La metropoli analoga

Testo di U.C. estratto da  Ritratti urbaniMemoria e rappresentazione delle città contemporanee, a cura di Antonella Gargano e Giulia Iannucci, Artemide, Roma 2019

La metropoli dell’architetto è fatta di frammenti che si ricompongono sino a costruire una immagine unica, eppure molteplice e complessa. Attualizzando la visione di Aldo Rossi sulla città analoga disegnata con architetture estratte ed assemblate da diversi contesti storici e geografici, la possiamo chiamare una metropoli analoga. E’ dunque una visione soggettiva, volta a rappresentare un compendio di quello che si vuole ricordare. L’architetto non ha in testa la metropoli ideale, anzi è convinto che non possa esistere. Ma ha bisogno di una metropoli analoga, perché raccoglie e rappresenta il bene e il male del contemporaneo.
Allo stesso modo questo scritto nasce descrivendo un aspetto, uno solo, di 12 città del mondo agli inizi del terzo millennio. Dunque ogni metropoli viene ad identificarsi con un tema o un problema che le appartiene, anche se non ne costituisce necessariamente l’elemento fondativo e caratterizzante. Ma la lettura in sequenza può ricostruire la complessità della metropoli contemporanea, con i suoi vizi e le sue virtù.

(Le 12 metropoli compaiono nei video girati e montati dall’autore nell’arco di otto anni, i cui link sono riportati di volta in volta accanto al titolo)

L’archetipo (New York New York, 2016) –  Play video New York New York

01_New York

La prima metropoli del mondo, la metropoli per l’eccellenza è New York. Dopo le forti immigrazioni della prima metà del secolo scorso è diventata il riferimento dei paesi occidentali, poi di quelli in via di sviluppo, e oggi è il modello urbano delle nuove urbanizzazioni del terzo mondo. Manhattan la rappresenta con la sua griglia stradale e isolati planimetricamente regolari, la cui altezza è valutata caso per caso in funzione dell’investimento e della opportunità. Su New York è stato detto che non coincide con gli Stati Uniti e non ne rappresenta le complessità e le contraddizioni, ma è stato anche detto che rappresenta da una parte la concretizzazione metropolitana di tutti i fenomeni del mondo occidentale, dall’altra la loro proiezione nel futuro: densità, altezze, uniformità, differenze, distanze, alterazioni, profondità, in campo architettonico, artistico, musicale e culturale in genere, ma anche sociale ed economico. New York è mutevole quanto la velocità delle trasformazioni oggi governate dai nuovi sistemi di comunicazione e informazione, è metropoli che si aggiorna di continuo, è una grande fabbrica aperta di cultura contemporanea non solo nei musei e nelle gallerie, ma anche nelle strade e persino nel degrado. Tutto scorre e si connette attraverso i flussi della sua rete ferroviaria sotterranea. New York è un cantiere perenne dove, nell’apparente caos, tutto funziona secondo una logica tanto perversa quanto impeccabile, per la quale non c’è stata definizione migliore di quella che ne ha dato Rem Koolhaas, titolando il suo celebre libro su Manhattan Delirious New York.

Flussi (Tokyo 2007) – Play video Tokyo 2007

02_Tokyo

La metropoli preme su un reticolo di strade per le quali è impossibile riconoscere un ordine geometrico o urbanistico. Le strade di Tokio spesso non hanno nome né numero civico. Vicinanze, distanze, altezze, pannelli luminosi, colori, suoni, sono gli elementi di orientamento e definizione di un luogo. La gente al contrario si muove con ordine, segue percorsi prefissati obbedendo ai semafori che scandiscono il verde e il rosso: un flusso palpitante di umanità che si alterna disciplinatamente al flusso meccanico delle auto. Di notte le insegne commerciali e le immagini pubblicitarie si moltiplicano e si sovrappongono generando altri flussi umani e digitali di colori e di suoni. La stessa dinamica si ripropone sottoterra nel ritmico scorrere dei treni metropolitani che trasportano viaggiatori inanimati con gli occhi fissi sullo smartphone e le dita veloci sulla tastiera. E si ripropone anche negli spazi pubblici degli edifici dove la ridotta dimensione orizzontale delle unità abitative impone lo sviluppo in altezza di negozi e uffici. Impossibile non ritrovare nel caos regolato della Tokyo contemporanea l’avverarsi dei presagi della metropoli del futuro rappresentata da Ridley Scott nel suo Blad Runner del 1982.

Arte (Pechino, 2010) – Play video Cina, 2010

03_Pechino

Una ragazza con lunghe trecce brune e abito rosso si esibisce davanti ad un muro lungo una strada affollata di sculture; un intagliatore con forbici e cartoncino nero ritaglia il profilo di una giovane donna in posa; una locomotiva a vapore di un treno merci è ferma sui binari sotto un carro ponte; una coppia di modelli con abiti colore viola sventola pupazzi di stoffa; un’altra modella con lungo abito rosso fuoco si muove davanti al fotografo tra edifici modernisti, silos di acciaio e macchine industriali. Su tutti svetta un gigantesco Jeeg-Robot costruito con lamiere di scarto. Siamo nel 798 Art District di Pechino, parte di un enorme complesso industriale per la produzione militare, commissionato negli anni cinquanta dalla Repubblica Popolare Cinese di Mao ad architetti della Germania dell’Est, che con lo sviluppo della città entrò in dismissione. A partire dal 2002 il complesso venne progressivamente occupato da artisti che in pochi anni riuscirono ad ottenere l’appoggio della municipalità ed il riconoscimento come parco artistico e ricreativo. Pechino è metropoli che mantiene il suo carattere di capitale di una grande e millenaria cultura, ma questo luogo, ormai celebre in tutto il mondo, meglio di tutti ne incarna la volontà di proporsi al mondo con le armi dell’arte e della cultura contemporanea.

