Il mio 68 (1°)

piccola autobiografia in 3 puntate. Capitolo primo

Rome, funeral of Paolo Rossi at the university

30/04/1966 Funerali di Paolo Rossi all’Università’

Per me il 68 ha avuto inizio il 27 aprile 1966, quando lo studente di sinistra Paolo Rossi morì nella facoltà di Lettere a Roma, precipitando da una balconata a seguito di violenze subite da un gruppo di estrema destra.

Ero entrato nella Facoltà di Architettura nel 1963, quando avevo ancora 18 anni, con idee politiche confuse e una educazione cattolica repressiva frutto di un cultura piccolo-borghese. Per tre anni avevo pensato solo al mio dovere di studente in una Facoltà che stava mutando geneticamente, passando da una formazione di tipo accademico ad una modernista guidata da Bruno Zevi. Una mutazione sostenuta dagli studenti di sinistra tra occupazioni, dibattiti e scontri con gli studenti neofascisti di allora.

Ricordo che ero impegnato in un seminario del corso di Storia dell’architettura del terzo anno, quando entrò in aula uno studente che, con le lacrime agli occhi, gridava: “A Lettere hanno ucciso un compagno, i fascisti hanno ucciso Paolo Rossi!”. Scendemmo in piazza (allora eravamo poche centinaia di iscritti) dirigendoci verso la Città Universitaria. Ricordo, in prima fila, gli studenti del gruppo di sinistra “Goliardi Autonomi” con Andrea Silipo, Renato Nicolini, Sergio Petruccioli e un focoso Massimiliano Fuksas tenuto a bada dal servizio d’ordine.

Nei due anni successivi integrai l’impegno nello studio con una consapevolezza politica orientata a sinistra, ma senza rinunciare ai principi cattolici che mi portavo dentro. Mi riconoscevo nei cosiddetti “cattolici del dissenso” e il mio riferimento era don Milani con la sua “Scuola di Barbiana”. In occasione delle elezioni dei membri dei parlamentini studenteschi secondo lo statuto universitario di allora, uno studente impegnato in politica (con cui avrei avviato qualche anno più tardi la mia attività di architetto) inaspettatamente mi offrì la candidatura nel gruppo cattolico “Intesa”. Ancora più inaspettatamente fui eletto, con l’impegno di costituire una alleanza a sinistra che doveva guidare le attività degli studenti di Architettura. Erano gli ultimi mesi del 1967 e non ci fu tempo neppure di riunire gli eletti, perché montava aria di protesta in molte università italiane. A Torino era stata occupata la sede di Palazzo Campana e a Milano Mario Capanna, già leader degli studenti, veniva espulso dalla Università Cattolica. A Roma, nella mia facoltà di Architettura, le attese per un insegnamento meno accademico e più innovativo erano andate deluse, così come a Lettere e Fisica e persino nella imbalsamata facoltà di Medicina. Già a gennaio 1968, il parlamentino di Architettura era stato spazzato via dalla rivolta degli studenti. Le Facoltà vennero occupate e fu “democrazia diretta” in continue e affollate assemblee.

MASCHERONI

La mattina del primo marzo 1968, correndo accanto ai binari lungo Valle Giulia e schivando le camionette della celere, ho visto scendere da un tram proveniente dalla Città Universitaria che procedeva lentamente tra i lacrimogeni, la studentessa di lettere che frequentavo da poco più di un anno e che qualche tempo dopo sarebbe diventata mia moglie. Era l’occasione per vivere una scena da film melò che difficilmente si sarebbe ripetuta nella vita: un abbraccio e via, siamo fuggiti per mano verso la vicina Villa Borghese. Quel giorno sono diventato comunista.  (continua)

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Il mio 68 (2°)

piccola autobiografia in 3 puntate. Capitolo secondo

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Paolo Pietrangeli canta Contessa

