, sfruttando aree libere o degradate, o addirittura demolendo e ricostruendo senza consumo di altro suolo. Questo però richiede una amministrazione forte che sappia gestire il rapporto con il privato e regolarne investimenti e profitti.

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L’area degli ex capannoni militari nell’ansa Flaminio

La pratica della densificazione a Roma può risolvere anche un problema nuovo, causato dalla incapacità della attuale amministrazione Raggi di gestire persino l’ordinario. Infatti oggi assistiamo ad un fenomeno paradossale, inverso alla modernizzazione delle periferie: si stanno periferizzando le aree semicentrali, quelle dei quartieri consolidati attorno al centro storico. Sono convinto che interventi di modernizzazione (con importanti attrattori di cultura, spettacolo e tempo libero) di alcune di queste aree, già bene collegate anche con la metropolitana a quartieri più esterni, possano funzionare da aggregatore tra centro e periferia regolando flussi e rivitalizzando la città nelle sue propaggini esterne. Ricordiamoci l’effetto dell’apertura della linea A della metropolitana nei primissimi anni Ottanta ai tempi di Petroselli e Nicolini, che consentì a centinaia di migliaia di giovani di periferia di conoscere e frequentare il centro di Roma, i suoi monumenti e le sue manifestazioni estive. Citiamo alcune aree più significative: a nord l’area Flaminia con i musei e gli impianti sportivi; ad est il sistema Tiburtino (già “nuova centralità”) con la Stazione e la sede BNL; a sud l’area Ostiense con la rigenerazione dell’area degli ex Mercati generali (anche questa era un “centralità”); a sud-ovest l’area della vecchia Fiera di Roma e, più fuori, l’area con lo Stadio della Roma e i relativi servizi direzionali ormai in fase di attuazione.

Sono tutti contesti urbani bene organizzati (o in fase di riorganizzazione già progettata e finanziata) in termini di attrazioni pubbliche e viabilità sia su gomma che su ferro; e tutti sono dotati di aree vuote disponibili. Su queste aree in passato erano stati predisposti progetti e programmi, poi sospesi. Oggi qualcosa si sta muovendo, ma con lentezza e incertezze.


(*) Una ampia disamina su questo tema è riportata su: D. Papa, La questione delle “centralità” romane, in C. Cellamare, “Fuori raccordo, abitare l’altra Roma”, Roma 2016

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IRAN S-VELATA, il video

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Un viaggio in Iran nella primavera 2018, quando Trump dichiarava di non rinnovare con l’Iran l’accordo sul nucleare e Netanyahu affermava che l’Iran stava proseguendo il suo armamento atomico. Ma il viaggio oltre alle meraviglie del paesaggio e dell’architettura, svelava un popolo ospitale e gentile.

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Video HD 20’25”, 2018.  Ideazione ed editing: Umberto Cao. Riprese: Umberto Cao, Simonetta Lepri, contributi fotografici di: Pino Dusi. Musiche: Echoes Of Desert di Milana; Siah Chasman di Farzaneh Jioorabchi; varie musiche islamiche.

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Due anni fa, chiedevo per Roma…

Due anni fa, il 10 luglio 2016, da poco insediata l’amministrazione Cinquestelle con sindaca Raggi, spinto da chi mi chiedeva un parere, scrivevo su questo blog un articolo dal titolo: “Cosa farei per Roma”. Dopo avere ricordato gli esiti positivi, ma anche gli errori, delle amministrazioni Rutelli e Veltroni, elencavo alcune “cose da fare” per riqualificare urbanisticamente e architettonicamente le aree centrali della città. La maggiore parte erano opere attese o già avviate.

Dopo due anni sono tornato a leggere quell’articolo perchè mi sembra ancora attuale. Di tutte le cose elencate solo la Piazzetta di Santa Costanza (quartiere Trieste) è stata realizzata, ma su progetto e cura del Secondo Municipio, mentre sullo Stadio della Roma siamo in piena “bagarre”. Per il resto assolutamente nulla. Ripropongo senza modifiche la parte finale dell’articolo.