Passato e futuro (Shangai, 2010)Play video Cina, 2010

04_Shangai

La metropoli colpisce di notte. A Shangai schiere di torri residenziali animate da luci-led che ne segnano le sguaiate modanature postmoderne fiancheggiano l’autostrada che porta dall’aeroporto al centro della città. I chiaroscuri e le ombre delle città europee qui non esistono, tutto è luce vivida, lineare, implacabile, anche sul cemento dei piloni e dei fianchi degli svincoli sopraelevati. Ma in centro, dall’alto della Oriental Pearl Tower è possibile notare come l’ombra nera del fiume Huangpu marchi la distanza tra il Puxi, centro storico della città collocato ad ovest, e il quartiere finanziario Pudong ad est. Due città diverse si fronteggiano e si integrano, insieme compongono uno dei più grandi agglomerati metropolitani del mondo. Sulla riva sinistra del fiume il Bund, grande viale panoramico, raccoglie le memorie dell’epoca coloniale frammiste alle eredità della tradizione, custodita per la curiosità dei turisti. Ma il Bund è anche la migliore visuale per guardare lo skyline della città contemporanea al di la del fiume. La città antica è monumentale e orizzontale, quella contemporanea è densa e verticale. Ma Shangai dimostra che il passato può coesistere con il futuro. Con il futuro, non con il presente, perché a Shangai questo non esiste, semmai esiste il temporaneo.

Verticale (Hong Kong 2010) – Play video Cina, 2010

05Hong Kong
La metropoli è verticale non solo per le centinaia di grattacieli che ne riempiono il centro finanziario o per le sgraziate torri residenziali, sparse ovunque, che sembrano originarsi per estrusione di un’unica matrice planimetrica, ma soprattutto per la eccezionale pendenza del suolo, costretto tra mare e colline in un raggio che in linea d’aria è mediamente di circa un chilometro e mezzo. La metà del suo territorio è occupato da parchi naturali e verde pubblico, eppure Hong Kong con i 7.000 abitanti per Km quadrato è la seconda città al mondo per densità abitativa (per capire, Roma ne ha 800). Un sistema di risalite meccaniche percorre la città scavandola secondo ideali sezioni trasversali che, penetrando le viscere dei grattacieli, ne svelano i segreti: distanze incredibilmente ridotte che aprono gole profonde bagnate da lame di luce, canyon artificiali nei quali si svolgono le più incredibili attività, spazi pubblici e uffici che occupano almeno i primi 15-20 piani di ogni edificio. I grattacieli appaiono quasi aggrappati l’uno sull’altro, e si inerpicano nella grande collina sino al Victoria Peak, dal quale finalmente appare l’intera gigantesca baia, con Kowloon e le 200 isole.

Brutalismo (San Paolo 2014)Play video Brasile 2014, appunti di viaggio

06_San Paolo

Il cemento armato è il materiale con cui è scolpita San Paolo, una megalopoli di quasi 20 milioni di abitanti, della quale è impossibile riconoscere una qualsivoglia matrice urbanistica. Ma è anche il materiale che ha dato forma a rilevanti esempi di architettura urbana che si iscrivono nel linguaggio brutalista. C’è un complesso di edifici progettato verso la fine degli anni Settanta dalla immigrata italiana Lina Bo Bardi in un’area allora degradata, costituita da piccole e basse residenze ed edifici industriali in dismissione, ma che oggi rappresenta bene il carattere di San Paolo: è il SESC, un complesso destinato alla cultura e allo sport. Arte, folclore, musica, danza, gioco e sport, appartengono all’anima paulista, al desiderio di festa, svago e movimento. Tutto qui è tenuto insieme in un grande spazio pubblico, un villaggio che nasce con il recupero dei capannoni di una fabbrica dismessa e si completa con tre nuove torri, due a base quadrangolare e una cilindrica. Sono edifici duri e minimalisti, che rinunciano alla grazia in favore della austerità popolare. La rappresentazione di un presente contraddittorio che tiene insieme memorie del passato e sperimentazioni della modernità esprime una nuova bellezza, forse una metafora di San Paolo, della sua rude ma vitale trasformazione e delle sue energie.