Ma cosa significava cinquanta anni fa dichiararsi “comunista”? Cosa significava per molti degli studenti che in quei mesi scendevano in piazza? Se consideriamo che stiamo parlando di eventi accaduti a poco più di vent’anni dalla fine del fascismo, la ribellione emersa dalle lotte studentesche, almeno in Italia, era come una scarica di energia esplosa da un tappo che aveva imprigionato le libertà individuali per tanti anni. Cantavamo contro la stessa borghesia che ci aveva allevato sino ad allora, esprimendoci con parole anche violente:

Voi gente per bene che pace cercate  –  la pace per far quello che voi volete  –  ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra  – vogliamo vedervi finir sotto terra  –  ma se questo è il prezzo lo abbiamo pagato  –  nessuno più al mondo deve essere sfruttato

(da Contessa, di Paolo Pietrangeli)

In realtà mi stavo costruendo una contraddittoria cultura politica, da una parte “ortodossa”, con faticose (e un po’ noiose) letture di Engels, Marx e anche Marcuse, dall’altra “alternativa”, divertendomi alle provocazioni che i nostri compagni, chiamati “uccelli”, mettevano in atto, disturbando le assemblee che si tenevano in facoltà od occupando simbolicamente la cupola di Sant’Ivo alla Sapienza, sede storica dell’università di Roma. Emergevano poche certezze e molti dubbi. Una prima certezza era di rifiutare che la scuola e l’università fossero portatrici di un sapere tradizionale imposto da insegnanti impermeabili alle nuove istanze di libertà culturale e progresso sociale, selezionando gli studenti così come le fabbriche sfruttavano gli operai. Citando Don Milani, urlavamo che “non c’era nulla che fosse più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”. Un’altra certezza era quella di combattere un integralismo cattolico che, oltre alla pratica religiosa, vedeva nella famiglia a livello individuale e nella guida democristiana a livello politico i suoi unici riferimenti. Una terza era di rifiutare l’ebbrezza del “miracolo economico”, che nascondeva i problemi reali di un paese uscito malconcio dalla guerra.

Bastava questo per essere “comunisti”? No di certo. E infatti i molti dubbi partivano dal senso di colpa di non essere parte di quella classe operaia che iniziava proprio in quei mesi a manifestare la propria rabbia sociale. Mi colpì molto, allora, l’interpretazione pasoliniana del conflitto tra studente e poliziotto. Non la condivisi, ma mi fece stare male. Altri dubbi riguardavano non solo il rapporto con il Partito Comunista Italiano che aveva sempre appoggiato la ribellione studentesca, ma soprattutto la realtà internazionale del comunismo, con l’avversione per la dittatura sovietica da una parte e la celebrazione del castrismo come guida per una rivoluzione nei paesi dell’America Latina; concetto eroicamente simboleggiato dalla celebre foto-manifesto di Che Guevara appesa in camera. Solo pochi mesi dopo quella mattinata di Valle Giulia, con la rivolta antisovietica in Cecoslovacchia avrei capito che il mio – il nostro – “comunismo” era solo un principio ideale calato in una realtà politica complessa e non facilmente decifrabile. E lo avrei capito ancora meglio qualche anno più tardi, quando anche il PCI di Enrico Berlinguer prese le distanze dal comunismo sovietico assumendo una propria autonoma caratterizzazione.

 

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Don Milani e la sua Scuola di Barbiana

Unico dato certo è che in quel 68 ho smesso di definirmi credente cattolico. Frequentando un circolo di discussione e attività politica nella periferia romana al quartiere Tuscolano, un giorno capitai nei locali di una parrocchia, richiamato dalla notorietà di un prete molto al di fuori degli schemi e molto impegnato nel sociale. Si discuteva dei problemi del quartiere. Al termine della discussione il prete, mi sembra si chiamasse Don Antonio, chiese chi volesse confessarsi. Io ero nel pieno della crisi religiosa e mi sembrava l’occasione per verificarla. Seduti uno di fronte all’altro, più che una confessione fu una semplice e amichevole conversazione. Io tirai fuori il mio grande dubbio in merito alla fede, poi raccontai come la pratica cattolica, e cioè la frequenza alla messa domenicale e ai sacramenti per me fosse una consuetudine familiare più che una vera convinzione. Il prete mi ascoltò attentamente, ma in silenzio. Io continuai esprimendo la convinzione che i principi del Vangelo che riguardavano il rispetto per il prossimo, l’eguaglianza e la solidarietà sociale, fossero comunque alla base delle mie idee. Approfondimmo insieme l’argomento, poi don Antonio sorridendo mi disse parole che ricorderò sempre: “Questi principi li puoi applicare nella fede come fuori della fede, ma sono quelli giusti. Questo – e solo questo – è l’importante, non derogare mai”. Mi abbracciò e mi salutò. Fu l’ultima mia confessione.  (continua)

