IRAN, immagini (Yazd e Isfahan)

Una raccolta di fotografie (terza parte)

 

Yazd

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Isfahan

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Iran s-velata – 1°

parte prima: attraversando la Persia di oggi

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Meidan ad Isfahan

Arrivando in Iran e percorrendo le strade delle città colpisce la cura per la cosa pubblica: la carreggiata per le auto è conclusa da un doppio cordolo entro il quale scorre un piccolo canale di acqua di compluvio. Segue una aiuola fiorita e poi il marciapiede. L’acqua è preziosa in Iran e la rara pioggia viene raccolta e accompagnata sino fuori dalla città ad irrigare i campi coltivati. Proprio come accade nelle moschee, nelle madrase e nei giardini e come accadeva un volta con i canali sotterranei (quanat) scavati in profondità con il coraggio delle braccia e la precisione della trigonometria. Le strade, così, sono piene di fiori e ricche di colori di giorno, ma anche di notte, quando si accendono luminarie verdi, bianche e rosse che ripropongono il tricolore della bandiera nazionale. Le città, anche quelle più povere, anche nei quartieri coinvolti da mercati e bazar, sono tenute pulite; le splendide moschee restano aperte ai turisti che vengono accolti con garbo e simpatia.

IRAN

Gli 80 milioni di Iraniani sono un popolo gentile, forte di una grande tradizione culturale, ma rinchiuso entro confini caratterizzati da una difficile condizione geopolitica: ad ovest l’Iraq e la Turchia; a nord l’Armenia, l’Azerbaigian e il Turkmenistan; ad est l’Afghanistan e il Pakistan. Guerra e terrorismo la minacciano dall’Iraq e dall’Afghanistan; al di là del Golfo Persico Arabia Saudita, Emirati e Oman hanno forte consistenza sunnita e non sono considerati popoli amici; il traffico di droga l’attacca dall’Afghanistan, che produce il 90% dell’oppio puro di tutto il mondo.

Quella della droga è un guerra vera, lunga 35 anni, che causa la morte di circa 100 soldati  iraniani l’anno. I narcotrafficanti, armati di cingolati ed elicotteri, cercano di arrivare in Turchia e nei Balcani dove l’oppio viene raffinato e trasformato in eroina ad uso dell’Occidente. Dunque l’Iran non combatte la droga come pericolo interno (alcol e droga nel paese non sono un problema), ma per evitarne il transito diretto fuori dai suoi confini. L’ONU è consapevole dell’impegno dell’Iran contro la droga, molto meno i paesi occidentali, per quanto ne siano i destinatari finali. Ci è stato raccontato che un comandante dei pasdaran, stanco di perdere i suoi uomini, aveva proposto al governo di isolare i trafficanti accompagnandoli ai confini nord-ovest del paese. Una ipotesi subito esclusa, ma sintomatica del problema.

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ragazze in visita turistica

L’Iran è chiuso ed isolato non solo da una geografia scomoda (tra l’altro più della metà del suo territorio è fatta di deserto e montagne), ma anche da gran parte del mondo, che lo teme come unico paese del medio oriente che rifiuta l’egemonia economico-politica dell’occidente. Proprio in questi giorni Trump – perseguendo la sua forsennata politica internazionale – ha rotto l’accordo firmato da Obama sugli armamenti atomici riproponendo le sanzioni e Netanyahu ha aumentato la sua pressione raccontando di presunti armamenti atomici iraniani. L’Iran, anzi, la Persia, ha una storia di millenni, fatta da popoli e dinastie in guerra, assassinii e tradimenti moltiplicati da una mitologia tanto eroica quanto complicata. Ma secondo l’interpretazione sciita del Corano la guerra è giusta solo se in difesa (jihād difensivo). Oggi l’Iran, che tendenzialmente vuole dialogare con l’occidente, subisce minacce di guerra da Stati Uniti e Israele, ma anche da Arabia Saudita; minacce e sanzioni che non sembrano spaventare il paese, ma ne acuiscono l’orgoglio patriottico e religioso. Così la sensibilità per la propria millenaria storia insieme ad una fede religiosa spinta sino all’intimo delle coscienze, amplificata dall’isolamento territoriale, commerciale e culturale, determina un nazionalismo estremo, difficile da capire per noi cittadini d’Europa, pacificati nella controversa realtà dell’Unione Europea.

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una famiglia al parco

L’Iran, chiuso ad Occidente, si proietta commercialmente ad Oriente. Il futuro sembra essere il ripristino della “via della seta” da e verso la Cina e le Indie. L’Iran investe sul sistema infrastrutturale terrestre (autostrada e ferrovia) come su quello marittimo attraverso il Golfo Persico. Il sistema degli scambi commerciali e della loro gestione inevitabilmente condiziona le relazioni tra Iran e i paesi del Golfo in un complesso e contraddittorio gioco di alleanze e conflitti. Basti pensare al Qatar sunnita, strategico nel Golfo, che acquista armi dagli Stati Uniti, già alleato dell’Arabia Saudita insieme ad Oman e Yemen, ma oggi appoggiato da Russia Turchia e Iran.