Distopia urbana (Brasilia 2014) – Play video Brasile 2014, appunti di…

07_Brasilia

L’utopia realizzata di una metropoli dimostra l’impossibilità di progettare la città ideale della contemporaneità. Distopia, dunque, più che utopia. Disegnata per i grandi spazi e le grandi distanze, suddivisa in zone funzionali, monumentale ma dispersa, dominata dalle automobili, con gigantesche piazze deserte, ma senza marciapiedi né percorsi pedonali, Brasilia appartiene ad un immaginario urbanistico consumato nel XX secolo. I maestri del secolo scorso ci avevano creduto, memori delle grandi tradizioni di città fortificata del XV e XVI secolo; di città filosofica del XVII secolo; di città militari del Settecento e Ottocento4. Così, nonostante l’allarme della Metropolis di Fritz Lang, nella prima metà del XX secolo Le Corbusier progettava modelli urbani ideali per Algeri, Rio de Janeiro e Parigi, prima di realizzare la sua idea di città a Chandigarh. Negli stessi anni Nicolaj Miljutin cercava di interpretare la città sovietica con il suo ideogramma di città lineare; mentre Hilberseimer con i disegni per la città verticale e Wright con quelli per la città orizzontale esprimevano presagi inquietanti sulla città delle periferie. Oggi mentre si parla ancora di città ideale o smart city in termini di sostenibilità ambientale e automazione, sempre più ci si rende conto che la metropoli dell’uomo è un organismo vivente che esiste, cresce e si trasforma in quanto governato da complesse leggi interne. Possiamo studiare e progettare le sue parti e le loro relazioni, non l’insieme, perché “nei sistemi complessi l’imprevedibilità e il paradosso sono sempre presenti ed alcune cose rimarranno sconosciute”5.

Natura e architettura (Rio de Janeiro, 2014) – Play video Brasile 2014…

08_Rio de Janeiro

La metropoli si distende lungo una immensa baia sull’acqua, tra colline verdi e picchi di granito: è uno spettacolo della natura che non ha uguali al mondo. Inutile discutere o criticare l’urbanistica e l’architettura di Rio de Janeiro, perché la natura qui accetta ogni tipo di costruzione e la sovrasta, generando un paesaggio costruito nel quale le dismisure orizzontali sfidano le lunghe spiagge e quelle verticali i ripidi morros. La metropoli però appare divisa in due. Nella immensa parte nord l’edificazione riempie le aree pianeggianti e si inerpica sulle colline tra torri residenziali e incrostazioni di favelas: un curioso ribaltamento nella collocazione delle zone pregiate e zone degradate rispetto al consueto maggior valore delle aree panoramiche urbane nei paesi europei. A sud invece, dove la presenza del mare e la grande foresta della Tijuca equilibrano il rapporto natura/artificio, è possibile ritrovare un ordine urbanistico perché questo deriva proprio dalle emergenze naturali e soprattutto dalle enseade sabbiose. Le linearità curve di Flamengo, Botafogo, Copacabana, Ipanema generano analoghi sistemi edilizi che premono sul mare, scaricando su di esso la festosa abitudine carioca dell’invasione quotidiana delle spiagge trasformate in vere e proprio piazze urbane.

Moltitudini (New Delhi, 2014) – Play video North India, 2014

09_New Dehly

L’India ha un valore nominale del PIL pari a quello dell’Italia, ma l’Italia conta 60 milioni di abitanti, l’India 1 miliardo e 200 milioni. Se rapportiamo il PIL al costo della vita (PIL-PPA) il valore sale del 250%, con un tasso di crescita che si aggira attorno al 7% annuo. Per questo molti considerano l’India la terza potenza economica del mondo, dopo USA e Cina. Eppure l’India appare ancora un paese tormentato dalla povertà con disperati fenomeni di inurbamento. La sua capitale New Delhi è una città a sviluppo orizzontale di dimensioni spaventose, che equivalgono ad un rettangolo interamente costruito di circa 60 Km per 50. E’ percorsa in ogni direzione e senso di marcia da moltitudini di persone, vacche e altri animali, carretti, biciclette, tuk tuk (simili alle api nostrane), automobili e bus. Si calcola che circolino 80 milioni di veicoli con livelli di inquinamento incalcolabili. Delhi mostra come l’immigrazione e sovraffollamento a fronte di una bassa offerta edilizia determinino condizioni di grande disagio esistenziale. Delhi è la spietata metropoli che da una parte affascina il turista occidentale per la sacrale semplicità della sua religione e della sua gente, ma dall’altra svela l’ipocrisia di un mito borghese, abbattendo molti dei luoghi comuni sulla presunta determinazione di un popolo al rifiuto dei consumi e dei vizi dell’occidente.

Monumentale (San Francisco 2016) – Play video Going to California

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Seppure ricca di fascino, questa metropoli californiana non è particolarmente apprezzata per le sue architetture moderne e contemporanee. Vi hanno lavorato, tra gli altri, architetti celebri come Wright, Nervi, Botta, Piano, Liebeskind, ma non emergono opere particolarmente riuscite. In compenso San Francisco ha tratto dalla sua condizione geografica – l’ampia baia lunga 90 chilometri e oggetto di contese e di guerre compresa tra due grandi riserve nazionali di fauna lacustre, la San Pablo Wildlife Bay a nord, e la Don Edwards Wildlife Bay a sud – una specifica dimensione monumentale che trova la sua icona più significativa nel Golden Gate Bridge. Una monumentalità ulteriormente contaminata da influssi spagnoli ed europei, che hanno determinato eclettiche commistioni linguistiche. Eppure, al di la del celebre ponte, colpiscono due opere di architettura, monumentali appunto, diverse, ma accomunate dal tema dell’esposizione artistica. Le separa quasi un intero secolo: sono il Palace of Fine Art, realizzato da Bernard Maybeck nel 1914 e il De Young Memorial Museum di Herzog & de Meuron, realizzato nel 2005. Da una parte un monumentale esercizio di stile neobarocco che domina un paesaggio d’acqua; dall’altra una monumentale sfida di torsioni e sbalzi avvolti da un membrana in rame. Due opere rilevanti per i loro tempi, inconfrontabili per concezione dello spazio, che restano nella memoria proprio in quanto estremi temporali e linguistici di una contraddittoria modernità.