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Il mio 68 (3°)

piccola autobiografia in 3 puntate. Capitolo terzo

sessantotto

Roma, manifestazione ad Architettura

Terminate le occupazioni nelle università, alla fine della primavera tornammo a studiare, o, meglio, a svolgere esami. La parola d’ordine era “esami politici”. Un termine ambiguo che ad Architettura venne interpretato in due modi diversi a seconda dell’orientamento politico dei docenti. Perché, va detto, soprattutto da noi c’erano molti docenti di sinistra che erano rimasti intrappolati tra la difesa della loro disciplina e il desiderio di unirsi alle lotte degli studenti. Così, con i docenti progressisti si svolgevano gli esami sui contenuti del corso, rifiutando però la valutazione individuale e imponendo la discussione di gruppo con il relativo voto finale uguale per tutti. Con i docenti contrari al movimento, quelli che noi chiamavamo “reazionari”, gli esami si svolgevano imponendo una discussione politica come complemento alle prove sulla materia d’esame; prove concordate con il docente e, va detto, molto semplificate!

Al contrario di quanto era accaduto nei primi mesi dell’anno quando si trascorreva l’intera giornata e spesso anche la notte in facoltà, ora in sede ci si stava molto poco e le lezioni erano rare. In quegli anni gli affitti erano bassi, così si formarono gruppi di studenti che dividevano le spese negli “studi” dove si preparavano in gruppo gli esami, ma si discuteva molto anche di politica e di impegno nel sociale.

Dopo la vacanza estiva consumata visitando a Parigi i luoghi del “maggio francese” come simulacri di una lotta che non doveva sfiorire, in autunno il movimento studentesco colse l’aria nuova che attraversava le periferie operaie e le fabbriche: occorreva  unire la nostra lotta a quello degli operai. Così frequentai circoli politico-culturali (oggi sarebbero stati chiamati “centri sociali”) nei quali, tra l’altro, leggevamo e commentavamo insieme “testi sacri” come L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato di Engels e preparavamo volantinaggi. Alla guida del gruppo c’era uno studente di fisica, uno dei capi del movimento (di cui non farò il nome), insieme ad una bella ragazza bruna (anche di lei non farò il nome), molto duri nello spingerci alla lotta politica. C’era però qualcosa che non andava, cominciavo a provare disagio. Allora credevo fosse un senso di inadeguatezza all’impegno politico, oggi lo ripenso come il rifiuto per una deriva che mostrava segni di massimalismo. Presto persi di vista il compagno di Fisica con la ragazza bruna. Li avrei ritrovati sulle pagine dei giornali una decina di anni dopo, coinvolti in vicende di terrorismo.

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Città del Messico, piazza delle Tre Culture, 2 ottobre 1968

L’autunno e l’inverno furono dolorosi: il massacro degli studenti a Città del Messico con centinaia di morti; gravi scontri negli USA tra neri e polizia; la protesta dei “pugni chiusi” alle Olimpiadi; a dicembre due braccianti uccisi ad Avola; nella notte di capodanno un giovane che protestava davanti alla Bussola di Viareggio gravemente ferito da un proiettile.