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Persepoli

Ma rispetto alla cultura politica occidentale la questione più divisiva che emerge percorrendo l’Iran e incontrando esponenti del mondo culturale e religioso, resta il sistema islamico di governo, ovvero l’integralismo religioso. E’ una diversità profonda, lontana dal laicismo consolidato delle democrazie occidentali fondate sulla separazione tra potere temporale e potere spirituale; ma è una diversità anche di carattere teologico tra Cristianesimo e Islamismo: nella prima Dio si è fatto uomo assumendone forza e debolezza; nella seconda Dio è assoluto e trascendente. Così nella cultura occidentale l’etica esprime il suo valore anche nel libero arbitrio e nei limiti dell’uomo; al contrario nella cultura musulmana l’etica dell’uomo è incompiuta e solo quella di Dio, scritta nel Corano, è perfetta.

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Moschea del venerdì antica, Isfahan

In Iran ci è stata raccontata la “parabola dell’elefante” del poeta Gialal al-Din Rumi: “il governatore di una città comprò un elefante e lo mise all’interno di un palazzo spegnendo le luci. Poi chiamò i notabili della città e disse: – entrate nella stanza, toccate e ditemi cosa è – . Entrò il primo, toccò il piede dell’elefante e disse. – è una colonna! – . Poi entrò il secondo, toccò la proboscide e disse: – è un serpente! – .Quindi entrò un terzo, toccò le orecchie e disse. – sono tende! – Infine l’ultimo toccò la coda e disse: – è una fune! – Ognuno di loro ebbe una idea imperfetta e falsa dell’elefante; solo la luce, cioè Dio, ne avrebbe consentito una visione perfetta e reale. L’unica assoluta verità è quella di Dio”. Questo scrive il Corano e questa è la legge.

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Moschea Nasir ol Molk, Shiraz

Come sappiamo nel 1979 scoppiò la ribellione contro il regime dello Scia. La rivoluzione iraniana guidata da Khomeini, trasformò l’Iran da monarchia assoluta a repubblica islamica fondata su una costituzione teocratica approvata dal 99% dei votanti. Da allora l’Iran ha un parlamento eletto, un governo e un presidente cui è affidato il potere esecutivo, distinto dal potere giudiziario. Ma un religioso, un ayatollah sciita profondo studioso del Corano chiamato “Guida suprema”, ha il potere di veto sulle decisioni del governo, valutandone l’etica e la validità. Inoltre è il comandante in capo delle forze armate, ovvero ha il potere di decidere su guerra e pace. La “Guida suprema” viene nominata a vita dalla “Assemblea degli esperti” composta da 86 religiosi, studiosi islamici eletti a suffragio universale, che possono anche esautorarlo. A sua volta la “Guida suprema” nomina il “Consiglio dei guardiani” che lo assiste nel controllo del potere esecutivo sulla base della costituzione e delle leggi coraniche. Per noi occidentali questa non è vera democrazia. Ma è legittimo confrontare sistemi di governo maturati in contesti che hanno storia, tradizioni, religioni e culture profondamente diversi? (continua)

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Sala della musica, Palazzo Ali Qapu, Isfahan

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Iran s-velata – 2°

parte seconda: discutendo con Mostafa Milani

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Mostafa Milani all’incontro

Prima di terminare il nostro viaggio abbiamo ricevuto una prova di disponibilità e cortesia. Nella città sacra di Qom, è stato organizzato per noi un incontro in forma ufficiale con Mostafa Milani, vissuto in Italia sino a 24 anni, un hojatoleslam (titolo appena sotto quello di ayatollah), che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Cercherò di riassumere la discussione che ne è nata. Milani dapprima ha risposto alla domanda sulle diversità e convivenze tra Sciiti e Sunniti, confermando che la fratellanza tra le due diverse visioni dell’Islam, ma anche tra le diverse religioni inclusa quella cristiana, è stata applicata con un certo successo in Iran. Meno in alcuni paesi a maggioranza sunnita come Arabia Saudita, Egitto e Marocco. Ma – ha concluso – il vero problema, come si sa, è l’estremismo terrorista sunnita dell’Isis. Interrogato poi sul sistema politico iraniano, Milani ha spiegato che non è propriamente una teocrazia, in quanto l’Iran è regolato da una costituzione approvata dal popolo e da una democrazia parlamentare elettiva. L’unità tra potere temporale e potere spirituale in Iran è stata voluta dal popolo, convinto che Dio sia qualcosa di superiore anche alla politica. Ma allora – è stato chiesto a Milani – perché questa democrazia impone scelte a prescindere dalla propria volontà come quella del velo per le donne? Milani si è mostrato aperto e tollerante rispetto a questo problema, governato da una legge di fatto depenalizzata, aggiungendo però che il velo, seppure imposto, è una scelta liberamente voluta delle donne iraniane. Una contraddizione in termini che ha sollevato qualche dubbio tra noi, in quanto, come si sa, il velo è imposto anche a chi non è islamico e pratica fedi diverse. Sappiamo però che in Iran da tempo si è aperto un dibattito sulla obbligatorietà del velo e che presto ci potrebbero essere novità in proposito.