Il meno e il più (Los Angeles 2016) – Play video Going to California

11_Los Angeles

Una sterminata pianura punteggiata da improvvisi rilievi collinari, compresa tra la costa del Pacifico e i monti di Angeles Forest e San Bernardino Forest, è la condizione geografica di una megalopoli che si estende senza soluzione di continuità da Santa Monica e Pasadina a nord-ovest sino a Newport e Santa Ana a sud-est. Los Angeles è metropoli orizzontale allo stesso tempo ad alta densità di copertura del suolo e a bassa densità abitativa. Quindi un tessuto di case basse tra le quali si alzano edificazioni collinari e grattacieli di downtown. A Los Angeles non ci sono mezze misure: il meno è nel carattere anonimo del suo uniforme ed infinito reticolo stradale, nella qualità ordinaria delle costruzioni, nella scarsa caratterizzazione della sua middle class.Il più è nei preziosi edifici di inizio Novecento che qua e là emergono dalla mediocrità, nella eccellenza dei suoi musei, nella fauna umana che popola i quartieri hollywoodiani. In architettura il contrasto si manifesta anche nelle elitarie residenze collinari sospese tra il minimalismo razionale di derivazione europea (Richard Neutra, Rudolf Schindler e loro allievi) e il prezioso eclettismo di F.L. Wright. Ma anche nella inaspettata presenza di edifici pubblici oltremodo formalizzati, come le prime opere di Frank Gehry a Venice o la sua Walt Disney Concert Hall nella Downtown, e le bizzarre architetture di Eric Owen Moss che hanno stravolto la tradizionale semplice forma a capannone degli studios cinematografici.

Dalla strip al pop (Las Vegas 2016) – Play video Going to California

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La strip si è contorta sviluppando tentacoli. La scansione spazio-temporale di un unico percorso si è aperta in slarghi, incroci, moltiplicata su più livelli con rotaie e percorsi pedonali sopraelevati. I suoi bracci si infilano negli edifici, attraversano giganteschi spazi coperti , fuoriescono dai grattacieli costruiti per durare solo il tempo necessario alle plusvalenze dell’investimento, prima di essere demoliti e ricostruiti più grandi, più luminosi, più tecnologici, più volgari, in definitiva più inutili. Las Vegas oggi non è quella descritta da Robert Venturi insieme a Denise Scott Brown e Stiven Izenour nel celebre, dirompente libro pubblicato nel 19726. Eppure tutto era contenuto nel suo DNA di iscrizioni, figure e sequenze luminose descritte da Venturi, che accompagnavano il percorso in automobile lungo il boulevard, per comunicare il senso di una sfrontata utopia realizzata, dedicata al gioco, al divertimento e al denaro. Las Vegas di oggi è la rappresentazione perfetta di come l’architettura e la metropoli contemporanea – almeno quella delle downtown – più che sostanza sia immagine. Ma è una immagine che ti attrae e subito dopo ti allontana. Richiama figure già viste, sembra familiare, ma è terribilmente estranea. Non è più una strip da percorrere, ma un videogioco da attraversare. E’ come entrare dentro l’universo di internet e muoversi dentro, cambiando con un click pagina e scenari.

 

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Fondamenti per risollevare Roma

Colosseo di notte

 

  1. MINIMO CONSUMO DI SUOLO

Non è un affermazione “ideologica”. E’ opportuno ricordare che il suolo è un bene fondamentale che va salvaguardato, sia per l’immagine della città che per la qualità della vita.

Consumo di suoloDopo la brutale speculazione edilizia per la ricostruzione post-bellica tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso che ha saturato le aree immediatamente circostanti il centro storico e creato le prime grandi periferie romane, l’attuazione dei piani per l’Edilizia Economica e Popolare (leggi n.167 e n.865) sulla base del P.R.G. del 1962 (e delle varianti successive) ha soddisfatto la domanda di abitazioni eliminando la vergogna delle baracche e sanando l’abusivismo nelle sacche del degrado periferico. Nel frattempo, però, Roma cresceva a dismisura e il suolo libero si riduceva. In un passato recente, nonostante un nuovo PRG (2008) finalizzato alla tutela del centro storico, alla salvaguardia delle aree verdi semi-centrali e alla realizzazione di nuove centralità nelle aree periferiche, è stato applicato in modo sconsiderato il criterio della perequazione compensativa (riduzione di volumetria edificabile nelle aree centrali in favore di incrementi di cubatura in aree periferiche) che regolava il rapporto con i costruttori privati. Il risultato è stato un alto consumo di suolo con nuovi insediamenti dispersi nello sterminato territorio comunale, in cui la mobilità è esclusivamente quella delle auto private. Non si deve consumare più suolo libero se non per realizzare servizi primari, attrezzature di interesse strategico per la città e infrastrutture di trasporto pubblico. Al tempo stesso non bisogna demonizzare ogni iniziativa edilizia ma valutarla nelle sue necessità e finalità, perché risparmiare suolo non significa abbandonare territori al degrado ambientale.

