LUI, LEI, LORO e gli ALTRI

sorrentino e garrone

Vorrei ricordare insieme gli ultimi film di Paolo Sorrentino e Matteo Garrone, Loro (1 e 2) e Dogman, non perché confrontabili, ma perché rappresentano due percorsi paralleli del grande cinema italiano. E’ indubbio che i due registi, quasi coetanei e appena sotto i 50 anni, siano riconosciuti a livello internazionale come l’attuale massima espressione del nostro cinema. Se sono imparagonabili i loro film, è altrettanto difficile poterli valutare rispetto ai grandi maestri del passato. Eppure mi sento di esprimere un concetto secondo una logica proporzionale commisurata alle relative differenze: direi che Fellini sta a Sorrentino, come Pasolini sta a Garrone. I primi accomunati dalla ricerca di una astrazione narrativa e formale sui paradisi terreni della classe dominante; i secondi dalla rappresentazione realista dei conflitti che attraversano le comunità in ogni tempo.

 Critica e pubblico si sono divisi sia su Loro che su Dogman: sul film di Sorrentino molte critiche e pochi elogi, su quello di Garrone l’inverso. In contrasto con la maggioranza delle opinioni, per me Loro non è il peggior film di Sorrentino, come Dogman non è il migliore di Garrone. Entrambi ci confermano come i grandi registi – ma anche i grandi artisti, architetti, scrittori, musicisti, ecc… – nella fase matura della loro attività si stabilizzino in un ambito creativo autoreferenziale, esprimendosi in un linguaggio personale che prevale sulla originalità delle idee.

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Ancora una volta Sorrentino tratta il tema del transito  alla vecchiaia. In questo caso la vecchiaia coincide con la caduta di un potere che ha uno spettro ampio: denaro, donne, consenso e politica. Il Berlusconi di Sorrentino è convinto che dominare tutti questi ambiti consenta di essere amato. E la sua sofferenza è quella di perdere un presunto amore. “Hai l’odore del vecchio” gli dice la giovane donna che lo rifiuta, nei giorni stessi in cui la moglie Veronica lo abbandona ed esplodono i suoi guai giudiziari. Così scopre che non è mai stato vero amore quello dei politici di sottobosco che lo assediano per chiedere favori, né quello di arrivisti tirapiedi che vogliono fare soldi o di giovani donne che aspirano al lavoro in TV o nel cinema. E che non è neppure reale l’amore di una moglie che si sente intellettualmente ed eticamente lontana. Berlusconi scopre di invecchiare nel vuoto.

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Penso che il film di Sorrentino anziché Loro, si sarebbe dovuto chiamare Lui e Lei, perché, soprattutto nella seconda parte, il cerchio della rappresentazione si stringe sul tramonto del rapporto di coppia, che diventa metafora del tramonto del leader politico. Il primo episodio del film, quasi interamente costruito sulla giostra di decine di veline seminude, che sembrano catapultate dalle trasmissioni Mediaset del “sesso per famiglie” mandato in onda la domenica pomeriggio, è sicuramente meno riuscito del secondo. Loro 2 è più articolato e, direi, più triste, con la bellissima sequenza finale che finalmente ci fa capire chi sono i veri “Loro”. Bene avrebbero fatto Sorrentino e produzione a rinunciare a molte ridondanze di sceneggiatura, realizzando un unico film. Forse l’esperienza seriale dello Young Pope di Sky ha incantato e condizionato il regista.

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Se Lui Lei e Loro appartengono al film di Sorrentino, gli Altri popolano il film di Garrone. Come il Berlusconi di Paolo Sorrentino è incarnato nel genio istrionico di Tony Servillo che lo ricorda molto poco, così la vicenda del canaro della Magliana per Matteo Garrone è solo lo spunto di una storia riscritta in una diversa location e sulla misura di un interprete di talento come Marcello Fonte. Il regista di Dogman ha modificato il paesaggio entro il quale si svolge la vicenda della cronaca nera romana: dalla cruda periferia della Magliana trasferisce il set in un luogo ancora più duro, il Villaggio Coppola di Castel Volturno, che gli è caro perchè già sperimentato con successo ne L’Imbalsamatore e Gomorra. Questo contesto rappresenta il massimo degrado di un luogo urbano. La scenografia del film è avvolgente e coinvolgente, buia anche di giorno, cupa nella sabbia terrosa, acida nei riflessi delle pozze d’acqua sull’asfalto, ansiogena nei silenzi e negli echi di rumori e grida. Ci ricorda gli scenari periferici di Botto&Bruno, ma senza la distanza che una invenzione artistica basata sul collage impone allo spettatore.