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dettaglio di una moschea

Milani si è poi dilungato sul reato di opinione, ritenendolo un reato diffuso in occidente e riportando come esempio i reati di negazionismo, di apologia di nazismo o fascismo. Inevitabile anche qui qualche mormorio tra gli ospiti italiani, dal momento che la libertà di espressione e di opposizione non sembra soddisfatta in Iran. Insomma è sembrato di capire che il reato di opinione in Iran sia da condannare quando imposto dalla legge dell’uomo; e invece da applicare quando prescritto dalla volontà divina tratta dalla interpretazione sciita della scrittura sacra del Corano, l’unica che può definire il limite delle libertà individuali. Insomma un concetto per noi difficile da accettare: l’uomo preparato e saggio che scrive le leggi può sbagliare, l’ayatollah preparato e saggio che interpreta il Corano non può sbagliare.

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un celebre murale a Teheran

E’ stata posta a Milani la domanda sui problemi collegati all’isolamento economico e politico dell’Iran e sulla necessità di superarli entrando a pieno titolo nella comunità internazionale. Milani su questo è stato molto duro. Il mondo – ha detto – è controllato da popoli di origine anglosassone, in primis Stati Uniti, Canada, Inghilterra, ma anche la Francia, che impongono al mondo la loro cultura e il loro potere. La rivoluzione islamica iraniana è stata una rivoluzione antimperialista che rifiuta questa tirannica egemonia occidentale. Non si capisce perché nelle terre della Palestina debbano essersi insediate genti che vengono dal profondo dell’Europa, dalla Russia, Ucraina e altri popoli lontani. L’occidente è ipocrita, perchè piange i morti di Israele e non quelli dei Palestinesi. Le grandi potenze occidentali hanno centinaia di bombe atomiche. Voi stessi, in Italia, pure avendo rifiutato le centrali nucleari, avete più di ottanta bombe atomiche americane. Voi, insieme alla Germania, avete perso una guerra e siete vittime di questa logica, come fate a sopportare questa condizione umiliante? Sappiate che in caso di conflitto l’Italia potrebbe essere la prima distrutta in poche ore! Il più grande messaggio della rivoluzione islamica è questo: popoli del mondo riconquistate la vostra sovranità!

Ad una domanda sulla modernizzazione delle religioni e sul loro adeguamento ai tempi, Milani ha risposto dicendo che la forma repubblicana della rivoluzione islamica è il più forte segnale di modernizzazione rispetto al passato, che era stato sempre contraddistinto da forme di califfato ereditario. Questo è merito del pensiero sciita che affida la guida suprema al vicario del dodicesimo apostolo (ayatollah); ben diverso da quello sunnita che lo affida al monarca. Sulla possibilità di risolvere pacificamente il conflitto tra Israele e Palestina Milani, pure augurandolo, considera una utopia la realizzazione di due stati. Sarà impossibile finché Israele continuerà a cacciare i Palestinesi dalle loro terre. La proposta iraniana è di restituire le case a coloro che ne sono stati allontanati. Considerate – dice – che quasi due milioni di Palestinesi sono rinchiusi nella angusta striscia di Gaza, una situazione invivibile.

Nucleare Iran, Donald Trump in conferenza

Trump e il nuovo embargo all’Iran

Sull’embargo commerciale nei confronti dell’Iran riproposto in questi giorni da Trump, Milani ribadisce la correttezza del suo paese nel rispettare gli accordi internazionali e le disposizioni dell’ONU, avendo azzerato il programma nucleare; cosa che invece non avviene da parte di Israele che – dice – possiede oltre 200 ordigni nucleari. La Repubblica Islamica – prosegue –  è vittima di menzogne come quelle di Trump e Netanyahu che ci accusano di bombe atomiche che non esistono, negate anche dall’Unione Europea e dall’AIEA. Per fortuna l’Europa comincia a capire le falsità contro di noi e i danni procurati dagli Stati Uniti con l’applicazione dei dazi commerciali. Noi siamo un popolo che vuole contare come gli altri, perché tutti i popoli devono essere uguali. Questa è la nostra religione. Mi auguro non accada, ma se ci vogliono fare guerra per questo, che guerra sia!

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omaggio ai morti in guerra

Infine, sulla pena di morte, Milani spiega che il Corano difende la vita, ma per alcuni reati molto gravi è necessaria la pena capitale. D’altra parte –  dice – la pensano tanti come noi in tutto il mondo e ora anche da voi in Italia. Sul piano personale afferma di volerla considerare un provvedimento estremo qualora gli altri mezzi per impedire il reato non siano stati utili.

