Senza amore

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Loveless, di Andrej Zvyagintsev (già autore di Leviathan, Il Ritorno, Elena…), più che un film è un teorema che vuole dimostrare come, senza la capacità di amare, ogni evento o cambiamento resti tragico. Vincitore del Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes, candidato al Golden Globe e all’Oscar, molto apprezzato dalla critica, è un film da vedere, ma che difficilmente può far piacere.

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Qualcuno lo ha definito un film spietato e crudo. In realtà è una lettura fredda e distaccata dell’animo umano quando non è capace di amare. Uno stato molto diffuso nella condizione contemporanea sia nell’ambito del disagio economico che in quello del benessere. In molto cinema cosiddetto “sociale” – ad esempio quello inglese di Ken Loach e Stephen Frears – la causa del malessere deriva dalla disoccupazione, condizione di sfruttamento, difficoltà economica o degrado ambientale. In questi casi la negatività dei protagonisti e la difficoltà negli affetti viene giustificata dalle ingiustizie sociali. Lo spettatore è appagato e, partecipando al destino di chi ha subito angherie e soprusi, si commuove e compiace.

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Ma nella Russia di oggi, colta nel transito verso il benessere, non c’è spazio per alcuna forma di giustificazione e tanto meno riscatto. Un matrimonio affrettato dalla nascita di un bambino disvela anaffettività verso il figlio e rancori di coppia spinti sino all’odio. Ma è un odio che sembra ereditato da una madre altrettanto disperata e senza affetti. La separazione della coppia è una liberazione che apre nuove relazioni praticate con la sola consolazione del sesso. E solo dal piacere del sesso nascono effimere dichiarazioni di amore. L’evento della scomparsa del figlio viene vissuto come conferma di un tragico errore. Persino l’umanità che si muove attorno alla coppia impegnata a ricercare il bambino scomparso sembra priva di sensibilità: la polizia interviene solo per gli aspetti formali e burocratici e i volontari, più che sentirsi coinvolti nella drammatica ricerca di un bimbo di 12 anni, sembrano impegnati in un gioco di ruolo.

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Così tutto finisce come è iniziato. Il bimbo, che nel pensiero dei genitori non esisteva prima, non esiste neppure dopo. Le nuove coppie che si sono formate dopo la separazione, concluso il ciclo iniziale dell’attrazione fisica, prive di capacità di amare, tornano inevitabilmente alla noia che anticipa l’insofferenza e prepara all’odio.

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Roma prigioniera di bellezza

(articolo pubblicato anche su L’Italia Che Verrà – litaliacheverra.it)

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C’è una tela molto bella del preraffaellita John Everett Millais che rappresenta la Ofelia amata da Amleto distesa nell’acqua di un ruscello. Prigioniera della sua bellezza, travolta da intrighi e follie, incapace di reagire, Ofelia si abbandona al suo destino lasciando che il corpo, le vesti e i fiori che porta con se si disperdano nel fluido. Guardo il dipinto: quella bellezza, quel gelido abbandono con gli occhi socchiusi e le braccia aperte mi fanno pensare alla città di Roma, perché anche Roma appare stremata dalla sua bellezza e immersa in una liquida prigione di splendore.

Ofelia 2Come Ofelia è prigioniera della sua vita, così Roma è prigioniera della sua storia. Le memorie di duemila anni di grandezza e declino, di trionfi e sconfitte si sono sedimentate e sovrapposte, ma tutte convivono, come commenta Sigmund Freud nel suo Disagio della civiltà, in modo tale che guardandola dall’alto del Palatino si possano osservare contemporaneamente presente e passato, quasi Roma fosse una entità psichica in cui nulla di ciò che un tempo ha acquisito esistenza è scomparso. Il deposito della storia è nell’inconscio di ogni romano, forse di ogni visitatore, non più interessato a decifrarlo né a capirne le ragioni , ma solo a goderlo. Roma che non cambia mai, rinchiusa in un eternità fuori dal tempo, percepita oggi tale e quale a quella del passato.

Eppure le sue glorie si sono trasformate in catene. Più o meno negli stessi anni in cui Millais dipingeva Ophelia, Baudelaire definiva il concetto di modernità come “il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’immutabile”. “Affinchè ogni modernità acquisti il diritto di diventare antichità” – scriveva – “occorre capirne la bellezza misteriosa che la vita umana vi immette”. Per il poeta francese è proprio la metropoli, sia con gli aspetti immateriali, e cioè la qualità della vita, sia con quelli materiali, ovvero le forme costruite , il luogo in cui la modernità, nel bene come nel male, si presenta con evidenza. Tutto questo a Roma non è concesso. A Ofelia 4Roma non è consentito il transitorio, il fuggitivo, il contingente, ma solo l’immutabile. Roma esiste a metà, perché le è negata la modernità. Anche per questo Roma è architettonicamente ed urbanisticamente irrisolta, e lo potrebbe restare a lungo  se non sarà liberata da un equivoco culturale che ha catturato non solo i suoi cittadini, ma anche gran parte della componente civica e intellettuale che dovrebbe curarne il destino: ogni sapere difende il proprio campo in una visione sempre analitica e parziale, mai sintetica ed olistica.