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In questo contesto casertano immediatamente riconoscibile, suona contraddittorio il dialetto romano dei protagonisti. Poi ci si accorge che è la sintesi (voluta) di due paradigmi cinematografici del cinema italiano sulla violenza metropolitana: il degrado fisico e quello culturale. Anche Pasolini ambientava i suoi film nel degrado della periferia; ma era il degrado di borgata, di un paese povero sospeso tra città e campagna, vittima di una guerra persa ma con speranze di futuro. Il bianco e nero della pellicola appiattiva i contrasti decantandoli in una visione letteraria, quasi poetica. Quello di Dogman invece è un degrado urbano frutto del malaffare edilizio e destinato a non cambiare. Chi lo abita, oltre che vittima, sembra esserne anche l’artefice connivente e responsabile. Se Accattone ed altri film di Pasolini si potevano inscrivere nel cosiddetto filone neorealista, Dogman allora è definibile come cinema iperrealista.

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Nonostante la grande regia di Garrone nel fondere lo spazio della narrazione con lo spazio urbano e la bravura degli attori – Fonte è grandioso – e al di là dell’apparato scenografico di qualità anche negli interni, il film non solleva grosse emozioni e non commuove nella ricercata lentezza in cui avviene il transito del protagonista dalla assoluta e ingenua mitezza sino alla ragionata ed efferata violenza.

 

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IRAN, immagini (Teheran, Persepoli e tombe, Shiraz, Kerman)

Una raccolta di fotografie (prima parte)

 

Teheran

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Persepoli e tombe

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Shiraz

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Kerman

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IRAN, immagini (Rayen, Deserto dei Kaloot, Caravanserraglio Zineddin)

Una raccolta di fotografie (seconda parte)

 

Rayen

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Deserto dei Kaloot

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Caravanserraglio Zineddin

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IRAN, immagini (Yazd e Isfahan)

Una raccolta di fotografie (terza parte)

 

Yazd

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Isfahan

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Iran s-velata – 1°

parte prima: attraversando la Persia di oggi

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Meidan ad Isfahan

Arrivando in Iran e percorrendo le strade delle città colpisce la cura per la cosa pubblica: la carreggiata per le auto è conclusa da un doppio cordolo entro il quale scorre un piccolo canale di acqua di compluvio. Segue una aiuola fiorita e poi il marciapiede. L’acqua è preziosa in Iran e la rara pioggia viene raccolta e accompagnata sino fuori dalla città ad irrigare i campi coltivati. Proprio come accade nelle moschee, nelle madrase e nei giardini e come accadeva un volta con i canali sotterranei (quanat) scavati in profondità con il coraggio delle braccia e la precisione della trigonometria. Le strade, così, sono piene di fiori e ricche di colori di giorno, ma anche di notte, quando si accendono luminarie verdi, bianche e rosse che ripropongono il tricolore della bandiera nazionale. Le città, anche quelle più povere, anche nei quartieri coinvolti da mercati e bazar, sono tenute pulite; le splendide moschee restano aperte ai turisti che vengono accolti con garbo e simpatia.

IRAN

Gli 80 milioni di Iraniani sono un popolo gentile, forte di una grande tradizione culturale, ma rinchiuso entro confini caratterizzati da una difficile condizione geopolitica: ad ovest l’Iraq e la Turchia; a nord l’Armenia, l’Azerbaigian e il Turkmenistan; ad est l’Afghanistan e il Pakistan. Guerra e terrorismo la minacciano dall’Iraq e dall’Afghanistan; al di là del Golfo Persico Arabia Saudita, Emirati e Oman hanno forte consistenza sunnita e non sono considerati popoli amici; il traffico di droga l’attacca dall’Afghanistan, che produce il 90% dell’oppio puro di tutto il mondo.