L’ultima cosa che ricordo di quei mesi è stata la visita a Roma del Presidente degli Stati Uniti, Nixon, nel febbraio 1969, pochissimi giorni prima dell’anniversario di Valle Giulia. Ricordo che fu occupata dagli studenti la città universitaria, poi circondata e invasa dalla polizia. Ero lì, di sera, nel buio squarciato dai lampeggiatori blu e una grande rabbia in corpo per i bombardamenti americani in Vietnam. Da solo mi trovai davanti alla polizia minacciosa, organizzata con scudi e manganelli, che stava per caricare. Avevo paura. D’istinto mi chinai, raccolsi un sasso e lo misi in tasca. La carica e i lacrimogeni mi fecero fuggire sino al vicino studio dove stavo preparando gli ultimi esami. Poi tornai a casa – abitavo ancora con i miei – ero eccitato e stravolto e avevo bisogno di riposare, così mi spogliai. Trovai nella tasca dei pantaloni il sasso raccolto. Lo conservo ancora oggi.

 

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Si può far ridere senza deridere

I brevi commenti su film in uscita che scrivo su questo blog in genere sono relativi  ad opere che meritano interesse sia per i risultati formali che per i contenuti. Il caso di Come un gatto in tangenziale è diverso, perché lo ritengo un film sbagliato, anzi, peggio che sbagliato. Ma occorre parlarne.

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Il regista Riccardo Milani (anche sceneggiatore insieme ai consueti Andreotti, Calenda e Cortellesi) è un prolifico e competente professionista di cinema e televisione, che si iscrive nel genere della commedia all’italiana. I suoi film ottengono spesso un buon successo di pubblico. Il recente Scusate se esisto ha avuto anche consenso dalla critica. Come un gatto in tangenziale affronta il tema della distanza sia fisica che sociale tra centro e periferia di Roma, quindi molto attuale in relazione alle condizioni di una metropoli in grave sofferenza. Ma il valore del film si esaurisce nella sua idea iniziale. Lo sviluppo della storia e la restituzione cinematografica sono non solo scadenti, ma, a mio avviso, irritanti. E mi spiego.

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La “commedia all’italiana” è una consuetudine cinematografica che si fonda sulla caricatura di profili umani di varia estrazione sociale e territoriale giocando sull’aspetto fisico, il dialetto, le debolezze e le frustrazioni. Lo spettatore da una parte si identifica nei personaggi, dall’altra ci ride sopra. Senza volere fare riferimento ai “grandi” del passato, in grado di fondere dramma e commedia in un realismo che rendeva le maschere credibili (in questo senso il capolavoro è Brutti, sporchi e cattivi di Scola), il pregio di questo genere, al di la di alcune cadute di cattivo gusto, è sempre stato quello di eludere questioni reali sollecitando risate facili (basti pensare ai cinepanettoni natalizi). Come dire, film forse volgari e di bassa levatura, ma che non fanno male a nessuno.

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Ma non si può rappresentare un tema così duro come la decadenza di una metropoli drammaticamente divisa tra centro e periferia, solo esasperando contesti e personaggi. Fa male vedere gli abitanti dei quartieri popolari agli estremi della città tutti grassi, sporchi, malvestiti, sboccati e disonesti. E fa ancora più male vedere rappresentati extracomunitari di etnie africane od orientali che vivono nella sporcizia solo impegnati a cucinare cibi puzzolenti. Fa male, non tanto perché rappresenta una realtà esasperata, quanto perché non vuole essere un film che indaga il fenomeno e lo inquadra nella sua giusta dimensione, e neppure un film che trasfigura il reale in grottesco, ma un film che provoca derisione e risata grossolana. Simmetricamente è insopportabile la consueta e trita rappresentazione della borghesia colta e benestante dedita solo a raccontarsi stronzate radical-chic su una spiaggia di Capalbio.

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Come cittadino romano, poi, sono indignato nell’assistere a questa dannazione dell’immagine di Roma sempre meno amata come capitale e sempre più vista come ricettacolo di immondizia umana da una parte e di intellettuali scemi dall’altra. Riccardo Milani, come anche gli altri sceneggiatori – c’è pure la sorella del ministro Calenda – sono romani: che servizio credono di fare alla loro città? Che messaggio trasmettono? Gli consiglierei di avere lo stesso rispetto per Roma che c’era nel cinema dei “grandi” di un tempo, ma che c’è ancora in altri film recenti di giovani autori. Si può anche far ridere senza deridere.