Ofelia 5Gli archeologi, ad esempio, sembrano ossessionati dallo scavo e dalla conservazione, quasi gelosi dei rinvenimenti. Talvolta si scava, si rileva, si fotografa e poi si richiude. Spesso contrari ad una diffusione popolare e di massa delle conoscenze archeologiche, esercitano un potere di veto rispetto ad ipotesi di modernizzazione urbana non sempre motivato e concorde: a volte rigido, altre volte elastico. Molti storici, insieme ad alcuni urbanisti, hanno occhi e conoscenze solo per la Roma “immutabile”. Difendono giustamente l’integrità del centro antico, dei monumenti e dei tessuti storici consolidati, ma, dietro l’alibi della tutela e dell’interesse pubblico, nascondono una visione conservatrice se non addirittura reazionaria della città. Vorrebbero estendere concettualmente all’intero complesso metropolitano la loro idea di Roma, tanto da demonizzare la costruzione di edifici alti per arrivare al paradosso di teorizzare una Roma solo orizzontale sino alle estreme propaggini delle periferie. Architetti ed artisti, per quanto orientati alla trasformazione urbana e alla ricerca espressiva, si scontrano sull’idea del bello, oscillando tra tradizione e innovazione e anteponendo autoreferenzialità ed individualismo ad una visione ampia e collettiva.

Ofelia 6E la politica, come si muove in questa confusione di visioni obiettivi e metodi? Quella peggiore si suddivide in due strade: una parte scende senza indugi a compromessi con i poteri tradizionalmente forti della industria edilizia romana; l’altra parte, con l’ossessione del consenso elettorale e l’alibi di evitare il malaffare, preferisce rinunciare a qualunque impegno, lasciando che Roma agonizzi nella sua ordinarietà. Ma anche la politica migliore fatica a costruire reali ipotesi di trasformazione urbana, frenata dai veti incrociati dei suoi intellettuali e dubbiosa rispetto alla possibilità di sanare la contrapposizione tra l’interesse economico dell’investitore privato e i diritti della collettività. Così, in realtà, si conserva lo stato di fatto, lasciando campo libero alla speculazione.

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Roma va liberata dalle catene che le impediscono di diventare una città moderna come le altre grandi capitali europee. Roma deve mantenere la sua grande bellezza, ma deve anche trovare una sua modernità. Occorre ripartire da tre fattori.

Il primo è una riflessione sulla stagione dei grandi cambiamenti compresi tra la metà degli anni Novanta e la metà degli anni Duemila. In circa dieci anni, furono avviati a Roma grandi concorsi che avrebbero portato alla realizzazione di moderne opere pubbliche, ma soprattutto in quegli anni è stato ristudiato il Piano Regolatore caratterizzandolo non solo con dati quantitativi (superfici, cubature, standard, ecc…) e vincoli (indici, aree di rispetto, destinazioni d’uso, ecc…) ma anche qualitativi: sono gli Ambiti di programmazione strategica che costituiscono situazioni territoriali considerate particolarmente importanti ai fini della riqualificazione dell’intero organismo urbano (Ambito del Tevere, del Parco Archeologico dei Fori – Appia Antica, delle Mura, del Flaminio, della Cintura ferroviaria, ecc…). Purtroppo non tutto è andato bene: il salvataggio di alcune aree di pregio ambientale compromesse dal vecchio PRG ha portato ad una compensazione di superfici edificabili verso l’esterno del Raccordo Anulare con problemi di emarginazione sociale e mobilità; mentre le aree strategiche sono state compromesse da interventi impropri e comunque frenate dalla sopravvenuta crisi economica. Alcune importanti opere pubbliche sono rimaste incompiute con danno economico e di immagine. Ma occorre ripartire da quegli anni, valorizzando le idee e correggendo gli errori.