Quella della droga è un guerra vera, lunga 35 anni, che causa la morte di circa 100 soldati  iraniani l’anno. I narcotrafficanti, armati di cingolati ed elicotteri, cercano di arrivare in Turchia e nei Balcani dove l’oppio viene raffinato e trasformato in eroina ad uso dell’Occidente. Dunque l’Iran non combatte la droga come pericolo interno (alcol e droga nel paese non sono un problema), ma per evitarne il transito diretto fuori dai suoi confini. L’ONU è consapevole dell’impegno dell’Iran contro la droga, molto meno i paesi occidentali, per quanto ne siano i destinatari finali. Ci è stato raccontato che un comandante dei pasdaran, stanco di perdere i suoi uomini, aveva proposto al governo di isolare i trafficanti accompagnandoli ai confini nord-ovest del paese. Una ipotesi subito esclusa, ma sintomatica del problema.

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ragazze in visita turistica

L’Iran è chiuso ed isolato non solo da una geografia scomoda (tra l’altro più della metà del suo territorio è fatta di deserto e montagne), ma anche da gran parte del mondo, che lo teme come unico paese del medio oriente che rifiuta l’egemonia economico-politica dell’occidente. Proprio in questi giorni Trump – perseguendo la sua forsennata politica internazionale – ha rotto l’accordo firmato da Obama sugli armamenti atomici riproponendo le sanzioni e Netanyahu ha aumentato la sua pressione raccontando di presunti armamenti atomici iraniani. L’Iran, anzi, la Persia, ha una storia di millenni, fatta da popoli e dinastie in guerra, assassinii e tradimenti moltiplicati da una mitologia tanto eroica quanto complicata. Ma secondo l’interpretazione sciita del Corano la guerra è giusta solo se in difesa (jihād difensivo). Oggi l’Iran, che tendenzialmente vuole dialogare con l’occidente, subisce minacce di guerra da Stati Uniti e Israele, ma anche da Arabia Saudita; minacce e sanzioni che non sembrano spaventare il paese, ma ne acuiscono l’orgoglio patriottico e religioso. Così la sensibilità per la propria millenaria storia insieme ad una fede religiosa spinta sino all’intimo delle coscienze, amplificata dall’isolamento territoriale, commerciale e culturale, determina un nazionalismo estremo, difficile da capire per noi cittadini d’Europa, pacificati nella controversa realtà dell’Unione Europea.

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una famiglia al parco

L’Iran, chiuso ad Occidente, si proietta commercialmente ad Oriente. Il futuro sembra essere il ripristino della “via della seta” da e verso la Cina e le Indie. L’Iran investe sul sistema infrastrutturale terrestre (autostrada e ferrovia) come su quello marittimo attraverso il Golfo Persico. Il sistema degli scambi commerciali e della loro gestione inevitabilmente condiziona le relazioni tra Iran e i paesi del Golfo in un complesso e contraddittorio gioco di alleanze e conflitti. Basti pensare al Qatar sunnita, strategico nel Golfo, che acquista armi dagli Stati Uniti, già alleato dell’Arabia Saudita insieme ad Oman e Yemen, ma oggi appoggiato da Russia Turchia e Iran.

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Persepoli

Ma rispetto alla cultura politica occidentale la questione più divisiva che emerge percorrendo l’Iran e incontrando esponenti del mondo culturale e religioso, resta il sistema islamico di governo, ovvero l’integralismo religioso. E’ una diversità profonda, lontana dal laicismo consolidato delle democrazie occidentali fondate sulla separazione tra potere temporale e potere spirituale; ma è una diversità anche di carattere teologico tra Cristianesimo e Islamismo: nella prima Dio si è fatto uomo assumendone forza e debolezza; nella seconda Dio è assoluto e trascendente. Così nella cultura occidentale l’etica esprime il suo valore anche nel libero arbitrio e nei limiti dell’uomo; al contrario nella cultura musulmana l’etica dell’uomo è incompiuta e solo quella di Dio, scritta nel Corano, è perfetta.