(per l’articolo intero: https://umbertocao.com/2016/07/10/cosa-farei-per-roma/ )

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LE AMMINISTRAZIONI DAL 1993 AL 2008

La prima elezione diretta del Sindaco, nel 1993 fu vinta da Rutelli. Ricordo i caposaldi del programma di allora: cura del ferro, riqualificazione delle periferie con “Centopiazze”, avvio del nuovo Piano Regolatore. Un programma che doveva portare al nuovo Millennio e relativo Anno Santo. Dopo gli anni disastrosi dell’altalena tra monocolori democristiani e commissari straordinari, Roma tornò a muoversi. I lavori dell’anello ferroviario ripresero e molte linee ferroviarie locali vennero coordinate con la metropolitana; fu dato impulso ai lavori di prolungamento della linea A (completati nel 2000) e alla progettazione del prolungamento linea B; in otto anni le periferie trovarono un po’ di verde con gli appalti per la sistemazione di piazze e giardini; l’amministrazione di allora appoggiò la realizzazione dell’Auditorium di Piano e difese il cantiere dai ripetuti insabbiamenti delle burocrazie ministeriali; l’Anno Santo si svolse in una dimensione faraonica tenuta sempre sotto controllo. Fu bandito il concorso per un Centro Congressi di rilevanza internazionale di cui Roma era priva. Nel frattempo però i costruttori romani fremevano per realizzare nuove lottizzazioni convenzionate e Rutelli tentennò con alcune concessioni, rischiando più volte di cedere anche su aree di grande valore ambientale. La successiva amministrazione Veltroni (con l’alleanza tra Democratici di Sinistra e Rifondazione Comunista) è stata molto criticata per due ragioni: l’aumento consistente del debito di bilancio e una serie di concessioni alla sviluppo di volumetrie residenziali oltre il Raccordo Anulare. Ma entriamo nel merito. L’assessore all’urbanistica Morassut riuscì a fare approvare il nuovo Piano Regolatore e il cosiddetto “piano delle certezze” con il quale furono salvate alcune aree di pregio tra cui gran parte di Tormarancia e l’intero Pratone delle Valli, inaugurato come Parco Pubblico nel 2006. Ma fu pagato un costo alto perché la trattativa con i costruttori proprietari delle aree spalancò le porte ad una forte edificazione attorno al Raccordo Anulare, creando nuove periferie e nuovo degrado. Oggi qualcuno ricorda solo questo. Se si vuole criticare Veltroni la critica è quella di avere privilegiato la cultura (ma è una critica?): l’avvio dei lavori dell’Auditorium, l’invenzione della festa del Cinema, il recupero dell’area urbana di viale Giustiniano Imperatore, il sostegno al concorso per la Nuova Stazione Tiburtina, i Musei MAXXI e Macro e il recupero dell’ex Mattatoio, il progetto per l’Ara Pacis e i concorsi per la sistemazione di Piazza Augusto Imperatore, per il Ponte della Musica e il Ponte del Commercio, il recupero di Cinecittà e il rilancio del Centro Sperimentale di Cinematografia, ecc… A me non sembra poco. Semmai le critiche trovano maggiore sostegno nelle trascuratezze del secondo mandato, quando Veltroni fu assorbito da nuove responsabilità in politica nazionale.

 

CHE FARE?

Mi auguro che a Roma la nuova amministrazione, dopo i recenti disastri, cerchi di risolvere immediatamente almeno i problemi quotidiani che hanno fatto sprofondare la città nella vergogna: la raccolta di rifiuti, la pulizia di marciapiedi e strade, la manutenzione di asfalti e pavimentazioni, l’illuminazione pubblica, la cura dei giardini e dei parchi. E poi, naturalmente, più bus – nuovi e moderni – e manutenzione efficiente di quelli esistenti. Credo anche che i problemi più drammatici e difficili, perché coinvolgono questioni sociali prima ancora che urbanistiche (convivenza tra disagiati, mancanza di servizi e di luoghi di cultura, nomadi, spaccio, delinquenza diffusa) siano quelli che hanno portato le periferie ad un forte degrado. Forse sono la priorità assoluta, ma su questo non sono in grado e non voglio esprimermi.