 

  1. RECUPERO FUNZIONALE DALL’ABBANDONO

A Roma ci sono una infinità di edifici in buona condizione edilizia non utilizzati o utilizzati impropriamente. Alcuni sono di proprietà pubblica, altri privati. Devono diventare occasione per la realizzazione di housing, servizi o attrezzature mancanti nei diversi quartieri e soprattutto in quelli più lontani dal centro, oppure, se centrali e ben serviti con la mobilità pubblica, utili alla scala urbana.

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Se il caso, il recupero funzionale potrà essere realizzato in accordo con il privato, ma sempre con principi di destinazione pubblica. Innanzi tutto, quando possibile e bene integrate nel territorio, adattati a residenze di assegnazione pubblica. Altrimenti spazi aperti o a verde di uso pubblico, luoghi per l’arte, la cultura, lo sport e il tempo libero, ostelli o case dello studente, centri per attività scientifiche, culturali, ecc…

 

  1. RIGENERAZIONE DAL DEGRADO

Aree o singoli edifici in degrado sono presenti in tutta la città. In queste situazioni, il recupero dei volumi dovrà tenere conto dell’eventuale valore storico non solo del singolo edifico ma dell’intero complesso urbano al quale appartiene.

Rigenerazione dal degrado

Dopo le opportune verifiche si potrà provvedere alla demolizione ed eventuale ricostruzione. Per le destinazioni d’uso, in relazione al carattere pubblico o privato dell’area, vale lo stesso ragionamento del punto precedente, ponendo al primo posto sempre l’esigenza di case popolari di assegnazione pubblica e/o servizi e attrezzature di uso collettivo.

 

  1. VALORIZZAZIONE DELL’ESISTENTE

Per “valori della città” intendiamo monumenti, edifici, tessuti urbani, spazi aperti, arredi, parchi e giardini non necessariamente di pregio storico, che hanno rappresentato valori riconosciuti e apprezzati a scala locale e metropolitana.

Mura

C’è una Roma bella, ma buia in senso reale e figurato che dobbiamo illuminare. Basta un esempio: quello delle Mura Aureliane, che ne costituisce il perimetro, oggi abbandonate e in degrado; sono la traccia forte dell’antica Roma, emergenza e punto di riferimento cittadino. Vanno pulite dalla sporcizia che le circonda e dall’erba invasiva, restaurate e illuminate sapientemente in uno sforzo congiunto di tutte le istituzioni. Va anche riprogettato il verde che le affianca – preferibilmente senza alberature – ripristinando quando possibile la memoria dell’antico pomerio. Queste le altre criticità per una rivalorizzazione della città:

Valorizzazione esistenteInnanzi tutto intervenire nei grandi parchi pubblici di Roma: Villa Borghese, Villa Pamphili, Villa Ada, Villa Torlonia, Villa Chigi, Villa Sciarra, Villa Glori (tutte ricche di edifici spesso in rovina o poco curati)… e tanti altri parchi o giardini pubblici di quartiere. Ma se ci riferiamo alla condizione del verde come arredo urbano (alberature e aiuole) il problema non è diverso, ed è un altro valore da ricostruire e difendere. Il “Piano casa” promosso ai tempi di Berlusconi, ma anche la “Rigenerazione urbana” favorita dalla Legge Regionale ha recentemente portato alla approvazione di progetti di demolizione e ricostruzione con incremento di cubature e altezze su villini e/o palazzine localizzati all’interno di tessuti residenziali omogenei risalenti al primo sviluppo di Roma capitale, avvenuta, come si sa, nei primi decenni del secolo scorso. La legge consentiva la demolizione di alcuni di questi edifici senza vincolo architettonico. Grave errore, perché la demolizione determinava l’alterazione dell’intero tessuto edilizio. Grazie anche alla forte mobilitazione dei cittadini, si sta provvedendo a proteggere queste situazioni con l’aggiornamento della Carta della Qualità prevista dal PRG. Un altro valore da difendere è quello di spazi urbani di eccellenza architettonica, già vincolati, ma invasi dal traffico e dal parcheggio che ne degradano la qualità a prescindere dallo stato di manutenzione. Ma vanno protetti anche i monumenti della modernità costruiti nel corso del Novecento, gli esempi del razionalismo italiano prima e dopo la seconda guerra mondiale incluse le opere delle Olimpiadi del 1960, sino a quelli più recenti che richiedono cura e manutenzione.

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Infine gli arredi urbani di qualità: come chioschi, fontane e fontanelle (“nasoni”), panchine, lampioni e altri supporti di illuminazione pubblica (risolta in questi anni in modo sciatto). Tutte microarchitetture od oggetti di design che hanno contribuito alla caratterizzazione di Roma.

 

  1. PRIVILEGIARE LA MOBILITA’ PUBBLICA

La principale causa della emarginazione urbana e del degrado ambientale e sociale nei territori delle periferie romane è il difetto di mobilità dei suoi abitanti. Il ritardo di Roma nel realizzare servizi di trasporto pubblico efficienti su ferro (metropolitana e tramvie) o su gomma entro corsie preferenziali ha causato danni e degrado pari a quello causato dal mancato funzionamento del ciclo dei rifiuti.

