DISTOPIA DELLA REALTÀ Blade Runner tra 2018 e 2049

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La storia raccontata nel primo Blade Ranner è ambientata nel 2018 e quella del sequel, Blade Runner 2049, è ambientata, appunto, trenta anni dopo. E’ poco meno della distanza temporale che intercorre tra l’uscita del primo film (1982) e quella del secondo (ottobre 2017). Così la rappresentazione di un mondo corrotto dall’inquinamento, dall’affollamento e dalla violenza, che fece del film di Ridley Scott non solo un capolavoro cinematografico, ma anche un geniale presagio degli imminenti mali del pianeta, ritorna insieme ad un Harrison Ford correttamente invecchiato. Ma questi decenni di distanza consentono anche di rappresentare la metropoli futura ancora più cruda e devastata di quella di trenta anni prima, con un realismo che solo le tecnologie visuali di oggi riescono a portare sullo schermo.

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Questo forse è l’aspetto più coinvolgente di un film nel quale la scenografia risponde alla rappresentazione di un mondo che è solo metropoli e nel quale la natura non esiste più. C’è la metropoli-mondo del potere rinchiusa in grattacieli-fortezza, controllati da telecamere che scrutano sino all’intimo le persone; la metropoli-mondo delle immense periferie affollate da una disperata umanità multietnica che percorre strade intasate; la metropoli-mondo di un paesaggio interamente coperto da gigantesche zolle di cemento per produrre alimenti artificiali; la metropoli-mondo dello scarto, nella quale si accumulano i detriti delle città e delle tecnologie del passato; e infine l’extra-mondo nel quale restano intatti gli spazi e i ricordi del passato e dove vivono rinchiusi coloro che alle nuove regole hanno opposto rifiuto.

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Un’altra chiave di lettura del film è quella del rapporto tra vero e falso, reale e irreale, umano e disumano, termini che nell’arco della narrazione si confermano e smentiscono continuamente. Il potere, che coincide ormai con il potere finanziario, si costruisce i suoi schiavi, androidi organici, perfetti in tutto, ma senza memoria sogni e sentimenti, se non quelli indotti artificialmente in quanto utili al sistema.

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Il racconto – che non deve essere svelato per un film appena uscito – si arricchisce di trovate spettacolari che si rifanno a dispositivi tecnologici già esistenti (assistente virtuale, ologrammi, analisi DNA, ecc…) portandoli all’estremo in modo anche divertente e compensando i toni cupi e distopici del film. In definitiva possiamo dire che il Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve vince una scommessa difficile: non manca di rispetto al suo “padre naturale” e non si propone come semplice sequel commerciale. Ma ne riprende i toni nella sceneggiatura (c’è ancora Hampton Fancher), nelle immagini della metropoli, nel trucco degli attori, nella musica (omaggiando Vangelis), e in generale nella visione tragica del racconto, con una autonomia creativa e di regia che lo rende certamente un film da vedere, anche per chi considera Blade Runner di Ridley Scott un irripetibile cult movie.

 

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Baronie carriere e sotterfugi

++ EMENDAMENTO SEVERINO, RESPONSABILITA' TOGHE INDIRETTA ++

Per chi ha vissuto gran parte della propria vita dentro l’Università è triste ed umiliante leggere quanto è accaduto nel settore concorsuale di Diritto Tributario. Ma colpisce anche l’immediata risposta di coloro che direttamente o indirettamente hanno sempre osteggiato l’università e la ricerca, pronti a gettare fango sulle istituzioni e a promuovere l’”uomo qualunque” come alternativa alla competenza.

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La congrega dei professori ordinari che da Firenze ha gestito l’abilitazione nazionale del proprio settore, mercanteggiando su vincitori e vinti, ha applicato un sistema corruttivo balordo che, seppure in modo meno esplicito, è perdurato per molti anni attraverso l’elezione concertata dei commissari. Sarebbe ipocrita negarlo. Questo sistema ha condizionato l’esito dei concorsi per la copertura dei posti messi a concorso (una volta si diceva “cattedre”). Posti allora numericamente definiti per ogni sede universitaria. Mi sembra, però, la prima volta che questo accade dopo la modifica del sistema concorsuale (Legge 240/12/2010), e cioè per le Abilitazioni Scientifiche Nazionali (ASN), che sono a “numero aperto”, non conferiscono un ruolo, ma solo il presupposto per concorrere ad un successivo posto di ruolo. Inoltre i commissari, dopo una selezione per titoli, ora vengono estratti a sorte. Difficile affermare che con le ASN non ci siano state valutazioni di favore, azzardate o quanto meno superficiali. Ma se errori o favoritismi ci sono stati – e ci sono stati, con ricorsi anche vinti – questo attiene alle responsabilità scientifiche ed etiche dei commissari.