Invece, restando nel mio campo e limitandomi ad opere pubbliche comprese nei quartieri centrali e semicentrali di Roma (che conosco meglio), provo ad elencare alcune azioni semplici e indifferibili (già note, ma ignorate) e altre più complesse e a medio o lungo termine.

MOBILITA’

Uno dei problemi più gravi è quello del parcheggio in via-bevagna-doppia-filadoppia fila e parcheggio in divieto. Occorre agire sul corpo dei Vigili Urbani, lobby parassitaria e potente, trovando il modo di aumentarne il numero anche con l’istituzione di corpi speciali sussidiari. Poi tutti i vigili devono essere su strada. Il lavoro di ufficio può essere coperto da altro personale. Il pattugliamento, soprattutto nelle zone commerciali, deve avviare una forte repressione della sosta in doppia fila con multe e rimozione forzata (a proposito che fine ha fatto il servizio di rimozione?).

Occorrono nuove corsie preferenziali, ma soprattutto art_4320_2_corsia preferenziale 2devono esser gestite meglio quelle esistenti: cordoli dissuasori ovunque (che Alemanno aveva tolto), telecamere a rilevamento targa nei casi più delicati e, quando possibile, sensi di marcia invertiti tra traffico privato e mezzi pubblici (cfr via Nazionale).

Va completato il programma di ridisegno delle geometrie stradali nelle zone con edifici a blocco e incrocinegozi, con nuove curvature agli incroci e delimitazione stalli di parcheggio (già effettuato in alcuni quartieri come Prati, Italia,Trieste, ecc…).

Va sistemata la viabilità in luoghi in cui ancora permane una circolazione provvisoria. Alcuni esempi: la viabilità attorno all’Auditorium è ancora quella precedente alla inaugurazione della struttura, inadeguata al luogo, con il paradosso di una rotatoria attorno al Palazzetto dello Sport che funziona in senso inverso.
Su Lungotevere Arnaldo da Brescia, tra Piazzale Flaminio e il ponte della Metropolitana ci sono, da oltre 10 anni, recinzioni per lavori inesistenti. Viabilità auditoriumPerchè? La Piazzetta di Santa Costanza, a lavori per la metropolitana completi, è ancora transennata. Perchè? Ma a Roma ci sono una enormità di spazi residuali non risolti. Occorre un censimento sull’intera città di queste situazioni paradossali e un intervento immediato.

RIPRESA LAVORI OPERE INCOMPLETE E/O ABBANDONATE.

E’ un problema nazionale, ma oltremodo grave per Roma. Un Assessore all’Urbanistica ha il dovere di porsi questa come priorità, attivando un censimento e studiando le modalità per ottenere i finanziamenti o gli accordi necessari per il loro recupero. Qui gli interventi sono più complessi e lunghi. Alcuni esempi.

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Innanzi tutto la Metropolitana Linea C. E’ assurdo che una linea arrivi al centro città e poi si fermi. Credo che una amministrazione seria che guarda al futuro debba assolutamente impegnarsi per rifinanziarla almeno sino a Piazzale Clodio, come è anche assurdo che ci voglia tanto tempo per risolvere le complicazioni conseguenti la presenza di resti archeologici. Una amministrazione forte risolve i problemi di questo tipo, perché le linee metropolitane sono l’unico vero antidoto al traffico privato.

velePer quanto riguarda le altre opere, per fortuna sembra che il Centro Congressi di Fuksas all’EUR sia ormai vicino alla inaugurazione.
Ma, dalle Vele di Calatrava agli ex Mercati Generali dell’Ostiense; dalle attrezzature integrative su via Innocenzo III della Stazione S. Pietro alla sistemazione definitiva del laghetto dell’EUR, dal recupero delle torri  di Ligini all’EUR di Alfiere S.p.A. al prolungamento della Linea B della Metro, indipendentemente dalle colpe del passato, è indegno per una città come Roma che i cantieri non  riprendano e si concludano. Accanto all’Ospedale San Camillo ci sono le strutture abbandonate del Forlanini, un ospedale storico di Roma, un patrimonio in abbandono e Forlaninidegrado da recuperare anche attraverso una convenzione pubblico-privato.