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Moschea del venerdì antica, Isfahan

In Iran ci è stata raccontata la “parabola dell’elefante” del poeta Gialal al-Din Rumi: “il governatore di una città comprò un elefante e lo mise all’interno di un palazzo spegnendo le luci. Poi chiamò i notabili della città e disse: – entrate nella stanza, toccate e ditemi cosa è – . Entrò il primo, toccò il piede dell’elefante e disse. – è una colonna! – . Poi entrò il secondo, toccò la proboscide e disse: – è un serpente! – .Quindi entrò un terzo, toccò le orecchie e disse. – sono tende! – Infine l’ultimo toccò la coda e disse: – è una fune! – Ognuno di loro ebbe una idea imperfetta e falsa dell’elefante; solo la luce, cioè Dio, ne avrebbe consentito una visione perfetta e reale. L’unica assoluta verità è quella di Dio”. Questo scrive il Corano e questa è la legge.

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Moschea Nasir ol Molk, Shiraz

Come sappiamo nel 1979 scoppiò la ribellione contro il regime dello Scia. La rivoluzione iraniana guidata da Khomeini, trasformò l’Iran da monarchia assoluta a repubblica islamica fondata su una costituzione teocratica approvata dal 99% dei votanti. Da allora l’Iran ha un parlamento eletto, un governo e un presidente cui è affidato il potere esecutivo, distinto dal potere giudiziario. Ma un religioso, un ayatollah sciita profondo studioso del Corano chiamato “Guida suprema”, ha il potere di veto sulle decisioni del governo, valutandone l’etica e la validità. Inoltre è il comandante in capo delle forze armate, ovvero ha il potere di decidere su guerra e pace. La “Guida suprema” viene nominata a vita dalla “Assemblea degli esperti” composta da 86 religiosi, studiosi islamici eletti a suffragio universale, che possono anche esautorarlo. A sua volta la “Guida suprema” nomina il “Consiglio dei guardiani” che lo assiste nel controllo del potere esecutivo sulla base della costituzione e delle leggi coraniche. Per noi occidentali questa non è vera democrazia. Ma è legittimo confrontare sistemi di governo maturati in contesti che hanno storia, tradizioni, religioni e culture profondamente diversi? (continua)

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Sala della musica, Palazzo Ali Qapu, Isfahan

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Iran s-velata – 2°

parte seconda: discutendo con Mostafa Milani

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Mostafa Milani all’incontro

Prima di terminare il nostro viaggio abbiamo ricevuto una prova di disponibilità e cortesia. Nella città sacra di Qom, è stato organizzato per noi un incontro in forma ufficiale con Mostafa Milani, vissuto in Italia sino a 24 anni, un hojatoleslam (titolo appena sotto quello di ayatollah), che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Cercherò di riassumere la discussione che ne è nata. Milani dapprima ha risposto alla domanda sulle diversità e convivenze tra Sciiti e Sunniti, confermando che la fratellanza tra le due diverse visioni dell’Islam, ma anche tra le diverse religioni inclusa quella cristiana, è stata applicata con un certo successo in Iran. Meno in alcuni paesi a maggioranza sunnita come Arabia Saudita, Egitto e Marocco. Ma – ha concluso – il vero problema, come si sa, è l’estremismo terrorista sunnita dell’Isis. Interrogato poi sul sistema politico iraniano, Milani ha spiegato che non è propriamente una teocrazia, in quanto l’Iran è regolato da una costituzione approvata dal popolo e da una democrazia parlamentare elettiva. L’unità tra potere temporale e potere spirituale in Iran è stata voluta dal popolo, convinto che Dio sia qualcosa di superiore anche alla politica. Ma allora – è stato chiesto a Milani – perché questa democrazia impone scelte a prescindere dalla propria volontà come quella del velo per le donne? Milani si è mostrato aperto e tollerante rispetto a questo problema, governato da una legge di fatto depenalizzata, aggiungendo però che il velo, seppure imposto, è una scelta liberamente voluta delle donne iraniane. Una contraddizione in termini che ha sollevato qualche dubbio tra noi, in quanto, come si sa, il velo è imposto anche a chi non è islamico e pratica fedi diverse. Sappiamo però che in Iran da tempo si è aperto un dibattito sulla obbligatorietà del velo e che presto ci potrebbero essere novità in proposito.