In attesa di un intervento politico di ridisegno delle autonomie amministrative di Roma città metropolitana e dei relativi municipi (proposte Tocci, Morassut, ecc…) il secondo fattore da cui ripartire per la modernizzazione di Roma è la ridefinizione a livello nazionale del ruolo di Città Capitale. Per arrivare allo scopo, oltre ad una decisa azione parlamentare è necessario un patto d’azione pubblico-privato. E’ una illusione pensare di redimere la città combattendo la rendita. Piuttosto questa va circoscritta e regolata. Sulla base di leggi speciali andrebbe firmato un protocollo di intesa, con l’avallo della autorità politica centrale per intervenire su Roma Capitale regolando sia i finanziamenti nazionali sia le modalità del contributo e dell’azione del privato.

Il terzo fattore di modernità cui fare riferimento è l’attenzione al grande lavoro di analisi e progettazione che le università romane stanno conducendo sul campo. I dipartimenti di Analisi e Progetto (DIAP) e Civile Edile Ambientale (DICEA) della Sapienza, il Dipartimento di Architettura di Roma3 e molti corsi di laurea hanno pubblicato ricerche, saggi e interi volumi, redatto soluzioni urbanistiche ed architettoniche che, seppure nei limiti della libertà di ricerca propria di uno studio universitario, suggeriscono soluzioni innovative ma praticabili sia per la modernizzazione della città consolidata che per la soluzione dei problemi della immensa periferia romana. Oggi la maggior parte di questi lavori è chiusa negli archivi dei dipartimenti e osservata con diffidenza dalla attuale amministrazione.

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John Everett Millais, Ophelia (1851-52)

 

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Un mecenate contemporaneo

Riporto uno scritto di Bruno Darò che racconta l’incontro che abbiamo avuto con Ovidio Jacorossi all’interno della galleria MUSIA, da poco aperta a Roma

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foto OKNOstudio

Ieri sera eravamo nella nuova Galleria che Jacorossi ha inaugurato qualche giorno fa in via dei Chiavari nell’area della movida romana, vicino al passetto del Biscione sopra i resti del Teatro di Pompeo. Stavamo aspettando gli amici, tra cui Giorgio Braschi che era nel team di architetti guidati da Carlo Jacoponi, che si sono occupati del recupero, per provare il ristorante e Ben Hirst, lo chef inglese. Stavamo guardando il bel quadro di Armando Spadini, quando è entrato proprio LUI: Ovidio, si è avvicinato al nostro gruppo e si è presentato: – Buonasera sono Ovidio Jacorossi – . Ha iniziato parlando della sua iniziativa e dell’idea di allargare alle periferie il progetto installando moduli prefabbricati (container?) per contribuire alla rinascita della città. Chissà se gli abitanti di Tor Bellamonaca vorranno interagire con De Chirico? Poi il discorso è scivolato sui ricordi personali e la mitologia di famiglia, ha raccontato come loro sono ancora radicati nel quartiere,come suo padre arrivato negli anni 20 dall’Abruzzo con quella determinazione della gente di quella regione avesse iniziato l’attività di “carbonaro” nei locali situati un po’ più avanti dall’altra parte della strada dove ora è un garage gestito da ultrà giallorossi.

Ovidio-Jacorossi-photo-R.-De-AntonisIl commercio dei combustibili dal carbone al petrolio si è sviluppato e l’azienda e divenuta una realtà importante nell’area romana anche per il contributo fondamentale della madre, una donna concreta con un forte senso della realtà. Il papà, divenuto benestante, per la sua bontà divenne il mecenate delle famiglie povere del quartiere. Quando il papà morì la mamma, rimasta sola a crescere i figli, si è rimboccata le maniche e li ha fatti studiare, ma a un certo punto quando Ovidio ha espresso il desiderio di frequentare l’università gli ha detto che prima doveva lavorare nell’azienda di famiglia per dare il suo contributo. E cosi è stato: Ovidio ha lavorato sviluppando la ditta, ma ha anche studiato arrivando a laurearsi come aveva promesso al suo papà. Negli anni settanta una banda di balordi ha rapito il fratello ed è stato proprio Ovidio che ha condotto la trattativa senza cedimenti.

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Ovidio si è avvicinato e appassionato all’arte frequentando un compagno di liceo poi divenuto critico e ha sempre cercato la qualità accanto all’aspetto commerciale. Ha gestito infatti il ristorante del Palazzo delle Esposizioni dopo il restauro di Costantino Dardi negli anni 80, dove esponeva una parte della sua vasta collezione di “modernariato” e design. Ci ha anche parlato della parsimonia di suo fratello minore giustificandola con la considerazione che in effetti era un dipendente e non un socio e della sua attenzione quasi maniacale ai dettagli raccontandoci le sue osservazioni e critiche alle preparazioni della cucina.