Infine le aree della ex Fiera di Roma sulla Colombo e degli ex Magazzini Militari a via Guido Reni, da anni in abbandono, per le quali l’amministrazione uscente di centrosinistra aveva avviato ipotesi di accordi pubblico-privato che includono la realizzazione di volumetria residenziale e commerciale. E qui si entra in un campo pragmatico: è meglio l’abbandono a tempo indeterminato di aree pregiate, ma private, nel cuore della città che ne mortificano la Aerea Suddignità, oppure la scelta di una contrattazione con le proprietà pur di controllarne al meglio il riutilizzo? In tutto il mondo si sceglie la seconda strada. In particolare su via Guido Reni l’ex assessore Caudo aveva lanciato un concorso affinchè, oltre alle volumetrie private, ci fosse l’impegno della proprietà a realizzare il Museo della Scienza. Il concorso è andato a buon fine (anche se, a mio avviso, ha vinto un progetto scadente in un contesto con troppa volumetria), ora si vedrà l’intenzione della nuova amministrazione.

NUOVE OPERE

L’atto cui l’ex Sindaco Marino ha avviato la sua amministrazione, la chiusura di via dei Fori Imperiali, ha aperto un problema ma non lo ha concluso. Via-dei-Fori-Imperiali Se la pedonalizzazione dovesse essere confermata, non sarà possibile conservare l’enorme carreggiata stradale asfaltata. Occorreranno ancora interventi sulla viabilità e soprattutto un progetto di risistemazione generale della quota stradale con una nuova pavimentazione, nuova illuminazione, arredo urbano adeguato e, se il caso, anche altri scavi. Per sistemare e rendere fruibili le aree archeologiche di Piazza Augusto Imperatore e di Piazza Argentina ci sono progetti pronti e, credo, finanziati. Cosa si aspetta?

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Il Foro Italico è un caso particolare purtroppo poco considerato dalla politica. Giace in una condizione di grande trascuratezza. Gli splendidi mosaici sono in rovina. Lo Stadio Olimpico con le ritualità domenicali e le sue recinzioni posticce lo ha già alterato, gli Internazionali di tennis e gli spazi per la festa e la musica estiva ne hanno logorato i marmi, le pavimentazioni e il verde.

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Soffrono alcuni gioielli architettonici, come gli edifici di Del Debbio, lo Stadio del Tennis di Costantini scavato nel terreno e oppresso dal vicino – e molto brutto –  nuovo centrale.

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Soffre la casa della scherma di Moretti, solo parzialmente restaurata. E’ necessario un programma di restauro e recupero. Ma non solo. Di fronte, il Ponte della Musica appare come oggetto estraneo: chi viene dalla’altra sponda del Tevere si trova davanti una pericolosa strada di scorrimento veloce.

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E’ necessario prolungare sino al Foro Italico il transito pedonale che proviene da via Guido Reni (Musei) interrando il lungotevere Maresciallo Cadorna (trincea o sottopasso) da Piazza Maresciallo Giardino sino ad oltrepassare il Ministero degli Esteri, per poi risalire in quota prima di Ponte Milvio. Sarebbe una eccezionale opera pubblica perché darebbe continuità spaziale e pedonale  tra il Foro Italico – “parco di pietra” – e il margine del Tevere – “parco fluviale”.

Infine i nuovi stadi per il calcio, che risolverebbero in parte anche il problema del Foro Italico. Si può amare o no il pallone, ma non si può negare che lo stadio in tutto il mondo sia il grande teatro di massa del XXI secolo per lo sport e lo spettacolo. Gli stadi per il calcio, che comportano l’affollamento di decine di migliaia di persone vanno previsti lontano dal centro, dove spesso non esistono infrastrutture per la mobilità né servizi. Quindi le società sportive che lo vogliono realizzare non solo dovranno finanziarne la costruzione ma dovranno anche realizzare la viabilità di accesso e le necessarie infrastrutture pubbliche. Riferendoci all’area di Tor di Valle per lo Stadio della A.S. Roma si conferma la necessità di un accordo pubblico-privato che, a costo zero per il Comune, dovrebbe finanziare la mobilità con il potenziamento di due stazioni della metropolitana, l’adeguamento di via Ostiense in attesa da anni, una bretella di collegamento con l’autostrada, la mitigazione di un rischio idraulico in aree limitrofe e un parco pubblico; ovviamente con una componete di utile immobiliare che finanzi tutto questo, oltre lo stadio con i suoi servizi. Scandalizzarsi per queste procedure vuol dire essere fuori dalla realtà di una economia di mercato che, volenti o nolenti, ci coinvolge tutti.