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dettaglio di una moschea

Milani si è poi dilungato sul reato di opinione, ritenendolo un reato diffuso in occidente e riportando come esempio i reati di negazionismo, di apologia di nazismo o fascismo. Inevitabile anche qui qualche mormorio tra gli ospiti italiani, dal momento che la libertà di espressione e di opposizione non sembra soddisfatta in Iran. Insomma è sembrato di capire che il reato di opinione in Iran sia da condannare quando imposto dalla legge dell’uomo; e invece da applicare quando prescritto dalla volontà divina tratta dalla interpretazione sciita della scrittura sacra del Corano, l’unica che può definire il limite delle libertà individuali. Insomma un concetto per noi difficile da accettare: l’uomo preparato e saggio che scrive le leggi può sbagliare, l’ayatollah preparato e saggio che interpreta il Corano non può sbagliare.

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un celebre murale a Teheran

E’ stata posta a Milani la domanda sui problemi collegati all’isolamento economico e politico dell’Iran e sulla necessità di superarli entrando a pieno titolo nella comunità internazionale. Milani su questo è stato molto duro. Il mondo – ha detto – è controllato da popoli di origine anglosassone, in primis Stati Uniti, Canada, Inghilterra, ma anche la Francia, che impongono al mondo la loro cultura e il loro potere. La rivoluzione islamica iraniana è stata una rivoluzione antimperialista che rifiuta questa tirannica egemonia occidentale. Non si capisce perché nelle terre della Palestina debbano essersi insediate genti che vengono dal profondo dell’Europa, dalla Russia, Ucraina e altri popoli lontani. L’occidente è ipocrita, perchè piange i morti di Israele e non quelli dei Palestinesi. Le grandi potenze occidentali hanno centinaia di bombe atomiche. Voi stessi, in Italia, pure avendo rifiutato le centrali nucleari, avete più di ottanta bombe atomiche americane. Voi, insieme alla Germania, avete perso una guerra e siete vittime di questa logica, come fate a sopportare questa condizione umiliante? Sappiate che in caso di conflitto l’Italia potrebbe essere la prima distrutta in poche ore! Il più grande messaggio della rivoluzione islamica è questo: popoli del mondo riconquistate la vostra sovranità!

Ad una domanda sulla modernizzazione delle religioni e sul loro adeguamento ai tempi, Milani ha risposto dicendo che la forma repubblicana della rivoluzione islamica è il più forte segnale di modernizzazione rispetto al passato, che era stato sempre contraddistinto da forme di califfato ereditario. Questo è merito del pensiero sciita che affida la guida suprema al vicario del dodicesimo apostolo (ayatollah); ben diverso da quello sunnita che lo affida al monarca. Sulla possibilità di risolvere pacificamente il conflitto tra Israele e Palestina Milani, pure augurandolo, considera una utopia la realizzazione di due stati. Sarà impossibile finché Israele continuerà a cacciare i Palestinesi dalle loro terre. La proposta iraniana è di restituire le case a coloro che ne sono stati allontanati. Considerate – dice – che quasi due milioni di Palestinesi sono rinchiusi nella angusta striscia di Gaza, una situazione invivibile.

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Trump e il nuovo embargo all’Iran

Sull’embargo commerciale nei confronti dell’Iran riproposto in questi giorni da Trump, Milani ribadisce la correttezza del suo paese nel rispettare gli accordi internazionali e le disposizioni dell’ONU, avendo azzerato il programma nucleare; cosa che invece non avviene da parte di Israele che – dice – possiede oltre 200 ordigni nucleari. La Repubblica Islamica – prosegue –  è vittima di menzogne come quelle di Trump e Netanyahu che ci accusano di bombe atomiche che non esistono, negate anche dall’Unione Europea e dall’AIEA. Per fortuna l’Europa comincia a capire le falsità contro di noi e i danni procurati dagli Stati Uniti con l’applicazione dei dazi commerciali. Noi siamo un popolo che vuole contare come gli altri, perché tutti i popoli devono essere uguali. Questa è la nostra religione. Mi auguro non accada, ma se ci vogliono fare guerra per questo, che guerra sia!

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omaggio ai morti in guerra

Infine, sulla pena di morte, Milani spiega che il Corano difende la vita, ma per alcuni reati molto gravi è necessaria la pena capitale. D’altra parte –  dice – la pensano tanti come noi in tutto il mondo e ora anche da voi in Italia. Sul piano personale afferma di volerla considerare un provvedimento estremo qualora gli altri mezzi per impedire il reato non siano stati utili.