Quando si è presentata l’occasione di acquistare i locali fatiscenti, che erano un deposito di articoli casalinghi, ha immaginato il progetto della galleria e del ristorante che dopo mille peripezie è riuscito a portare a termine nel migliore dei modi. 

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Poi nel cortile, forse progettato da Baldassarre Peruzzi dove al primo piano affaccia la cappella sconsacrata dove vive la vecchia pittrice malata, ci ha mostrato l’ultimo acquisto: la statua della Madonna di Loreto che serviva per arredare lo spazio perchè è alta un metro e settanta e forse viene anche il Papa a vederla. E poi ….siamo andati a cena.

Dal 1° dicembre 2017 al 28 febbraio 2018 – Galleria 7.
Dal Simbolismo all’Astrazione. Il primo Novecento a Roma, collezione Jacorossi | Mostra a cura di Enrico Crispolti in collaborazione con Giulia Tulino

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Cinquanta opere della Collezione Jacorossi articolate entro il quadro di una rigorosa ricostruzione storica delle vicende delle arti plastiche a Roma nella prima metà del Novecento. Opere significative di tra cui spiccano De Carolis, Balla, Martini, a Cagli, Leoncillo, Colla, Afro.

 

Sale Pompeo-site-specific, Il Teatro di Pompeo, installazione di Studio Azzurro video concepito appositamente per MUSIA.

Situato sui resti dell’omonimo Teatro romano e ideato per ospitare opere  presenta la nuova grande video installazione di Studio Azzurro dal titolo Il Teatro di Pompeo: un dramma (durata 18 minuti) per 4 stanze e 8 schermi

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Galleria 9: la rassegna sui gioielli d’artista

La Galleria con ingresso da via dei Chiavari 9 proporrà l’esposizione e la vendita di opere d’arte, fotografia e grafica, oggetti di design ed arti applicate.

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MUSIA, Via dei Chiavari 7/9, Roma
www.musia.it  | T.  06 507735  |  info@musia.it
Orari: da martedì a sabato ore 12-23, domenica ore 10-16 | lunedì chiuso | Ingresso: libero

 

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Good Luck, Nuvola!

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Finalmente il Centro Congressi La Nuvola ha iniziato la sua attività con la manifestazione Più libri più liberi, fiera nazionale della piccola e media editoria. Ora si può giudicare l’opera di Massimiliano Fuksas non solo dal punto di vista della sua immagine e del suo esito costruttivo, ma anche per la corrispondenza spaziale, funzionale e costruttiva alle esigenze di un grande centro congressuale e fieristico internazionale. Il giorno dell’inaugurazione della fiera ero tra i visitatori e, a prescindere da alcune questioni organizzative che non riguardano l’opera in se, ne ho tratto alcune considerazioni.

L’opera, a un anno dalla presunta fine lavori, è ancora incompleta, causa il problema della “invasione” del marciapiede di viale Europa che la costeggia sul fianco (errore di spiccato dovuto probabilmente ad alcune varianti in corso d’opera), dove si alza l’Hotel La Lama, non solo incompleto, ma invenduto e a rischio degrado. E’ ancora intercluso l’accesso da viale Cristoforo Colombo, da dove si dovrebbe accedere alle parti pubbliche esterne e sono presenti impianti e attrezzature di cantiere, per colpa dei contenziosi ancora in atto tra proprietà e appaltatori. Inoltre il protrarsi dei tempi di costruzione ha creato una situazione di prematuro invecchiamento delle sistemazioni esterne, soprattutto pavimentazioni e finiture di parti funzionali e tecniche collaterali, completate con poca manutenzione.

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Veniamo all’interno. L’ingresso doveva essere uno dei colpi più riusciti dell’idea architettonica di Fuksas: è posto sul fronte principale della gigantesca teca dalla quale traspare la celebre “nuvola”. Vi si accede scendendo lungo una monumentale scalinata. Peccato però che – almeno nella manifestazione che l’ha inaugurata – il visitatore debba accedere lateralmente lungo la scalinata infilandosi nella parte interrata, ricavata all’esterno della grande teca e sotto l’hotel La Lama. Entrato si trova alle biglietterie e lungo un percorso rettilineo nel quale trovano posto guardaroba, punti informazione, bar e servizi igienici e, procedendo in avanti, su due livelli, le sale minori ad uso dei convegni e degli incontri: un sistema distributivo rigido, una mall priva di spazialità.