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Ricordando l’E42, l’Esposizione Universale incompiuta che avviò la costruzione dell’EUR; le Olimpiadi del ’60 che oltre al quartiere modello del Villaggio Olimpico, realizzarono le uniche opere pubbliche in una città, fino ad allora, riempita solo di palazzine, il Giubileo del 2000 che risolse molti problemi di mobilità urbana; ma anche pensando alla Esposizione di Genova del ’92, ai Giochi Olimpici Invernali di Torino del 2006, o all’Expo’ di Milano dell’anno passato, tutte città risorte dopo anni grigi, penso che, soprattutto per trasformare Roma, ci vorrebbe un grande evento. Perché purtroppo in Italia – e a Roma in particolare – solo con i grandi eventi arrivano risorse e si sconfigge la burocrazia.

Questo e molto altro ancora ci si aspetta da una amministrazione comunale e dagli assessori che si insediano con lo slogan di salvare Roma. Per ora conosciamo solo i nomi e il curriculum, aspettiamo di conoscere quello che faranno.

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Un impegno di base per Roma

Riporto per intero il testo (pubblicato su facebook da Emma Amiconi) con i contenuti del primo incontro pubblico del gruppo TUTTI PER ROMA, ROMA PER TUTTI. Il gruppo si è formato su facebook un paio di mesi fa ed è immediatamente cresciuto sull’onda del malessere che coinvolge tutti i cittadini di Roma per la inconcludente, pessima amministrazione Raggi.

Tutti per Roma

Pubblichiamo i punti principali dell’introduzione dell’incontro del 20 giugno, per chi non ha potuto partecipare o è arrivato troppo tardi per ascoltarla. Vi invitiamo a leggere questo testo, perché si tratta dei contenuti che stiamo condividendo e che vorremmo fossero alla base del nostro lavoro comune per Roma.

Roma, 20 giugno 2018
1. Chi siamo
Da una buona idea di un piccolo gruppo alla nascita di un comitato promotore.
6 donne, diverse fra loro per esperienze e campi di attività, che amano la città e non sopportano di vederla scivolare di giorno in giorno verso un irreversibile stato comatoso. 
Altri si sono aggiunti a noi, come primi firmatari del manifesto, altri lo stanno facendo in queste ore e stanno contribuendo a rendere possibili i primi passi. La riunione di oggi è uno di questi primi passi: vogliamo vederci e conoscerci, uscendo da facebook.

Stiamo provando a costruire un gruppo, una aggregazione, partendo dalla convinzione che i cittadini non sono sudditi o clienti dell’amministrazione pubblica, ma che la città è prima di tutto nostra, e noi vogliamo esercitare le nostre responsabilità fino in fondo, diritti e doveri. 
E quindi.
Siamo politici, perché pensiamo che la vita della città ci riguardi in prima persona, perché crediamo nella partecipazione democratica e nelle nuove forme in cui questa partecipazione, in tutto il mondo e da tanti anni, sta trovando modalità inedite e nuovi strumenti per esprimersi. E poiché sappiamo bene che partecipare non è una passeggiata, ma una delle prerogative del nostro essere cittadini, vogliamo anche rendere esplicito da che parte stiamo.

Siamo arrabbiati, perché il modo nel quale la città è amministrata non ci piace, non ci basta, non ci convince nemmeno un po’. Dopo due anni di vento del cambiamento Roma sembra un campo di battaglia, non una città rinnovata.