Tutta roma

La crisi del trasporto pubblico viaggia insieme al caos delle automobili private. La cittadinanza è divisa tra chi sostiene che è prioritario costruire parcheggi e chi invece ritiene prioritario rinunciare all’uso dell’automobile. Ma è un “cane che si morde la coda”. Sulla mobilità a Roma, ma ormai in tutte le metropoli occidentali, occorre una indirizzo fondamentale: privilegiare il trasporto pubblico; disincentivare l’uso dell’automobile privata. E’ stato approvato dalla amministrazione comunale solo pochi mesi fa un Piano di Mobilità Urbana Sostenibile (PUMS), che fissa il programma degli interventi per la mobilità romana. Ma per attuarlo, oltre alle risorse finanziarie (oggi poche), oltre all’avvio dei lavori per nuove linee di metropolitana e tram, all’acquisto di vetture su ferro e gomma, servono anche immediati provvedimenti di carattere amministrativo e di lavori pubblici.

Queste le azioni amministrative: Mettere il più possibile su strada la Polizia di Roma Capitale; organizzare una vigilanza fissa sulle strade di maggiore scorrimento; installare sistemi tecnologici per il rilevamento delle infrazioni di sosta; mettere in opera corsie preferenziali aperte e/o protette, secondo i casi; attivare posti a rotazione (a pagamento) nei parcheggi interrati e parcheggi di scambio in prossimità dei nodi della mobilità pubblica, anche attraverso convenzioni con i garage privati.

Questi i necessari lavori pubblici: installare percorsi tranviari protetti; ridisegnare slarghi e piazze sia per la viabilità carrabile che ciclopedonale, che per il decoro; collegare tra loro i percorsi interni ai parchi con corsie verdi riservate a pedoni e biciclette; realizzare isole ambientali o “strade 30” (sono strade a carreggiata ristretta e traffico limitato a velocità 30 Km/ora) nelle zone di pregio architettonico o propriamente commerciali; completare ed interconnettere la rete ciclabile.

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La guerra rende ciechi

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Generalmente le arti si esprimono e comunicano emozioni attraverso un unico fenomeno sensoriale: la vista nella maggiore parte dei casi e l’udito nella musica. Recentemente nuove forme artistiche, come l’installazione o la performance sono riuscite a mettere insieme vista e udito. Ma solo al teatro e al cinema appartiene la complementarità delle sensazioni. Nato muto, il cinema di finzione dapprima ha impiegato la musica come sottolineatura o come contrappunto per esaltare le emozioni. E ci è riuscito benissimo con i capolavori del muto accompagnati da musica dal vivo. Poi si è perfezionato con il doppiaggio, i “rumoristi” e musiche appositamente composte. Ricordo il maestro Morricone, in una intervista, raccontare che era solito improvvisare dal vivo su pianoforte guardando il film da musicare e solo dopo trascrivere su spartito. Infine il cinema ha adottato la presa diretta con i nuovi artifici sonori del digitale.

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Raramente però l’attenzione dello spettatore si concentra su suoni e rumori. Ancora più raramente il suono riesce ad esser protagonista del racconto, più importante, più forte, più doloroso dell’immagine. E’ il caso di All This Victory, del regista libanese Ahmad Ghossein, presentato quest’anno al Festival di Venezia e a Roma al Medfilm Festival, un film coraggioso e innovativo. E non sono i suoni sinistri di mostri spaziali o la musica ansiogena dei racconti thriller, ma le voci di una lingua straniera, i passi di un soldato invisibile, gli spari di un mortaio, la turboelica di un elicottero, sino al sordo esplodere di bombe sempre più vicine. Sono questi i protagonisti di un film che ci racconta il terrore di chi sente e non vede, reso cieco dalla imprevedibile prigionia in quello che sembrava un rifugio sicuro. E’ la cecità della guerra, che non distingue tra buoni e cattivi, così come come i personaggi del film non riescono a distinguere i soldati amici dai nemici.

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All This Victory è un “film di regia”, nel senso che interpreta una sceneggiatura semplice, quasi elementare, studiando minuziosamente i comportamenti dei protagonisti, quasi sempre vicini, che si spostano con movenze corali guidati dai suoni della guerra, dentro le mura di un casolare decrepito che li protegge dal quel “fuori” di odio terreno indecifrabile, smentito solo dal silenzioso sguardo verso l’azzurro del cielo

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Il sacrificio di Greta

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Raccogliendo l’invito di Greta Thunberg milioni di giovani – anzi, di giovanissimi – in tutto il mondo sono in piazza in questi giorni per difendere il pianeta terra dai danni dello sviluppo industriale.

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Negli ultimi decenni molti della mia generazione (soprattutto coloro che insegnavano nella scuola o nella università) si sono ripetutamente lamentati dello stato di agnosticismo della generazione “teen”, ribelle a modo suo, ma cinica, se non feroce, nel rapporto umano, poco in grado di riconoscersi in valori positivi e soprattutto priva di sensibilità collettiva e di impegno civile e politico.