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Ma perché quanto accaduto in passato accade anche oggi? Certamente per una propensione allo “strapotere” di alcuni professori ordinari, per alcune complicità parentali o per scambio di favori. Ma, considerando anche la scarsa consistenza del “potere universitario”, ahimè generalmente speso per il potenziamento della propria area disciplinare e per bisticci in Facoltà su cariche o fondi di ricerca, sarebbe fortemente riduttivo fermarsi qui. E dunque, perché un professore universitario al massimo della carriera, magari impeccabile sul piano scientifico e didattico e forse anche morale, cade così in basso da alterare la valutazione sul merito? Per rispondere occorre conoscere la condizione della Università Italiana, ma con una premessa: nonostante non compaiano ai primi posti a livello internazionale, gli atenei italiani producono laureati e ricercatori apprezzati in tutto il mondo. Lo confermano non solo i successi dei nostri giovani all’estero ma anche gli incontri/confronti negli “Erasmus” e nelle altre occasioni di scambi, seminari e convegni internazionali.

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L’Università Italiana negli ultimi venti anni sta progressivamente perdendo consistenza finanziaria e numerica. Diminuiscono i fondi ministeriali di finanziamento ordinario agli atenei, i fondi di ricerca, le borse di dottorato e gli assegni di ricerca. Tutto questo è iniziato proprio mentre partiva una riforma dei corsi di laurea, con la suddivisione del triennio di laurea e del successivo biennio magistrale, che si sarebbe dimostrata inadeguata al mercato del lavoro italiano e alla progressiva crescita della disoccupazione giovanile. Il paradosso è stato che negli stessi anni per ragioni legate a lobby economiche e politiche, si moltiplicavano in tutta Italia gli atenei e i corsi di laurea. “Decentramento territoriale”, si diceva, e invece fu una inutile dispersione! Con la crisi economica sono precipitati anche i cofinanziamenti dei privati, dei consorzi universitari locali e delle convenzioni pubbliche e/o private. Ma soprattutto negli ultimi venti anni sono stati avviati durissimi tagli al personale docente e non docente. Il blocco del turn-over, che all’avvio sembrava un ragionevole risparmio della spesa pubblica e un salutare freno alla proliferazione degli insegnamenti, negli ultimi anni ha segnato il collasso degli stessi corsi di laurea appena costituiti e di qualche nuovo piccolo ateneo.

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I tagli finanziari dei governi di quegli anni su università e ricerca si accompagnavano alla stupidità di non capire che la riduzione del personale docente e dei finanziamenti agli atenei, nonchè l’eliminazione di molti corsi di laurea che non avevano più i requisiti per esistere, avrebbero determinato una riduzione del potenziale universitario e quindi delle iscrizioni. E così è stato: oggi le matricole all’università sono in forte calo. E tutti (o quasi tutti) piangono per un paese che avrà sempre meno laureati!

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Un’altra novità avviata in questi anni è stato il sistema di valutazione di atenei, dipartimenti (che hanno sostituito le tradizionali Facoltà) e corsi di laurea. I finanziamenti ministeriali non sono più erogati “a pioggia” solo in funzione della dimensione dell’ateneo, ma, almeno in parte, secondo parametri di qualità delle performance di ogni ateneo. Per quanto riguarda la valutazione dei dipartimenti è stato istituito il sistema VQR, basato sulla valutazione da parte di altri docenti in incognito (peer review) delle migliori pubblicazioni di ogni docente. Un sistema che sembra funzionare bene. Per quanto riguarda i corsi di laurea il sistema è più complicato, appesantito da complesse procedure di accreditamento e autovalutazione condotte dagli stessi docenti, che spesso creano intralcio alle attività didattiche e di ricerca. Comunque, al di là di forzature burocratiche, la macchina di valutazione in qualche modo ha allineato gli atenei italiani agli altri paesi europei.