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L’equivoco delle tasse universitarie

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Dal 2009 (governi Berlusconi e Monti), con l’apparente giustificazione della crisi economica e del debito pubblico e con l’alibi di un mondo accademico ipertrofico, è stato avviato un forte taglio alle risorse degli Atenei italiani. In realtà il motivo era la scarsa considerazione per la formazione e la ricerca qualificata, non considerata prioritaria, secondo lo slogan “con la cultura non si mangia”.

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Il Fondo Finanziamento Ordinario (FFO) delle Università pubbliche, che copre la maggiore parte delle spese degli atenei,  è stato ridotto dell’11% risultando pari allo 0,42% del PIL italiano, contro l’1,5% di Germania e Francia. A causa della crisi e della spending review diminuivano anche i contributi di altre fonti pubbliche (Regioni, Provincie, comitati universitari locali). Contemporaneamente venivano avviati una micidiale stretta del turnover sia del personale docente che tecnico-amministrativo, una riduzione del finanziamento per i progetti di ricerca (PRIN), una riduzione delle borse di studio e di quelle dei dottorati di ricerca, una riduzione del numero dei corsi di laurea e infine l’abolizione degli scatti di carriera per i docenti (condizione molto penalizzante per i ricercatori) . Aggiungendo il fallimento della riforma del 3+2 (lauree triennali e magistrali), arrivata in Italia troppo tardi e senza relazione con gli sbocchi professionali, ne è scaturito un disastro sia per gli studenti, sia per la valorizzazione dei giovani ricercatori. Oggi le iscrizioni all’Università sono diminuite in quasi tutti gli Atenei e i giovani studiosi migrano all’estero.

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Naturalmente stiamo parlando del sistema universitario pubblico che oggi conta 67 Atenei. In questo contesto poco è stato fatto anche con i governi Letta e Renzi, mentre il governo Gentiloni, spento troppo presto, è riuscito solo ad incrementare i fondi per i progetti di ricerca di rilevanza nazionale (PRIN). Un errore della politica italiana (quasi atavico, perché risale agli anni del post-sessantotto) è stato quello di separare il concetto di diritto allo studio da quello di valorizzazione del merito. Liberalizzare nel 1969 gli accessi agli studi universitari indipendentemente dalla preparazione nella scuola superiore (licei, istituti tecnici e professionali, ecc…) è stata una riforma guidata da un principio legittimo (l’università aperta a tutti), ma non accompagnato da una riforma seria della scuola secondaria, né da una riforma degli studi universitari che considerasse interessi, capacità e meriti sia dei docenti che degli studenti. Un bluff, dunque, che, progressivamente negli anni, ha attivato ritardi nei tempi di laurea e ingolfamenti, obbligando molti corsi di laurea alla pratica del numero chiuso.

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Ora, mi sembra che lo stesso errore sia nell’animo di coloro – a sinistra – che propongono di abolire le tasse universitarie in nome del “diritto allo studio”. Le tasse, per legge, non devono superare il 20% del FFO  e mediamente coprono circa il 15% dei fondi degli Atenei. Anche se graduale nel tempo e commisurato al reddito, lo spostamento delle tasse universitarie in carico al Fondo di Finanziamento Ordinario previa ulteriore tassazione dei redditi (suppongo un incremento dell’IRPEF) avrebbe due conseguenze negative: la prima andrebbe in controtendenza rispetto al principio della riduzione delle tasse in regime di ripresa economica, il secondo impedirebbe allo stato – caricato del problema di reperire le risorse sostitutive delle tasse universitarie – di investire ulteriormente nell’università per renderla di pari dignità europea. E per investimenti io considero al primo posto la valorizzazione dei giovani ricercatori e l’avvio della loro carriera (un esempio: in Italia i docenti sono 56.000 contro i 185.000  in Inghilterra); poi l’efficienza amministrativa; il numero e la qualità delle strutture non sempre adeguate, soprattutto le residenze studentesche; quindi borse di studio per studenti e ricercatori; bonus per i trasporti e per alloggio e vitto agli studenti fuori sede.