L’incontro si conclude con alcune battute di attualità. Ribadendo la sua convinzione per una repubblica parlamentare, Milani fa presente quale rischio avrebbe corso l’Italia qualora ci fosse stata un repubblica presidenziale ai tempi di Berlusconi. Sarebbe stato come capita oggi in America con Trump! Poi però mostra di conoscere bene anche lo stallo della crisi politica attuale italiana, segnale – dice – che anche la vostra democrazia è imperfetta! Infine a chi ricorda la recente affermazione del suo superiore in merito alla possibilità di costituire una Stato Islamico nella Regione di Qom, analogo alla Città del Vaticano della Chiesa cattolica, restituendo al potere temporale autonomia laica, Milani sorridendo dice di non essere in accordo con questa proposta che gli sembra separatista e quasi sovversiva. Questa affermazione delude gli interlocutori italiani che l’avrebbero volentieri colta come occasione per restituire una autonomia laica al potere politico. Si conclude così l’incontro, in cordialità e ringraziamenti reciproci.

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Finito l’incontro lasciamo l’Iran, portando dentro due emozioni. La prima, nella città di Isfahan, la vista di notte del Meidan, 160 metri di larghezza per 560 metri di lunghezza, una delle piazze porticate più grandi del mondo, scintillante di luci e impreziosita dal Palazzo di Ali Qapu; sulla Meidan affacciano la Moschea dello Scia e la Moschea della Regina, ruotate in modo di guardare la Mecca. La seconda emozione, vissuta qualche giorno prima nell’Iran sudorientale, è stata la corsa in automobile all’alba per 50 chilometri all’interno del Deserto di Lut, sino ad incontrare, al sorgere del sole, i Kalut, considerati una delle maggiori meraviglie naturali al mondo: rossi faraglioni scavati dal vento, quasi galleggianti sulla sabbia del deserto.

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La città contemporanea: smart, global o infelice?

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 Città digitale

La retorica della Smart city è nata dal concetto che le reti digitali opportunamente integrate e considerate come armatura strutturale, possano restituire alla metropoli contemporanea una dimensione equilibrata e sostenibile: una città cablata come fonte di sviluppo. In realtà il termine Smart city ha assunto valori diversi, assegnati dai volta in volta da discipline accademiche, interessi professionali, marketing aziendale e lobby di potere, che lo hanno orientato verso finalità non sempre convergenti. Tracciando una sorta di interpolazione tra le varie interpretazioni, possiamo affermare che la Smart city di fatto già esiste in episodi urbani circoscritti o in singole architetture, ampiamente controllate dalla domotica o da sistemi telematici. Il fine sembra essere quello di risparmiare energia, migliorare la salute e la mobilità, rendere più efficienti i servizi e più produttivo il lavoro. Insomma una città efficiente nel senso pieno della parola. Fin qui è anche condivisibile. Il problema si pone quando queste finalità e queste procedure vengono considerate generatrici di qualità urbana. Perché non esiste una “qualità” che discende meccanicamente dalla “efficienza”. Allora il mito della la Smart city diventa una retorica che fornisce modelli facili, emozionali ed effimeri. Un sistema troppo scontato per rifondare quella fiducia nella tecnologia e nel progresso che la modernità aveva affermato e che oggi sembra perduta. Troppo costruito sull’esaltazione di una digitalizzazione universale fondata su bolle di benessere individuale. E tutto, senza forma, renderà “brutta e volgare” la città. (estratto da uno scritto dell’autore pubblicato su FAmagazine. Ricerche e progetti sull’architettura e la città, rivista on-line)

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Smart city

Così la Smart city, come idea di città, resta patrimonio delle grandi potenze della tecnologia digitale (il mondo ICT, Information and Communication Technology) e sembra adattarsi soprattutto a dimensioni urbane ristrette. Ma nella realtà delle grandi metropoli la city da smart diventa global. In un recente articolo dal titolo Il mondo nuovo e le sue città (Il Foglio, inserto sabato 24 – domenica 25, marzo 2018) Stefano Cingolani riflette sul paradosso secondo cui la recente crisi economico-finanziaria ha determinato il consolidamento della cosiddetta città globale o, meglio, metropoli globale. Definizione non certo nuova, ma che si è concretizzata proprio negli anni che hanno visto da una parte l’abbattimento dei valori immobiliari e dall’altra flussi di danaro a basso costo investiti nella espansione delle metropoli.

Senza escludere il rischio di una grande bolla finanziaria dovuta agli eccessi di edilizia invenduta, attualmente le grandi città del mondo occidentale e di quello orientale avanzato sono cresciute sia nella capacità di attrarre investimenti sia nella qualità della modernizzazione. Ma quali sono i caratteri distintivi della metropoli globale? A differenza della Smart city che ci appare come una macchina, una sorta di città-computer nella quale l’hardware è costituito dagli edifici e dalle infrastrutture e il software dalla gestione digitale integrata delle comunicazioni immateriali, la Global city è un sistema urbano più complesso. Questa, infatti, oltre a contenere il massimo dello sviluppo cibernetico e delle connessioni in rete (relazioni immateriali), ha bisogno di contare anche su relazioni fisiche (materiali) triangolate su tre fattori: economia, infrastrutture e cultura.