L’incontro si conclude con alcune battute di attualità. Ribadendo la sua convinzione per una repubblica parlamentare, Milani fa presente quale rischio avrebbe corso l’Italia qualora ci fosse stata un repubblica presidenziale ai tempi di Berlusconi. Sarebbe stato come capita oggi in America con Trump! Poi però mostra di conoscere bene anche lo stallo della crisi politica attuale italiana, segnale – dice – che anche la vostra democrazia è imperfetta! Infine a chi ricorda la recente affermazione del suo superiore in merito alla possibilità di costituire una Stato Islamico nella Regione di Qom, analogo alla Città del Vaticano della Chiesa cattolica, restituendo al potere temporale autonomia laica, Milani sorridendo dice di non essere in accordo con questa proposta che gli sembra separatista e quasi sovversiva. Questa affermazione delude gli interlocutori italiani che l’avrebbero volentieri colta come occasione per restituire una autonomia laica al potere politico. Si conclude così l’incontro, in cordialità e ringraziamenti reciproci.

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Finito l’incontro lasciamo l’Iran, portando dentro due emozioni. La prima, nella città di Isfahan, la vista di notte del Meidan, 160 metri di larghezza per 560 metri di lunghezza, una delle piazze porticate più grandi del mondo, scintillante di luci e impreziosita dal Palazzo di Ali Qapu; sulla Meidan affacciano la Moschea dello Scia e la Moschea della Regina, ruotate in modo di guardare la Mecca. La seconda emozione, vissuta qualche giorno prima nell’Iran sudorientale, è stata la corsa in automobile all’alba per 50 chilometri all’interno del Deserto di Lut, sino ad incontrare, al sorgere del sole, i Kalut, considerati una delle maggiori meraviglie naturali al mondo: rossi faraglioni scavati dal vento, quasi galleggianti sulla sabbia del deserto.

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La città contemporanea: smart, global o infelice?

Light trails above buildings

 Città digitale

La retorica della Smart city è nata dal concetto che le reti digitali opportunamente integrate e considerate come armatura strutturale, possano restituire alla metropoli contemporanea una dimensione equilibrata e sostenibile: una città cablata come fonte di sviluppo. In realtà il termine Smart city ha assunto valori diversi, assegnati dai volta in volta da discipline accademiche, interessi professionali, marketing aziendale e lobby di potere, che lo hanno orientato verso finalità non sempre convergenti. Tracciando una sorta di interpolazione tra le varie interpretazioni, possiamo affermare che la Smart city di fatto già esiste in episodi urbani circoscritti o in singole architetture, ampiamente controllate dalla domotica o da sistemi telematici. Il fine sembra essere quello di risparmiare energia, migliorare la salute e la mobilità, rendere più efficienti i servizi e più produttivo il lavoro. Insomma una città efficiente nel senso pieno della parola. Fin qui è anche condivisibile. Il problema si pone quando queste finalità e queste procedure vengono considerate generatrici di qualità urbana. Perché non esiste una “qualità” che discende meccanicamente dalla “efficienza”. Allora il mito della la Smart city diventa una retorica che fornisce modelli facili, emozionali ed effimeri. Un sistema troppo scontato per rifondare quella fiducia nella tecnologia e nel progresso che la modernità aveva affermato e che oggi sembra perduta. Troppo costruito sull’esaltazione di una digitalizzazione universale fondata su bolle di benessere individuale. E tutto, senza forma, renderà “brutta e volgare” la città. (estratto da uno scritto dell’autore pubblicato su FAmagazine. Ricerche e progetti sull’architettura e la città, rivista on-line)

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Smart city

Così la Smart city, come idea di città, resta patrimonio delle grandi potenze della tecnologia digitale (il mondo ICT, Information and Communication Technology) e sembra adattarsi soprattutto a dimensioni urbane ristrette. Ma nella realtà delle grandi metropoli la city da smart diventa global. In un recente articolo dal titolo Il mondo nuovo e le sue città (Il Foglio, inserto sabato 24 – domenica 25, marzo 2018) Stefano Cingolani riflette sul paradosso secondo cui la recente crisi economico-finanziaria ha determinato il consolidamento della cosiddetta città globale o, meglio, metropoli globale. Definizione non certo nuova, ma che si è concretizzata proprio negli anni che hanno visto da una parte l’abbattimento dei valori immobiliari e dall’altra flussi di danaro a basso costo investiti nella espansione delle metropoli.