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L’intero fianco della mall che separa dal vero e proprio spazio espositivo contenuto nella gigantesca teca sormontato dalla “nuvola” è costituito da un sistema continuo di porte tagliafuoco chiuse. La cosa grottesca di questo agitato primo giorno di apertura è stata vedere decine e decine di persone chiedere dove fosse la “nuvola” ed altrettante tentare la sorte aprendo ora l’una ora l’altra delle porte tagliafuoco, trovandosi di volta in volta davanti a magazzini chiusi o a servizi tecnici sbarrati.

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E quando qualcuno più fortunato trovava il varco giusto e riusciva ad entrare, veniva seguito immediatamente – come un flusso di formiche – da un nugolo di visitatori. Ora io capisco che le porte tagliafuoco debbano restare chiuse, capisco meno la mancanza di indicazioni e soprattutto non riesco a pensare che sia questa la strategia di ingresso progettata da Fuksas.

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Finalmente, dentro la “teca”, le sensazioni diventano positive. L’effetto spaziale è notevole e colpisce i visitatori. Il senso di dispersione che si provava alle prime visite con gli spazi vuoti, ora è cancellato dalla fitta presenza degli stand espositivi (di libri, peraltro!). E finalmente si può apprezzare la grandiosa hall vetrata dietro la quale compaiono i pini ed il cielo di Roma, sopra la quale incombe l’ameba bianca con le sue nervature, che a me – forse perché eccezionalmente illuminata di rosso – più che una nuvola sembrava una “razza”. Ritengo l’apparente “spreco” di superfici e cubature legittimo nel configurare uno spazio congressuale e fieristico di rilevanza internazionale.

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L’accesso ai livelli superiori, quelli entro la “nuvola”, in questa occasione era fortemente filtrato. L’auditorium era chiuso perché non utilizzato per la fiera. Gli spazi del foyer (a più livelli) erano in parte utilizzati per un temporaneo spazio conferenze e in parte chiusi al pubblico, quindi non sono in grado di valutarne la dimensione e l’uso in rapporto all’auditorium; a fronte dell’effetto spettacolare di trovarsi immersi nella gabbia luminescente, mi sono sembrati eccessivi e al momento non attrezzati. Infine una ultima considerazione. L’impatto con una prima manifestazione fieristica ha lasciato aperti alcuni problemi di organizzazione e gestione. Ma il battesimo c’è stato, ora speriamo che si chiudano al più presto i contenziosi di appalto e che si possa procedere ai necessari interventi di manutenzione e finitura. Poi speriamo in una gestione onesta e competente. Ma finalmente anche Roma ha un Centro Congressi di dimensioni e qualità internazionali. In questi anni di grigia decrescita (in)felice è una consolazione. Buona fortuna Nuvola!

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(copyright fotografie Umberto Cao)
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Sesso in un vicolo cieco (Apple Tree Yard)

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Quattro donne, l’autrice del libro originale Louise Doughty, la sceneggiatrice Amanda Coe, la regista del film Jessica Hobbs e l’attrice protagonista Emily Watson, raccontano una storia che tocca aspetti profondi della dimensione privata e della sessualità della donna in età matura. E’ una miniserie in 4 puntate – ma sarebbe meglio chiamarlo film – prodotta dalla BBC e uscita da poco in Italia su La Effe e Sky.

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Yvonne, cinquant’anni e sta per diventare nonna, ha un lavoro nella ricerca scientifica importante ma stressante, un marito apprezzato, affetti familiari turbati da un figlio difficile, complessivamente una cornice ambientale di benessere e cultura, ma anche di routine e problemi quotidiani, nella Londra di oggi. Questa è la sua vita quando si trova a vivere due esperienze estreme ed opposte di sesso: da una parte l’incontro casuale con uno sconosciuto che si trasforma in passione, dall’altra lo stupro subìto ad opera di un collega di lavoro. Yvonne è chiusa “in un vicolo cieco” – questo è anche il sottotitolo della versione italiana – nel quale si dibatte senza trovare via d’uscita né per dare spazio ad una relazione clandestina che l’appaga, né per denunciare l’orribile violenza che ha subito.

 

Tralasciando ovviamente di completare il racconto ed il suo esito finale, mi interessa sottolineare la capacità del film (probabilmente anche del libro, che non ho letto) di rappresentare i personaggi e i loro comportamenti senza moralismi né giudizi. Il tradimento coniugale, il sesso vissuto senza freni né limiti, il sesso subìto in modo vigliacco e devastante, la fragilità che ritrova forza in un nuovo rapporto, la paura di perdere dignità e affetti consolidati, ma anche il coraggio della bugia che protegge la trasgressione, sono tutte contraddizioni che affannano il nostro quotidiano e che, magari in parte e in modo meno estremo, tutti potremmo avere vissuto.