Economia. Frequentata dalla élite del mondo, la metropoli globale deve offrire la possibilità di incontri e strette di mano tra operatori finanziari, investitori, amministratori e politici nei luoghi deputati, come congressi, fiere, esposizioni, eventi sportivi e commerciali.

Infrastrutture. In questa metropoli il sistema della mobilità e dei trasporti deve presentare la massima efficienza ed il massimo della innovazione tecnologica nell’offerta residenziale e in tutti i servizi e le attrezzature urbane.

Cultura. Infine la metropoli globale deve proporre un alto livello e una ampia varietà di offerta culturale, dalla formazione universitaria al museo, dal teatro al cinema, dalla musica classica al concerto rock. Tutto questo porta la metropoli globale ad un benessere diffuso che si caratterizza, culturalmente ancora prima che politicamente, in termini liberali e progressisti, ma comunque riformatori e tolleranti.

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New York Global city

Tutto bene? Certamente no, perché l’inevitabile rigonfiamento del costo della vita innalza barriere. Così la metropoli globale se da una parte attrae ricchezza, dall’altra genera esclusi e rischia di creare periferie che accumulano il disagio e accrescono le diseguaglianze. Dunque il sistema si regge solamente quando è supportato da una politica forte di sostegno della povertà, dell’occupazione e degli investimenti pubblici: la capacità quindi di tradurre una emancipazione economica e culturale in azioni riformatrici e illuminate. Questo equilibrio, secondo la classificazione dell’Università inglese di Loughborough riportata nell’articolo di Cingolani, sembra raggiunto da città come New York e Londra, quindi Parigi e una sequenza di metropoli orientali (come Singapore, Pechino, Tokyo, Shangai e Dubai). Seguono altre città europee e nord americane. In Italia solo Milano è nel gruppo qualificato. Roma è tra le ultime, insieme ad Atene, Bangalore, Bucarest, Il Cairo ed altre del sud America. Con tutti i limiti ed i fenomeni della globalizzazione, il transito in una dimensione urbana nella quale modernizzazione ed investimenti privati e pubblici devono essere spinti al massimo è ormai inevitabile per un paese che aspiri a competere a livello internazionale. La lotta contro la globalizzazione – che tradotta nella terminologia politica italiana suona come “decrescita felice” – o infelice? – e si fonda sulla paura per la modernità è esattamente il percorso opposto. Un percorso che non risolverà il problema delle emarginazioni e delle diseguaglianze, anzi, privando la metropoli del suo nucleo propulsore e rappresentativo, tenderà inevitabilmente a periferizzare le centralità, omologando mediocrità e indifferenza. Ed è quello che sta capitando oggi a Roma.

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Roma, Ostiense, area centrale degradata

Stefano Cingolani conclude così la sua lucida riflessione sulle città del mondo nuovo: “La fuga nel paesello, l’economia del villaggio, il chilometro zero, tutto quello che dà una patina gauchiste a un movimento che nella sostanza si caratterizza come reazione alla modernità, non è un sogno, ma una illusione; il futuro, anzi, il presente, è altrove.”

 

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Ritorno al West

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Negli ultimi anni il cinema era tornato a parlare del West americano ad opera di maestri come Tarantino (Django e The Hateful Eight) ed Iñárritu (Revenant), ma erano storie dominate dalla personalità degli autori, che si caratterizzavano per una soggettiva interpretazione del tema western, sanguinolento ma paradossale nello stile di Tarantino, tragico ed eroico nello stile di Iñárritu. Diverso è il caso di Hostiles, oggi nei cinema, ma già presentato in Italia ad Ottobre scorso, in apertura dell’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma.

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Hostiles è scritto e diretto da Scott Cooper, già autore di un bel film drammatico Out of the Furnace (Il fuoco della vendetta), anch’esso presentato alla Festa di Roma del 2013, con lo stesso attore protagonista, Christian Bale. Nel confermarci la qualità dei film presentati a Roma ogni anno, questo film costituisce un ritorno al format del western classico: c’è l’attacco stragista dei pellerossa Cheyenne, la violenza dei soldati bianchi, la saggezza del grande capo indiano, la vendetta, il pentimento e la pace con il grande capo, senza escludere il lieto fine con il classico treno dell’amore. E ci sono anche la lentezza del viaggio a cavallo e il monotono trascorrere del giorno e della notte, le poche parole e i silenzi, le notti all’aperto con il fuoco e la pioggia. Tutto costruito con la splendida fotografia di Masanobu Takayanagi.