Senza escludere il rischio di una grande bolla finanziaria dovuta agli eccessi di edilizia invenduta, attualmente le grandi città del mondo occidentale e di quello orientale avanzato sono cresciute sia nella capacità di attrarre investimenti sia nella qualità della modernizzazione. Ma quali sono i caratteri distintivi della metropoli globale? A differenza della Smart city che ci appare come una macchina, una sorta di città-computer nella quale l’hardware è costituito dagli edifici e dalle infrastrutture e il software dalla gestione digitale integrata delle comunicazioni immateriali, la Global city è un sistema urbano più complesso. Questa, infatti, oltre a contenere il massimo dello sviluppo cibernetico e delle connessioni in rete (relazioni immateriali), ha bisogno di contare anche su relazioni fisiche (materiali) triangolate su tre fattori: economia, infrastrutture e cultura.

Economia. Frequentata dalla élite del mondo, la metropoli globale deve offrire la possibilità di incontri e strette di mano tra operatori finanziari, investitori, amministratori e politici nei luoghi deputati, come congressi, fiere, esposizioni, eventi sportivi e commerciali.

Infrastrutture. In questa metropoli il sistema della mobilità e dei trasporti deve presentare la massima efficienza ed il massimo della innovazione tecnologica nell’offerta residenziale e in tutti i servizi e le attrezzature urbane.

Cultura. Infine la metropoli globale deve proporre un alto livello e una ampia varietà di offerta culturale, dalla formazione universitaria al museo, dal teatro al cinema, dalla musica classica al concerto rock. Tutto questo porta la metropoli globale ad un benessere diffuso che si caratterizza, culturalmente ancora prima che politicamente, in termini liberali e progressisti, ma comunque riformatori e tolleranti.

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New York Global city

Tutto bene? Certamente no, perché l’inevitabile rigonfiamento del costo della vita innalza barriere. Così la metropoli globale se da una parte attrae ricchezza, dall’altra genera esclusi e rischia di creare periferie che accumulano il disagio e accrescono le diseguaglianze. Dunque il sistema si regge solamente quando è supportato da una politica forte di sostegno della povertà, dell’occupazione e degli investimenti pubblici: la capacità quindi di tradurre una emancipazione economica e culturale in azioni riformatrici e illuminate. Questo equilibrio, secondo la classificazione dell’Università inglese di Loughborough riportata nell’articolo di Cingolani, sembra raggiunto da città come New York e Londra, quindi Parigi e una sequenza di metropoli orientali (come Singapore, Pechino, Tokyo, Shangai e Dubai). Seguono altre città europee e nord americane. In Italia solo Milano è nel gruppo qualificato. Roma è tra le ultime, insieme ad Atene, Bangalore, Bucarest, Il Cairo ed altre del sud America. Con tutti i limiti ed i fenomeni della globalizzazione, il transito in una dimensione urbana nella quale modernizzazione ed investimenti privati e pubblici devono essere spinti al massimo è ormai inevitabile per un paese che aspiri a competere a livello internazionale. La lotta contro la globalizzazione – che tradotta nella terminologia politica italiana suona come “decrescita felice” – o infelice? – e si fonda sulla paura per la modernità è esattamente il percorso opposto. Un percorso che non risolverà il problema delle emarginazioni e delle diseguaglianze, anzi, privando la metropoli del suo nucleo propulsore e rappresentativo, tenderà inevitabilmente a periferizzare le centralità, omologando mediocrità e indifferenza. Ed è quello che sta capitando oggi a Roma.

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Roma, Ostiense, area centrale degradata

Stefano Cingolani conclude così la sua lucida riflessione sulle città del mondo nuovo: “La fuga nel paesello, l’economia del villaggio, il chilometro zero, tutto quello che dà una patina gauchiste a un movimento che nella sostanza si caratterizza come reazione alla modernità, non è un sogno, ma una illusione; il futuro, anzi, il presente, è altrove.”

 

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