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In altri termini, al di la del fatto che la mancata iscrizione all’università, per quanto ho potuto considerare in quaranta anni di servizio e responsabilità istituzionali, molto raramente dipende dal costo delle tasse, al di là del fatto che un aumento della fiscalità per sostenere le università potrebbe apparire ingiusto per chi non ne usufruisce, al di la del fatto che basterebbe un regolamento MIUR che fissasse le tasse attuali in relazione al reddito (oggi già lo sono in relazione all’ISEE, ma in regime di autonomia di ateneo), credo che lo stato dovrebbe investire nelle università molto di più del miliardo e settecento milioni calcolati come valore complessivo delle tasse universitarie attuali. Dunque, accanto a nuovi, forti investimenti statali, le tasse, ovvero le quote di iscrizione, dovranno restare, opportunamente rimodulate, anzi, incrementate proporzionalmente ai redditi familiari più alti. Se l’università, la competenza e la cultura sono valori, lo devono essere anche nella considerazione delle famiglie. Tutto il resto è demagogia elettorale.

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Senza amore

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Loveless, di Andrej Zvyagintsev (già autore di Leviathan, Il Ritorno, Elena…), più che un film è un teorema che vuole dimostrare come, senza la capacità di amare, ogni evento o cambiamento resti tragico. Vincitore del Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes, candidato al Golden Globe e all’Oscar, molto apprezzato dalla critica, è un film da vedere, ma che difficilmente può far piacere.

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Qualcuno lo ha definito un film spietato e crudo. In realtà è una lettura fredda e distaccata dell’animo umano quando non è capace di amare. Uno stato molto diffuso nella condizione contemporanea sia nell’ambito del disagio economico che in quello del benessere. In molto cinema cosiddetto “sociale” – ad esempio quello inglese di Ken Loach e Stephen Frears – la causa del malessere deriva dalla disoccupazione, condizione di sfruttamento, difficoltà economica o degrado ambientale. In questi casi la negatività dei protagonisti e la difficoltà negli affetti viene giustificata dalle ingiustizie sociali. Lo spettatore è appagato e, partecipando al destino di chi ha subito angherie e soprusi, si commuove e compiace.

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Ma nella Russia di oggi, colta nel transito verso il benessere, non c’è spazio per alcuna forma di giustificazione e tanto meno riscatto. Un matrimonio affrettato dalla nascita di un bambino disvela anaffettività verso il figlio e rancori di coppia spinti sino all’odio. Ma è un odio che sembra ereditato da una madre altrettanto disperata e senza affetti. La separazione della coppia è una liberazione che apre nuove relazioni praticate con la sola consolazione del sesso. E solo dal piacere del sesso nascono effimere dichiarazioni di amore. L’evento della scomparsa del figlio viene vissuto come conferma di un tragico errore. Persino l’umanità che si muove attorno alla coppia impegnata a ricercare il bambino scomparso sembra priva di sensibilità: la polizia interviene solo per gli aspetti formali e burocratici e i volontari, più che sentirsi coinvolti nella drammatica ricerca di un bimbo di 12 anni, sembrano impegnati in un gioco di ruolo.

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Così tutto finisce come è iniziato. Il bimbo, che nel pensiero dei genitori non esisteva prima, non esiste neppure dopo. Le nuove coppie che si sono formate dopo la separazione, concluso il ciclo iniziale dell’attrazione fisica, prive di capacità di amare, tornano inevitabilmente alla noia che anticipa l’insofferenza e prepara all’odio.