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In genere la critica, che non ha molto amato questo film, vi legge l’intenzione dell’autore di porsi dalla parte giusta, quella dei pellerossa. Posizione peraltro niente affatto nuova in molti film western. Io credo non sia proprio così, o solo così. Credo invece che il film sviluppi le parole di David Herbert Lawrence citate in epigrafe: “L’anima americana è essenzialmente isolata, stoica e assassina”. Ho letto nel film il senso della violenza e della sopraffazione che dai tempi dei pionieri del west appartiene al popolo americano. Il senso della vendetta e l’idea blasfema che l’assassinio sia parte della vita. La guerra considerata inevitabile. Quasi una visione escatologica di un destino armato che è individuale ancor prima che collettivo. Una visione contro la quale i giovani nordamericani hanno lottato negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, e contro la quale oggi sono finalmente scesi in piazza per affermare la pace contro l’uso delle armi.

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Fortunato, intellettuale di sinistra

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Come fortini assediati, le aree centrali di Roma, Milano e Torino sono tra le poche circoscrizioni elettorali italiane nelle quali la maggioranza dei votanti è restata fedele alla sinistra in aree dominate dalle destre e dei cinque stelle. La maggior parte della opinione pubblica nei giornali, in televisione, nei social e, cosa triste, anche parte degli elettori di sinistra – complesso di colpa? – sbeffeggia questo piccolo successo considerandolo la prova che vota a sinistra chi gode di privilegi. Ma siamo sicuri che questo voto derivi solo da una condizione di benessere – magari ereditata – e che sia possibile definire ora “pariolini”, ora “radical chic” persone e famiglie che hanno la colpa di vivere in aree non periferiche della città? O forse c’è anche una componente culturale e una sensibilità civile, certamente favorita dalla mancanza di urgenze economiche, ma difesa in nome di valori che appartengono alla tradizione della sinistra? Allora vorrei raccontare la storia di uno di questi “privilegiati” che può costituire un campione di elettori molto diversi da quanto viene oggi rappresentato.

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 E’ una storia vera, una storia comune, il protagonista lo chiamerò Fortunato. Pochi mesi prima della Liberazione, in una Italia nella quale la guerra aveva azzerato molte delle diseguaglianze sociali, costringendo alla fame anche gran parte della piccola borghesia urbana, in un palazzo INCIS di Prati, un quartiere centrale di Roma, era nato Fortunato. La madre era la sesta figlia di un impiegato statale di origini campane emigrato a Roma, il padre, primo figlio maschio di un noto giurista di Cagliari, proveniva da una famiglia numerosa, benestante, ma anch’essa impoverita dalla guerra. Dopo la guerra combattuta in Africa, il padre di Fortunato trovò lavoro a Roma nella società telefonica statale, la moglie, che ebbe un secondo figlio, badava alla casa. Lo stipendio non consentiva lussi né la possibilità di pagare un affitto, e la famiglia di Fortunato visse per alcuni anni a casa dei nonni materni.

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Quando fu possibile aprire un mutuo, il padre di Fortunato si iscrisse ad una cooperativa edilizia e finalmente nel 1954 la famiglia si stabilì nel “quartiere africano” (dai nomi delle strade), distante da Prati e decisamente periferico. Le strade attorno alla casa di Fortunato non erano ancora asfaltate, con spazi aperti ideali per giocare a pallone in strada. Ma erano gli anni del boom economico e attorno era tutto un fiorire di nuove palazzine. Con la progressione di carriera il padre di Fortunato ebbe aumenti di stipendio e finalmente nel 1957 fu possibile comprare a rate una Fiat 600. A poco a poco il benessere aumentò, era possibile d’estate andare in vacanza (si diceva “villeggiatura”), dividendo le spese con altri familiari si poteva affittare una casa per uno o due mesi in località costiere a nord di Roma.

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Fortunato ed il fratello minore studiavano nel liceo classico pubblico, mentre il miracolo economico trasformava Roma favorendone lo sviluppo a macchia d’olio. Il quartiere africano in breve si trasformò in un’area semi centrale, bene attrezzata con scuole, strade commerciali e attrezzature per il tempo libero. La famiglia di Fortunato venne coinvolta dal vortice del consumo e fu possibile cambiare la vecchia Fiat 600 acquistando a rate una Giulietta Alfa Romeo usata. Così, per quanto lo stipendio del padre crescesse, tra il mutuo per la casa, le rate, qualche altro debito e forti costi quotidiani per abbigliamento e alimentazione, i soldi finivano ugualmente verso la fine del mese. Per quanto non mancasse nulla di sostanziale, non fu possibile per i due fratelli viaggiare all’estero e imparare a fondo una lingua straniera, così come capitava ai figli di amici e parenti con maggiori mezzi economici.