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SOSTANZA E IMMAGINE (a proposito della Tianjin Binhai Library, di MVRDV)

La Biblioteca progettata e realizzata recentemente a Tianjin, in Cina, da MVRDV ha sollevato discussioni (anche sui social media) tra gli architetti, non tanto per i suoi caratteri spaziali e formali, caratterizzati da un grande atrio circondato da un sistema seriale di ripiani che convergono verso l’alto, quanto per il dispositivo che sostituisce ai veri libri la loro immagine simulata. Infatti lungo i ripiani più alti, non raggiungibili da scale perché fortemente aggettanti l’uno sull’altro, appaiono sequenze di dorsi di libro stampate su lastre di alluminio traforate.

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A tal proposito, sul loro sito, i progettisti, dopo avere spiegato di avere avuto a disposizione solo tre anni per progettare e realizzare l’imponente opera, spiegano che il rispetto dei tempi di costruzione ha imposto di rinunciare ad una parte essenziale del progetto: l’accesso agli scaffali alti dal retro, ovvero dalle stanze dei piani superiori poste dietro l’atrio. Questa rinuncia, aggiungono gli MVRDV, fu presa dai partner locali contro il loro parere. I progettisti si augurano che la funzionalità completa della biblioteca possa essere realizzata in futuro, ma fino ad allora resteranno le immagini stampate a rappresentare i libri inaccessibili sugli scaffali superiori.

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Una prima, facile considerazione in proposito potrebbe richiamare come riferimento l’iconica Biblioteca di Boullée, dove l’intero basamento della gigantesca volta a botte è ricoperto di libri. Ma il paradossale esito dell’atrio della Biblioteca di Tianjin e la discussione che ne è scaturita pongono un quesito più ampio, che coinvolge molta architettura contemporanea e che mi consente una divagazione. Quando l’edificio tende a non esprimere solo la sua spazialità e funzionalità ma vi sovrappone un’immagine, questa possiamo considerarla una maschera? E se la rappresentazione dell’architettura è una maschera, questa maschera esprime la sostanza, il contenuto, l’istituzione, o è una connotazione estranea, liberatoria, persino conflittuale? Il mascheramento è come una pelle con una sua autonomia espressiva, oppure deve essere come la veste che modella il corpo di una statua greca: rivelarne la bellezza nascondendola?

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Il comprensibile è solo una parte della sostanza, della segreta attività dell’architetto e di tutti coloro che quell’opera hanno realizzato. Pensiamo alla sofferta espressività di Terragni nel Progetto di concorso per il Palazzo Littorio a Roma nel 1934, quando per accordare la complessità del dato funzionale contenuto nelle volumetrie ai due temi centrali dell’impegno progettuale, il rapporto con la Basilica di Massenzio e i Fori Imperiali da una parte, la celebrazione dell’istituzione politica dall’altra, sdoppia una parete dell’edificio, la sposta avanti, la sospende da terra, la appende a due travi metalliche, la incurva verso il Colosseo, ne fa un muro–sipario pronto per la rappresentazione. Ma quale rappresentazione? Da una parte la celebrazione della dittatura attraverso il podio per il Duce che si affaccia dalla fenditura scavata in alto lungo l’asse centrale del muro; dall’altra la esaltazione della invenzione del muro sospeso attraverso il tracciamento delle linee isostatiche che descrivono lo scorrere delle tensioni. Da semplice sipario il muro diventa maschera tatuata, trasmette il significato celebrativo, ma non rinuncia a dichiarare l’aspetto costruttivo del muro, esprimendo tutta la contraddizione e l’ambiguità della soluzione architettonica.

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In passato, dalla classicità antica attraverso il Gotico sino al Rinascimento, il contenuto funzionale e simbolico dell’architettura si era sempre legato alla struttura come spazio e come arte del costruire. Insieme costituivano l’essenza incontaminata ed incorruttibile della rappresentazione architettonica. Ma già alla fine del XVIII secolo, con l’Illuminismo, questa rappresentazione si distacca dalle sue ragioni materiali e costruttive: il Cenotafio di Newton di Boullee costituisce paradigma di questa sfida che incrina le certezze e l’indissolubilità della triade vitruviana. Quale è la struttura, quale la concretezza costruttiva di un progetto che resta pura immagine sospesa nella sua dimensione ultraterrena, ma fortemente rappresentativa di una istituzione umana?