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Roma prigioniera di bellezza

(articolo pubblicato anche su L’Italia Che Verrà – litaliacheverra.it)

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C’è una tela molto bella del preraffaellita John Everett Millais che rappresenta la Ofelia amata da Amleto distesa nell’acqua di un ruscello. Prigioniera della sua bellezza, travolta da intrighi e follie, incapace di reagire, Ofelia si abbandona al suo destino lasciando che il corpo, le vesti e i fiori che porta con se si disperdano nel fluido. Guardo il dipinto: quella bellezza, quel gelido abbandono con gli occhi socchiusi e le braccia aperte mi fanno pensare alla città di Roma, perché anche Roma appare stremata dalla sua bellezza e immersa in una liquida prigione di splendore.

Ofelia 2Come Ofelia è prigioniera della sua vita, così Roma è prigioniera della sua storia. Le memorie di duemila anni di grandezza e declino, di trionfi e sconfitte si sono sedimentate e sovrapposte, ma tutte convivono, come commenta Sigmund Freud nel suo Disagio della civiltà, in modo tale che guardandola dall’alto del Palatino si possano osservare contemporaneamente presente e passato, quasi Roma fosse una entità psichica in cui nulla di ciò che un tempo ha acquisito esistenza è scomparso. Il deposito della storia è nell’inconscio di ogni romano, forse di ogni visitatore, non più interessato a decifrarlo né a capirne le ragioni , ma solo a goderlo. Roma che non cambia mai, rinchiusa in un eternità fuori dal tempo, percepita oggi tale e quale a quella del passato.

Eppure le sue glorie si sono trasformate in catene. Più o meno negli stessi anni in cui Millais dipingeva Ophelia, Baudelaire definiva il concetto di modernità come “il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’immutabile”. “Affinchè ogni modernità acquisti il diritto di diventare antichità” – scriveva – “occorre capirne la bellezza misteriosa che la vita umana vi immette”. Per il poeta francese è proprio la metropoli, sia con gli aspetti immateriali, e cioè la qualità della vita, sia con quelli materiali, ovvero le forme costruite , il luogo in cui la modernità, nel bene come nel male, si presenta con evidenza. Tutto questo a Roma non è concesso. A Ofelia 4Roma non è consentito il transitorio, il fuggitivo, il contingente, ma solo l’immutabile. Roma esiste a metà, perché le è negata la modernità. Anche per questo Roma è architettonicamente ed urbanisticamente irrisolta, e lo potrebbe restare a lungo  se non sarà liberata da un equivoco culturale che ha catturato non solo i suoi cittadini, ma anche gran parte della componente civica e intellettuale che dovrebbe curarne il destino: ogni sapere difende il proprio campo in una visione sempre analitica e parziale, mai sintetica ed olistica.

Ofelia 5Gli archeologi, ad esempio, sembrano ossessionati dallo scavo e dalla conservazione, quasi gelosi dei rinvenimenti. Talvolta si scava, si rileva, si fotografa e poi si richiude. Spesso contrari ad una diffusione popolare e di massa delle conoscenze archeologiche, esercitano un potere di veto rispetto ad ipotesi di modernizzazione urbana non sempre motivato e concorde: a volte rigido, altre volte elastico. Molti storici, insieme ad alcuni urbanisti, hanno occhi e conoscenze solo per la Roma “immutabile”. Difendono giustamente l’integrità del centro antico, dei monumenti e dei tessuti storici consolidati, ma, dietro l’alibi della tutela e dell’interesse pubblico, nascondono una visione conservatrice se non addirittura reazionaria della città. Vorrebbero estendere concettualmente all’intero complesso metropolitano la loro idea di Roma, tanto da demonizzare la costruzione di edifici alti per arrivare al paradosso di teorizzare una Roma solo orizzontale sino alle estreme propaggini delle periferie. Architetti ed artisti, per quanto orientati alla trasformazione urbana e alla ricerca espressiva, si scontrano sull’idea del bello, oscillando tra tradizione e innovazione e anteponendo autoreferenzialità ed individualismo ad una visione ampia e collettiva.