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Arrivò il Sessantotto e i due fratelli, ormai studenti universitari, tradirono la tranquilla routine piccolo borghese della famiglia impegnandosi sia a livello culturale che politico. Fortunato, vicino alla laurea in Architettura, trovò lavoro come disegnatore nello studio di un architetto che abitava ai Parioli (quelli veri). Tre mesi di lavoro part-time per 35.000 lire/mese che gli consentirono di comprare la tanto desiderata Asahi Pentax reflex. Non subito però, perché sul momento mise i soldi guadagnati a disposizione della famiglia per una spesa urgente. Quando il padre, che nel frattempo era diventato un alto dirigente della Società Telefonica, andò in pensione e arrivò la relativa liquidazione, ci fu un ulteriore salto di benessere. Solo allora Fortunato capì che il padre non aveva mai avuto prima un conto corrente bancario e che quell’armadietto chiuso a chiave nella camera in cui dormiva, aveva sempre custodito in banconote da 10.000 lire il suo stipendio mensile.

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Fortunato ed il fratello, laureati e sposati, uscirono di casa e trovarono lavoro. Cominciò per loro una vita nella quale, rispetto ai genitori, avrebbero avuto minori ansie per il quotidiano e maggiori livelli di benessere. Oltre all’impegno professionale confluito nell’insegnamento, Fortunato approfondì la sua cultura immergendosi nella realtà contemporanea e nell’impegno civile e politico. Sorvolo sulle disavventure coniugali e sui problemi con i figli, per ricordare invece che, seppure nelle controversie della vita, non modificò mai da una parte la scelta di vivere nei quartieri centrali di Roma anche a costo di abitare in piccoli appartamenti, e dall’altra la costante difesa dei valori dell’uguaglianza e solidarietà. Fortunato visse e invecchiò amando Roma, la sua città, e soffrendo per i suoi problemi.

Nei quartieri centrali delle grandi città italiane vivono molti “Fortunati”.

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Come una mosca in una gabbia di elefanti

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Quasi esattamente cinquanta anni dopo quella giornata iconica del primo marzo 1968 a Valle Giulia che modificò il modo di “pensare a sinistra”, il 5 marzo 2018 ci siamo svegliati chiedendoci se la sinistra italiana esista ancora. Sia quella maggioritaria del Partito Democratico, sia quella alternativa nata attorno a Sinistra Italiana e fuoriusciti dal PD. Per rispondere alla domanda e indagare le ragioni della più dura sconfitta elettorale da quando esiste la Repubblica, si aprirà certamente un dibattito che sarà difficile e contraddittorio, perché ci vorrà molto tempo per capire cosa sia realmente accaduto e quali siano state le cause.

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Provo a elencare 10 questioni sulle quali si discuterà. Riguardano il Partito Democratico, ma non solo.

  • La presunta insufficienza delle misure di ripresa dell’economia e dell’occupazione dei tre governi di centrosinistra in questa legislatura (la prima dopo la crisi economica e il conseguente rischio di default economico-finanziario).
  • Le responsabilità di Renzi nella scissione del PD, nello scontro con i rappresentanti dei lavoratori, nella gestione del referendum costituzionale e delle campagne elettorali, negli eccessi egocentrici, in definitiva nell’avere gestito il partito in modo monocratico.
  • Le responsabilità dei dirigenti fuoriusciti dal Partito Democratico, mossi da ragioni personali più che da una diversa visione politica.
  • L’ideologismo di altre formazioni di sinistra che concepiscono il liberismo come un mostro da combattere e non un sistema da riformare.
  • Lo scollamento dal territorio della sinistra di governo, il problema del lavoro e dell’occupazione giovanile, in definitiva la difficoltà nel sanare le ingiustizie e combattere la povertà.
  • Il problema delle immigrazioni, prima sottovalutato, poi affrontato con energia, ma vittima di critiche sia da destra che da sinistra.
  • L’ambiguità di alcuni leader di centrosinistra nel campo della trasparenza e della correttezza istituzionale.
  • La gestione delle compensazioni economiche (“bonus”) presentate come regali e non come riconoscimento di diritti.
  • L’avere accettato lo scontro politico sul terreno delle denuncie vere o presunte di illegalità senza rendersi conto che una cosa è farle dalla opposizione e altra dal governo
  • La deriva politica internazionale – europea e non solo europea – nella quale quasi ovunque la sinistra perde a favore di destre e populismi.

Personalmente ritengo che tutte le questioni che ho elencato contengano, almeno in parte, la ragione della sconfitta. Ma se c’è una sconfitta c’è un vincitore. In questo caso i vincitori sono due: la destra a guida Salvini e il populismo a guida Grillo. Per quanto riguarda la destra (o centrodestra) il fatto nuovo è il successo della Lega, ma l’alternanza Destra-Sinistra è stata per anni – sinché è durato Berlusconi – la caratteristica della seconda repubblica. In qualche modo gli ultimi tre governi di centrosinistra ne sono stati il compimento.