E così, a seguire, tutta l’architettura “parlante” di Ledoux, dal Ponte di barche alla Casa del Direttore della sorgente alla Casa di piacere, mette in primo piano “l’apparenza” dell’architettura e il suo bisogno di comunicare il carattere istituzionale o simbolico più che funzionale. La forma dell’architettura in questo caso non descrive uno spazio, ma trasmette un messaggio, non rappresenta una funzione, ma ne sintetizza il significato in una metafora, non diversamente dal Chicago Tribune di Loos o il Chiat Day Office Building di Gehry.

Nella metà dell’Ottocento Gottfried Semper con il concetto di membrana e rivestimento e Karl Bötticher con quello di Kernform (forma nucleo) e Kunstform (forma artistica) avevano ulteriormente teorizzato l’inevitabile distinzione tra l’apparato spaziale, costruttivo e tipologico dell’architettura e la sua rappresentazione formale. Schinkel progetta la sua Chiesa sulla Friedrichswerder a Berlino proponendo come maschera interna una doppia soluzione: l’apparato gotico oppure quello classico romano, non diversamente da come Terragni per il Novocomum e Vaccaro per il Palazzo delle Poste, per tranquillizzare i committenti nel clima accademico del tempo, avrebbero camuffato i loro progetti con prospetti tradizionali, interpretando con stilemi diversi lo stesso apparato funzionale e compositivo.

Il Movimento moderno costituisce una inversione di tendenza rispetto al passato e il procedimento dell’astrazione lo conferma, perché, riducendo enfasi e retorica esalta i contenuti. Anche il conflitto tra organico e razionale, e le estreme connotazioni espressive che ne sono derivate, analizzate da Adolf Behne nel suo Der moderne Zweckbau come una questione ideologica e di linguaggio più che come diversa interpretazione dello spazio, rimane neutrale rispetto al comune convincimento funzionalista che ripristina lo stretto rapporto di dipendenza tra struttura e involucro.

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L’autonomia tra immagine e funzione, anticipata dagli architetti visionari del Settecento, negata dal Movimento moderno, torna a risuonare quando la rivoluzione informatica scopre una dimensione virtuale e una conseguente nuova visibilità che trascende i contenuti materiali. Come un fluido incontrollabile, il “virtuale” dalla sua dimensione tecnologica è scivolato nelle dimensioni quotidiane del reale, investendo l’architettura e la città, e trasformando il suo “corpo tettonico” in “corpo immateriale”, ovvero in pura immagine. Dunque se una biblioteca si identifica con il libro, trovando in una sineddoche la forza della sua rappresentazione istituzionale, che importa se i libri sono finti o veri? (*)

(*) Sul tema di questo scritto vanno ricordati il saggio di Manfredo Tafuri, Il soggetto e la maschera, scritto come introduzione ad un libro su Terragni di Eisenman nel 1978 e pubblicato sul n.20 di “Lotus International”, Electa, Milano 1978; e il libro curato da Umberto Cao e Stefano Catucci, Spazi e maschere, Meltemi editore, Roma 2001
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Gli ultimi quattro anni

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Era il 22 febbraio 2014 quando risuonava la campanella passata dalle mani dell’accigliato Letta a quelle di un euforico Renzi. Fra tre mesi saranno 4 anni e saremo molto vicini alle elezioni politiche. Sono cambiate molte cose. A livello internazionale Trump ha cancellato Obama, La Corea del Nord minaccia guerre, l’Isis è stato militarmente sconfitto ma il terrorismo è rimasto come guerra strisciante e cronica, la Brexit ha colpito l’Europa, i populismi e le destre sembrano prendere ovunque il sopravvento… A livello nazionale il Partito Democratico ha perso pezzi, il centrosinistra ha perso consensi, i Cinque Stelle e le destre sono elettoralmente cresciuti occupando comuni e regioni, è tornato in campo Berlusconi, la crisi sembra finita mentre cresce il PIL… travaglioVSferrara.mp4-2014-07-19-08h34m57s210-kRKD--640x360@Corriere-Web-SezioniAi commentatori ed opinionisti politici spetta il compito di valutare – anche da punti di vista diversi – quanto di buono o di sbagliato sia stato fatto dai due governi di questi anni, ma è innegabile che oggi il nostro paese è attraversato da una crisi della politica che poggia su due gravi sintomi tra loro interconnessi: da una parte la devianza del dibattito politico spostato dal campo degli obiettivi e delle proposte a quello della demolizione sistematica dell’avversario, e dall’altra la diminuzione progressiva del numero dei votanti alle elezioni. Basta seguire i giornali e i talk show o le pagine elettroniche di un qualunque social media per trovare pochissime idee concrete ed economicamente sostenibili a fronte di una quantità inverosimile di attacchi all’avversario, di ingiurie e di fake news; e nelle stesse pagine, dibattiti o interviste è possibile capire come oggi l’astensione dal voto coinvolga anche fasce di elettori acculturate, molte delle quali tradizionalmente orientate a sinistra.