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Posso azzardare nel dire che dal 1968 in poi non c’era più stato un fenomeno giovanile di ribellione civile e politica a livello planetario. Tutto era iniziato negli Stati Uniti con la fusione della protesta giovanile delle minoranze nere con quella dei pacifisti contro la guerra del Vietnam. In pochi mesi l’intero pianeta si infiammò con la protesta dei giovani, per lo più studenti. Non c’era internet e l’informazione era affidata a giornali e TV, non sempre obiettivi o disponibili. Mi domando cosa sarebbe successo allora se ci fosse stata la velocità di oggi nello scambio e nella libertà delle comunicazioni consentita dal web e dai social. Il Sessantotto quindi non fu un fenomeno mediatico, bensì un fenomeno sociale, culturale e anche politico, nato quasi contemporaneamente in tutto il mondo dalla convergenza di nuove esigenze delle popolazioni giovanili.

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L’emergenza climatica oggi diventa il fulcro di una seconda epocale ribellione dei giovani. Eppure l’inizio non è stato una rivolta sociale od una guerra, ma una ragazzina minuta di 15 anni, affetta da una strana malattia che la rende dura ed ostinata, seduta con un cartello in mano davanti al Parlamento svedese. E qui è la differenza fondamentale con quanto accaduto mezzo secolo fa: il web e i social mettono al centro il “personaggio” e Greta diventa un fenomeno mediatico. Con tutte le conseguenze (positive e negative): si diffonde la consapevolezza dei pericoli per i cambiamenti climatici e milioni di ragazze e ragazzi  scendono in piazza. Finalmente – potremmo dire –  finalmente i giovanissimi sono consapevoli, responsabili e incazzati!

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Ma Greta perde identità, diventa molteplice, viene interpretata in modi contraddittori: è simpatica o antipatica; è sincera o etero diretta; è apprezzata o derisa; è amata od odiata; incute rispetto o timore. Qualcuno ha scritto addirittura che Greta mette paura. Se fossimo stati nel medioevo sarebbe stata una santa o forse una strega. Disegnata dai media contemporanei come una piccola, giovanissima eroina dallo sguardo severo che, trecce al vento, a denti stretti combatte il “male”, proponendosi come vegana, muovendosi solo in bicicletta, rifiutando di viaggiare in aereo, di usare lo smartphone o altre tecnologie, di comprarsi vestiti per farsi bella, Greta non è più reale, è solo una immagine, ma scuote il mondo.

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Un grande abbraccio, Cristiano

Toraldo

E’ scomparso Cristiano Toraldo di Francia. Ho lavorato con lui per oltre 20 anni nella stessa Facoltà di Architettura di Ascoli, condividendo principi, attività didattiche, seminari e ricerche, ma anche momenti di relax. Un architetto visionario, di avanguardia ieri nel Superstudio come oggi nell’Università; un docente di alto profilo che metteva sempre lo studente al primo posto; un amico disinteressato paziente e disponibile, veramente una bella, grande figura di uomo ed intellettuale.

Play video: 10 domande a Cristiano Toraldo di Francia

 

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LO STRADONE, una parte per il tutto

lo-stradoneLa sineddoche è una espressione retorica che nomina una parte per il tutto, ovvero descrive qualcosa che rimanda ad un insieme più ampio. È il caso dello “stradone”, ambientazione dell’omonimo romanzo di Francesco Pecoraro (Lo Stradone, Ponte delle Grazie, 2019). Lo stradone – così lo chiama Pecoraro – è una parte della città di Roma, Valle Aurelia, già Valle dell’Inferno, cresciuta tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso in un’area già occupata da un borghetto autocostruito e prima ancora da fornaci, attorno ad una arteria di grande viabilità urbana, che concentra in sé, temporalmente e spazialmente, le caratteristiche dell’intera città. O almeno di una estesa parte urbana che corrisponde a quella cresciuta a macchia d’olio attorno al centro di Roma, a seguito degli entusiasmi speculativi edilizi del miracolo economico italiano. Almeno così io l’ho intesa.

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Tutte le caratteristiche materiali di questa parte della Roma di oggi, il nastro stradale con sottopassi e ponti, le auto che corrono e quelle parcheggiate in doppia fila, i semafori, i parcheggi di scambio, le stazioni metro, un pezzo residuale di campagna tra le case, palazzine, intensivi e case popolari, i marciapiedi sporchi con i negozi più o meno pretenziosi e frequentati, i bar con i tavolini fuori; ma anche la fauna umana, le diverse tipologie culturali e anagrafiche, i modi di vivere e parlare, insomma tutto sembra muoversi come in una rappresentazione cinematografica a campo lungo di un qualsiasi pezzo della prima periferia romana abitata dal cosiddetto ceto medio. E tutto passa attraverso il tritacarne spietato di Francesco Pecoraro.