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Diverso è il discorso sui Cinquestelle. Nonostante l’immobilismo della amministrazione Raggi a Roma e i problemi in altre situazioni locali, i Cinquestelle hanno ottenuto una grande vittoria elettorale. L’accanimento (anche eccessivo) degli avversari politici, ma anche di molti mezzi di informazione, contro le cattive perfomance grilline, sembra abbia ottenuto l’effetto opposto. Ci conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che il fine dell’elettore catturato al populismo non è sulle cose fatte o da fare in ambito di solidarietà sociale e interesse comune e neppure sulla coerenza ed onestà, bensì sulla possibilità di sostituire al cosiddetto establishment figure “diverse” nel rapporto con le istituzioni. Ci vorrebbe un approfondito studio sulla psicologia delle masse per capire quale livello di frustrazione porti milioni di elettori grillini ad esprimere indifferenza per tutto quello che è competenza e cultura, e addirittura rabbia quando competenza e cultura sono praticate nell’ambito istituzionale.

Si discuterà molto sui quasi undici milioni di elettori del Movimento Cinquestelle. Una minima parte corrisponde al voto ondivago, collegato a contingenze ed opportunità. Una parte consistente è costituita da elettori tradizionalmente di sinistra, delusi sia per la trasformazione post ideologica dei partiti che li rappresentavano, sia per l’efficacia dell’azione politica di centrosinistra che vedono annacquata e neoliberista. Alcuni sono quelli ideologicamente più strutturati, disposti all’avventura politica pur di contrastare il Partito Democratico che giudicano ormai di destra. Altri, afflitti da problemi di lavoro o sottoccupazione, hanno abbandonato il voto a sinistra perchè non si sono sentiti più rappresentati nelle incombenti difficoltà economiche; ne è la prova la sconfitta elettorale anche della lista Liberi ed Uguali che ha preso molti meno voti di quelli che prendevano le due componenti politiche che l’hanno costituita (Sinistra Italiana e fuoriusciti dal PD). Ma la maggiore parte dell’elettorato grillino è composto da giovani con problemi di lavoro, famiglie di reddito medio-basso che vivono in condizioni periferiche (in senso lato, territoriali od urbane) e piccoli imprenditori e commercianti che si sentono oppressi dalle tasse e dal “sistema”. Questo elettorato – non è un caso che sia distribuito soprattutto al sud – è un corpo elettorale culturalmente fragile e permeabile. Ed è su questo corpo elettorale che il Movimento costruito da Casaleggio e Grillo ha concentrato la sua azione studiata ed applicata con formidabili mezzi di comunicazione in rete.

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Lo strumento del web applicato scientificamente è l’arma letale del Movimento Cinquestelle. Consente di entrare in tutte le case, di dialogare singolarmente con milioni di persone, di incontrare e fare incontrare tra loro centinaia di migliaia di giovani, di facilitare sfoghi e discussioni, di creare illusioni. Persino di aprire le porte del potere politico con pochi voti di consenso. La misteriosa piattaforma Rousseau, il Blog di Grillo, ora anche il Blog delle Stelle, ma anche tutti i social con migliaia di pagine Facebook e Twitter, costituiscono una armata impressionante che polverizza qualsiasi altro mezzo di comunicazione. L’impegno della sinistra sotto campagna elettorale di incontrare gente nei gazebo in molti angoli della città, di presidiare le piazze in periferia e distribuire volantini, per quanto apprezzabile, fa sorridere. E’ come il volo di una mosca in una gabbia di elefanti.

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La voce del web che è partita da Grillo, Casaleggio e, oggi, anche dai leader Cinquestelle, ma si diffonde ed amplifica con milioni di voci, come un mantra urlato ha parlato di politici ladri, istituzioni malate, governanti affiliati alle banche, giornalisti servi del potere, intellettuali corrotti. Il linguaggio nei social è stato senza remore, esplicito nella volgarità e nell’offesa, volutamente scorretto. Le informazioni sempre portate all’estremo, talvolta false. E’ la pratica dell’odio, promossa, diffusa, moltiplicata. Ha colpito personalmente i rappresentanti delle istituzioni, soprattutto le donne; ma è penetrato anche nel privato del nostro smartphone. Talvolta il contagio si è trasmesso ad altri mezzi di comunicazione, la televisione ad esempio, attraverso giornalisti ed opinionisti d’assalto pagati per fare ascolto nei talk show. Non si è salvato neppure chi, subendo questo massacro, ha creduto di rispondere con le stesse armi, richiamando vere o presente colpe dell’avversario, perché ha sparato con una pistola ad acqua ed ha finito per fare il gioco dell’avversario.

Credo che questo aspetto della competizione politica dei Cinquestelle sia stato sottovalutato o messo in evidenza troppo tardi. La sinistra dovrà fare l’autocritica più dura e profonda della sua storia recente, ma non potrà omettere la considerazione che l’uso di massa, forsennato, cinico e talvolta violento degli strumenti di comunicazione del Movimento di Grillo-Casaleggio abbia non solo profondamente inquinato la società civile, il suo equilibrio e l’esito elettorale, ma si sia presentato come un pericolo per la democrazia. E ora chiedono aiuto per governare?

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