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Vorrei provare a rimettere in fila alcuni passaggi fondamentali della recente vicenda politica nazionale cercando di non dare giudizi, ma con l’unica finalità di capire le relazioni di causa/effetto che hanno portato a questa crisi. Non si erano ancora spenti gli echi del successo elettorale dei Cinque Stelle alle elezioni del 2013, quando, poco più di un anno dopo, alle elezioni europee, Renzi con il suo PD superò il 40% dei consensi.Guerini, abbiamo vinto noi, risultato straordinario Un successo collegato ad una figura emergente che aveva saputo rinnovare i quadri dirigenti del partito. Ma fu una “vittoria di Pirro”, dovuta alla innegabile presunzione di Renzi, perché proprio da quella vittoria è iniziata la sua caduta. Mentre infatti il suo governo di centrosinistra operava su molti piani e con una certa tempestività sul lavoro, sulla scuola, sui redditi bassi, sui diritti civili, sulla giustizia, ecc… per cercare di riallineare l’Italia al resto d’Europa, il Presidente del Consiglio Renzi si concentrava su due riforme ritenute fondamentali: la riforma elettorale, necessaria per sostituire il “Porcellum” e garantire governabilità, e la riforma costituzionale, opportuna per rendere più agile e funzionale il Parlamento. 204208327-1a6e4e42-4489-408a-853c-a0140be2f3a3E qui Renzi commise due gravi errori. Il primo sulla legge elettorale: puntò sulla fragile alleanza con Forza Italia e, invece di aprire un più ampio dibattito parlamentare, subì la marcia indietro di Berlusconi, facendo approvare con la fiducia una legge che poi sarebbe stata dichiarata incostituzionale. Il secondo errore, colossale, sulle riforme costituzionali: invece di portare avanti separatamente i cinque punti della riforma (cfr: https://umbertocao.com/2016/10/14/ce-chi-dice-si/ ) evitando di “politicizzare” questioni che, sebbene osteggiate da alcuni costituzionalisti, non erano malviste C_2_articolo_3042955_upiImageppdalla maggioranza delle forze politiche, ha trasformato il referendum costituzionale in un referendum sulla propria persona. Per di più proprio in quei mesi si acuiva il conflitto con la “vecchia guardia” del partito sempre più emarginata da decisioni e responsabilità. Come si dice, “andarono tutti a nozze” e Renzi fece il “botto”, perché la minoranza del suo partito, già in agitazione per alcuni provvedimenti di legge sul lavoro, prese una posizione durissima proprio contro il referendum saldandosi con le opposizioni delle destre e dei Cinque Stelle. Tutti contro Renzi, dunque, e Renzi cadde insieme al 60% dei no al referendum. Da allora il conflitto politico assunse toni oltremodo aspri.

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Il nuovo governo Gentiloni – sostanzialmente la prosecuzione del governo Renzi – è nato mentre dal PD usciva un folto gruppo di parlamentari, e si è trovato in una tempesta politica gestita dalle opposizioni di ogni colore che, sull’onda della vittoria al referendum, continuavano ad accanirsi contro il Partito Democratico. Fallimenti e salvataggi delle Banche, scandalo Consip, problema delle immigrazioni visto da destra (“basta con gli immigrati”) e da sinistra (“basta con i respingimenti”), nuova legge elettorale approvata in extremis, ius soli e fine vita, jobs act da cancellare, destra razzista in piazza, alleanze fallite, tutto apre conflitti e rischi per un governo che sembrava avere un diffuso consenso. Tutto questo sarebbe un legittimo scontro democratico se le ragioni del contendere fossero idee e proposte.internet-e-bufale-827342 Invece prevale l’attacco all’avversario con la ricerca di occasioni per trascinarlo nel fango. I leader vengono sbeffeggiati per la loro ignoranza o saccenteria, per la timidezza o l’arroganza, per l’età o la bellezza (se donne), per ogni presunto legame con il malaffare, sui giornali di parte, nelle vignette o performance di comici televisivi, sui social media, nelle fake news. Si critica il tifo estremo negli stadi, ma il “tifo” spostato nella politica è molto peggio e allontana ulteriormente l’interesse per la cabina elettorale.

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Una grossa responsabilità va addebitata alla antipolitica e allo slogan “i politici sono tutti ladri”. Tutto cominciò con il “vaffa” di Beppe Grillo, ma allora c’era ancora un po’ di ironia, oggi è tutto tremendamente serio.

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