Ofelia 6E la politica, come si muove in questa confusione di visioni obiettivi e metodi? Quella peggiore si suddivide in due strade: una parte scende senza indugi a compromessi con i poteri tradizionalmente forti della industria edilizia romana; l’altra parte, con l’ossessione del consenso elettorale e l’alibi di evitare il malaffare, preferisce rinunciare a qualunque impegno, lasciando che Roma agonizzi nella sua ordinarietà. Ma anche la politica migliore fatica a costruire reali ipotesi di trasformazione urbana, frenata dai veti incrociati dei suoi intellettuali e dubbiosa rispetto alla possibilità di sanare la contrapposizione tra l’interesse economico dell’investitore privato e i diritti della collettività. Così, in realtà, si conserva lo stato di fatto, lasciando campo libero alla speculazione.

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Roma va liberata dalle catene che le impediscono di diventare una città moderna come le altre grandi capitali europee. Roma deve mantenere la sua grande bellezza, ma deve anche trovare una sua modernità. Occorre ripartire da tre fattori.

Il primo è una riflessione sulla stagione dei grandi cambiamenti compresi tra la metà degli anni Novanta e la metà degli anni Duemila. In circa dieci anni, furono avviati a Roma grandi concorsi che avrebbero portato alla realizzazione di moderne opere pubbliche, ma soprattutto in quegli anni è stato ristudiato il Piano Regolatore caratterizzandolo non solo con dati quantitativi (superfici, cubature, standard, ecc…) e vincoli (indici, aree di rispetto, destinazioni d’uso, ecc…) ma anche qualitativi: sono gli Ambiti di programmazione strategica che costituiscono situazioni territoriali considerate particolarmente importanti ai fini della riqualificazione dell’intero organismo urbano (Ambito del Tevere, del Parco Archeologico dei Fori – Appia Antica, delle Mura, del Flaminio, della Cintura ferroviaria, ecc…). Purtroppo non tutto è andato bene: il salvataggio di alcune aree di pregio ambientale compromesse dal vecchio PRG ha portato ad una compensazione di superfici edificabili verso l’esterno del Raccordo Anulare con problemi di emarginazione sociale e mobilità; mentre le aree strategiche sono state compromesse da interventi impropri e comunque frenate dalla sopravvenuta crisi economica. Alcune importanti opere pubbliche sono rimaste incompiute con danno economico e di immagine. Ma occorre ripartire da quegli anni, valorizzando le idee e correggendo gli errori.

In attesa di un intervento politico di ridisegno delle autonomie amministrative di Roma città metropolitana e dei relativi municipi (proposte Tocci, Morassut, ecc…) il secondo fattore da cui ripartire per la modernizzazione di Roma è la ridefinizione a livello nazionale del ruolo di Città Capitale. Per arrivare allo scopo, oltre ad una decisa azione parlamentare è necessario un patto d’azione pubblico-privato. E’ una illusione pensare di redimere la città combattendo la rendita. Piuttosto questa va circoscritta e regolata. Sulla base di leggi speciali andrebbe firmato un protocollo di intesa, con l’avallo della autorità politica centrale per intervenire su Roma Capitale regolando sia i finanziamenti nazionali sia le modalità del contributo e dell’azione del privato.

Il terzo fattore di modernità cui fare riferimento è l’attenzione al grande lavoro di analisi e progettazione che le università romane stanno conducendo sul campo. I dipartimenti di Analisi e Progetto (DIAP) e Civile Edile Ambientale (DICEA) della Sapienza, il Dipartimento di Architettura di Roma3 e molti corsi di laurea hanno pubblicato ricerche, saggi e interi volumi, redatto soluzioni urbanistiche ed architettoniche che, seppure nei limiti della libertà di ricerca propria di uno studio universitario, suggeriscono soluzioni innovative ma praticabili sia per la modernizzazione della città consolidata che per la soluzione dei problemi della immensa periferia romana. Oggi la maggior parte di questi lavori è chiusa negli archivi dei dipartimenti e osservata con diffidenza dalla attuale amministrazione.

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John Everett Millais, Ophelia (1851-52)

 

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