Lo Stradone mappa

(a colori la parte de Lo Stradone)

Ma non è solo questo il motivo per il quale, dopo averlo letto, mi piace riflettere un po’ su questo secondo romanzo di un architetto-scrittore che ho conosciuto appena di persona, ma che appartiene alla mia stessa generazione e formazione. Pecoraro ci parla di un settantenne immerso in una città vissuta come amica bruttina, ma al tempo stesso nemica fascinosa e della sua curiosità di capirne la storia e i misteri. Una città “non città” esito di una selvaggia speculazione edilizia, quindi indecifrabile e caotica, ma dalla quale non riesce a fuggire. Percorrendo lo stradone o prendendo un caffè al bar, si sofferma ad osservare l’umanità del “grande ripieno”, non più suddivisa in classi ma in strati, di cui il più spesso e confuso è proprio quello intermedio: un ceto che aspira a salire ma che quasi sempre è costretto a scendere. Il protagonista, in diversi momenti della sua vita, guarda le persona deformate nelle loro debolezze e ritualità, terrorizzato che possano somigliare a se stesso. In essi, a malincuore e con rabbia, ritrova la propria noia nel lavoro a tavolino, la pigrizia della pensione, il grottesco nell’abbigliamento, nelle parole e nelle movenze, gli entusiasmi spenti, il rimpianto per le occasioni perse, il cinismo consolatorio, l’amarezza per gli errori e l’angoscia di una vecchiaia incipiente. Poi, quasi si spaventa e ne prende le distanze con quell’inevitabile senso di superiorità che la sua collocazione intellettuale e borghese gli consente.

Una considerazione personale: leggere questo libro di Pecoraro oggi, ritrovarmi coetaneo dell’autore in molti degli stati d’animo, dei pensieri e delle visioni che descrive, mi ha riportato alle sensazioni che provavo tra gli anni Ottanta e Novanta assistendo ai film di Nanni Moretti. C’era già allora la crisi di identità della sinistra, il malessere della condizione borghese, l’ironia iconoclasta dell’intellettuale; ma essere ancora quarantenne allontanava il pessimismo e il processo di identificazione nel disagio si spegneva quando si accendevano le luci in sala. Lo Stradone invece mi fa vivere un disagio simile, ma senza conforto. Il grottesco porta i segni della vecchiaia, corda che risuona costante per l’intero romanzo.

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Solo mestizia e pessimismo, rabbia e fallimento? No, perché nel romanzo c’è un valore ricorrente che viene presentato come sigillo indelebile. E’ la memoria dell’origine di questo insediamento: montagne di creta, fornaci di mattoni e un villaggio popolato da una comunità di lavoratori. Sono i fornaciari, sfruttati così come ci raccontano i libri che parlano del lavoro in fabbrica nei primi del Novecento, ma animati dal desiderio di lotta e riscatto e dalla aspirazione ad un comunismo che l’inattesa visita del compagno Lenin gli mostra possibile. Tra adesione, rimpianto e speranza, l’uomo ripercorre la storia delle fornaci come ragione vera ed unica per cui non riesce a fuggire dallo stradone, quasi fosse in attesa di un miracoloso ritorno del passato. Un passato simbolicamente evocato, nelle ultime pagine del libro, dal rinnovato svettare tra strade, palazzine e supermercati dello Stradone di una antica ciminiera di fornace.

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Quando la realtà supera la retorica

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Secondo quanto spiegato da Nadine Labaki, regista del film Cafarnao – Premio della Giuria a Cannes 2018 – il piccolo interprete, Zain al-Rafeea, si trovava esattamente nella condizione in cui il film lo rappresenta. Siriano emigrato a Beirut con la sua numerosa famiglia, viveva realmente di stenti e pericoli quotidiani in una baraccopoli alla periferia della città, sino alla realizzazione del film, dopo il quale ha trovato pace emigrando in Svezia e imparando finalmente, superati i 13 anni, a leggere e scrivere.

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L’eccezionalità del film è proprio qui, nell’agire del piccolo protagonista che mantiene il nome di Zain, adolescente in un corpo ancora bambino, ma con il coraggio e la capacità di muoversi e decidere per se e per gli altri. Non trova conforto nei genitori, cinicamente brutali di fronte alle difficoltà di sopravvivenza, adora la sorella undicenne, si avvicina a chi soffre e subisce le sue stesse ingiustizie, protegge una bimba di un anno figlia di una somala immigrata clandestina, vendica la sorellina venduta in moglie ad un uomo adulto, finisce in prigione e, con un candore disarmante ma implacabile, accusa i genitori di averlo dato al mondo e Dio di non avergli dato la possibilità di diventare un uomo rispettato ed amato.

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Credo che l’abilità di un regista si misura sulla capacità di guidare gli attori. In questo caso bambini o, comunque, non professionisti. Nadine Labaki, libanese, regista, sceneggiatrice e attrice – Caramel (2007), E ora dove andiamo (2011) – in Cafarnao è insuperabile. Presumo abbia girato una grande quantità di scene rispetto al montato, lasciando che i piccoli interpreti agissero con spontaneità, guidandoli forse solo con un canovaccio di istruzioni.

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La regista, che nel film compare, con discrezione, nelle vesti di un avvocato, abbandonato il tono di leggerezza che aveva accompagnato le sue precedenti storie sulle donne arabe, ci fa esplodere nello stomaco una bomba di emozioni, ma anche un fuoco di speranze. E ci fa riflettere: l’amore per i figli non è quello di chi li produce come conigli, ma di chi è consapevole della enorme responsabilità genitoriale, anche nelle peggiori condizioni di vita; la fuga da una guerra è anche la fuga dalla povertà e viceversa; l’identità non è quella scritta su un documento, ma quella che ti pone dentro la realtà; la vendetta, per quanto giustificata da una etica semplificata o dalla legge del Corano, non paga, ma il giudizio sugli uomini e sui loro comportamenti lo può esprimere anche un bambino.

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