Siamo consapevoli, perché sappiamo bene che i problemi in ballo sono tanti, assai complessi e con radici profonde e antiche. Non ci illudiamo che i tempi per risalire siano veloci. Ma vogliamo ricominciare. Tra le molte cose da fare – a tutti i livelli – vogliamo contribuire a indicare priorità, programmi e scadenze, a breve, medio e lungo periodo.

Siamo realisti, perché sappiamo che né i partiti, né le forme tradizionali di rappresentanza democratica riescono più a dare piena voce e risposte credibili alle richieste e alle istanze che vengono dai cittadini, specialmente dai più deboli e dai più poveri, e constatiamo che disuguagliane e ingiustizie crescono sempre di più. Anche nella nostra città. Nessuno può farcela da solo, tutti possiamo fare qualcosa. Come minimo, ricordare che l’agenda delle politiche pubbliche deve includere capacità di accoglienza, tolleranza, tutela e promozione di diritti sociali e civili.

Siamo preoccupati, perché vediamo aumentare la distanza tra i cittadini e le istituzioni, l’affermarsi di forme di populismo arrogante e reazionario, l’illusione di risolvere tutto con un Like o con un tweet.

Siamo all’erta, perché quando prevalgono la delusione e il rancore si perde di vista l’interesse generale e vincono sempre gli interessi particolari o personali.

Siamo democratici e antifascisti.

Siamo già in contatto con tanti gruppi, comitati, associazioni che si muovono da tempo nella città e con loro cerchiamo e cercheremo di condividere informazioni, idee e obiettivi. Alcuni di noi ne fanno parte. Li stimiamo e non vogliamo sovrapporci alle loro iniziative: pensiamo altresì che la situazione romana sia talmente grave da richiedere la mobilitazione di tanti, dobbiamo diventare sempre di più. 
Quello che già esiste non basta. Troppi cittadini stanno ancora dentro casa, e invece la vita di Roma e il suo futuro sono anche nelle nostre mani. Fosse anche solo per contribuire con un gesto, un segnale, una proposta, una indicazione di impegno a favore di questa bellissima città nella quale non sta funzionando più nulla. 
Serve il contributo di tutti. Le intelligenze, competenze, idee ed energie che esistono vanno recuperate e portate alla luce. Imprenditori, commercianti, artisti e intellettuali, professionisti e artigiani, insegnanti, studenti, genitori, giovani e anziani, tecnici e operatori, giornalisti …. ce n’è per ognuno e ciascuno può fare la differenza. 
Dentro casa, per strada, durante tutto il giorno, in ogni luogo e circostanza. L’appello è rivolto anche a noi stessi, possiamo fare meglio e di più. 
Rialziamo lo standard minimo dell’educazione, del linguaggio, dell’attenzione a chi ci sta accanto e alla città nel suo insieme.

2. Cosa non siamo
Non siamo un comitato elettorale, nel senso che non siamo nati per costituire una lista civica. Potremo auspicarne la creazione, anzi ci auguriamo che questo accadrà, quando sarà il tempo, ma oggi non è questo il nostro obiettivo. Oltre tutto l’esperienza insegna, a tutti i livelli, che per amministrare servono competenze adeguate, non ci si improvvisa. Mai. Ma certamente andremo di porta in porta a scovare intelligenze e competenze nascoste, perché di gestire bene Roma Capitale qualcuno dovrà pur farsi carico.

Non siamo collaterali a nessun partito, non per disprezzo ma perché siamo altra cosa. Nessuno ci finanzia.

Non siamo superficiali, e quindi ci muoviamo con cautela, passo dopo passo, cercando di capire come e dove sia opportuno intervenire e come sia meglio organizzarsi.

Non pensiamo di poter fare tutto da soli, e quindi siamo aperti a collaborazioni, contributi e approfondimenti. Abbiamo bisogno di scienza e coscienza, abbiamo bisogno di studio, di metodi di analisi, di informazioni e di supporto da parte di esperti e di tecnici. 
Abbiamo bisogno di risorse materiali e immateriali.

3. Cosa vogliamo
Vogliamo qualificare la protesta e le proposte dei cittadini, organizzando le informazioni che stiamo raccogliendo in dossier tematici e ragionati. Una forma di monitoraggio civico, alimentata da noi tutti e condivisa con ricercatori, tecnici e professionisti. 
Sarà un Osservatorio permanente sulle emergenze, ma conterrà anche le proposte, i dati, le informazioni su come, altre metropoli, si sia riusciti a risolvere problemi analoghi. Sarà la base informata per proporre e ottenere cambiamento. Vogliamo che l’agenda pubblica della città riparta dai cittadini.

Ragioneremo e faremo proposte sui servizi pubblici di base (pulizia e raccolta dei rifiuti, strade e verde pubblico, mobilità e trasporti, anche seguendo le centinaia di segnalazioni che ci avete inviato), ragioneremo e faremo proposte sull’offerta turistica e culturale, sul commercio, sugli spazi pubblici, sui servizi e le politiche sociali. Su come interrompere l’emorragia delle imprese che abbandonano in numero crescente la città, togliendo posti di lavoro, opportunità di crescita, di ricerca e di innovazione; sul come rilanciare l’offerta commerciale che oggi è sempre più squalificata, su come intervenire nelle periferie, sempre più lontane e abbandonate a se stesse, sui livelli di assistenza sempre più insoddisfacenti.

Vogliamo risvegliare i cuori e le coscienze intorpidite, le abilità e le esperienze smarrite. 
Perché la nostra città ci riguarda! 
Richiamare i delusi e gli arrabbiati, farli tornare a vedere la bellezza di Roma, a credere nelle sue potenzialità disattese e avvilite ma ancora esistenti, a ragionare sull’armonia della convivenza civile, sull’importanza del buon uso del tempo, dell’esercizio del pensiero critico e della propositività. 
Rovesciare il processo negativo, riavviare un percorso che si è fermato. Sperimentare e inventare.

Vogliamo dire a chi ci amministra che è necessario, urgente, impellente un radicale cambio di marcia e di direzione. Non basteranno i milioni di euro di un governo amico per rimettere in sesto né il bilancio del comune né la vita della città, se resteremo in mano ad amministratori pavidi e senza progetti, senza visione e, a volte, supponiamo, senza amore. Sebbene sia stato necessario risparmiare, vorremmo sapere se e come sono state spese le risorse esistenti. 
Ci interessano, del resto, più che il monitoraggio sulla correttezza delle procedure o il processo alle precedenti stirpi di amministratori, la stima e la valutazione dei fatti e dei risultati ottenuti da chi è al comando ormai da due anni. Cosa è cambiato?

Le prossime tappe (vicine)
Affinare i canali di conoscenza reciproca e lo scambio di informazioni e notizie (schede rilevazione, gruppi di conversazione di oggi e poi altre iniziative analoghe successive).
Organizzare la manifestazione di settembre in Campidoglio, che dovrebbe segnare l’avvio della mobilitazione e della visibilità su larga scala del movimento Tutti per Roma. Dobbiamo essere migliaia.
Moltiplicare le firme al Manifesto. Cominciare a scrivere il nostro programma operativo e a strutturare l’osservatorio.
Mappare le disponibilità esistenti. Organizzare gruppi di lavoro tematici/territoriali.
Aprire e alimentare il sito web.
Organizzare iniziative locali di approfondimento.

I numeri
15.500 su facebook in 5 settimane e centinaia di post e di interazioni
3200 firme al manifesto in una settimana
Il sito web appena aperto.

I tempi
I tempi sono lunghi, ci vorranno anni per risalire la china. 
Ma il cambiamento va accompagnato e orientato. 
Per questo motivo, noi siamo all’opera già da oggi, insieme a chi vorrà partecipare a questa avventura entusiasmante. Siamo pieni di speranza, di coraggio e di passione, abbiamo testa e abbiamo cuore, siamo fieri di abitare in questa città. E’ nostra, prima di tutto, e sta anche a noi curarla, difenderla, riabilitarla e farla tornare a splendere agli occhi dell’Italia e del mondo.

Tutti per Roma raduno 2

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