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Dove invece la L.240/2010 ha creato guai è proprio nel sistema di reclutamento, malamente derivato dalla “tenure track” di pratica soprattutto statunitense. Il dispositivo della L.240 in linea generale prevede per l’assunzione come professore associato (ruolo a tempo indeterminato) un primo concorso per il titolo di ricercatore a tempo determinato“a” della durata di 3 anni; una verifica delle attività per una proroga di due anni; un secondo concorso per un titolo sempre di ricercatore a tempo determinato “b” di altri tre anni; il conseguimento della abilitazione nazionale; infine il concorso di sede per l’immissione in ruolo come professore. Sono 5 step in 8 anni, sono troppi! Da una parte l’ateneo investe ed accantona i compensi per l’intero percorso, dall’altra se il ricercatore non ottiene l’abilitazione perde il posto. I pochissimi posti messi a concorso contro l’alto numero di studiosi che escono dai dottorati di ricerca creano una strozzatura che rischia di stroncare non solo molti dei meritevoli, ma anche quelli tra loro già avviati lungo questo percorso. Le commissioni sono composte da professori ordinari in maggioranza di sede, ed è qui che, inevitabilmente, possono prendere corpo appoggi non sempre impeccabili.

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Oltre al meccanismo un po’ perverso degli otto anni di tenure track, ce ne sono altri che non giustificano, ma spiegano l’appoggio che nelle singole sedi talvolta viene dato ai candidati interni. Ad esempio c’è propensione ad inserire in uno specifico filone di ricerca ricercatori e/o professori associati che già hanno lavorato e pubblicato su quella ricerca. Oppure – e vale soprattutto per le sedi decentrate sul territorio nazionale – a preferire candidati che oltre ad un alto standard di meriti, garantiscono la copertura di più insegnamenti e una presenza in sede più assidua, a fronte di candidati residenti fuori sede (a volte centinaia di chilometri), altrettanto meritevoli, che però offrirebbero una più limitata presenza.

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Il presidente della Autorità Anticorruzione, Raffaele Cantone, propone di cambiare le commissioni per l’abilitazione inserendo una personalità al di fuori del mondo accademico, ma non scrive (e forse non sa) che le prime commissioni includevano questa personalità, che era appunto uno studioso o docente straniero; la cosa però non aveva funzionato per la scarsa disponibilità di queste persone e si è tornati alla commissione di cinque professori. Sono ancora più diffidente rispetto alle affermazioni di Massimo Cacciari comparse sullo stesso giornale il giorno dopo, con le quali, in nome dell’autonomia dell’università, chiede la cancellazioni di ogni criterio per regolare gli insegnamenti dei corsi di laurea, i concorsi, i criteri di valutazione, sino alla abolizione del valore legale del titolo di studio. Ipotesi, quest’ultima, a mio avviso valida solo per un numero limitato di professionalità. Invece Cantone ha ragione quando propone di vietare ai professori a tempo pieno gli incarichi esterni, che creano situazioni di “distrazione” non solo dagli impegni didattici e di ricerca, ma anche da una condotta eticamente impeccabile. Tra l’altro questi incarichi sono consentiti da un disposto di legge ambiguo, che li consente se “scientifici” e li vieta se “professionali”. Più in generale esiste una discriminazione tra i medici che possono esercitare la professione in forma “intra moenia”, e altre professioni (ingegneri, architetti, ecc…) cui è invece espressamente vietato.

In conclusione desidero avanzare due proposte molto semplici. La prima riguarda la pessima consuetudine delle “raccomandazioni” presentate furtivamente e che spesso si trasformano in corruttivi scambi di favori. Si faccia come si fa all’estero e nei dottorati di ricerca di alcuni atenei italiani. Si dia la possibilità al candidato di presentare due o tre lettere sui propri meriti e titoli, scritte e firmate da docenti o personalità di rilievo. Lettere pubbliche ed ufficiali allegate alla documentazione concorsuale. La seconda è che, una volta conseguita l’Abilitazione Scientifica Nazionale, si formi una piattaforma nazionale di abilitati al ruolo di professore (distinta tra associati e ordinari) alla quale ogni dipartimento potrà attingere, senza altro passaggio concorsuale, ma solo attraverso un voto del Consiglio di Dipartimento e/o del Senato Accademico. Sarebbe tutto più veloce, semplice e soprattutto trasparente. Poi, se le università chiamano docenti mediocri, saranno opportunamente valutate con i meccanismi in vigore già esistenti.

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Ai due estremi della modernità

(Architetture a confronto)

 

Caduta la fiducia nel progresso e nella tecnologia, il progetto di architettura e di trasformazione urbana ha perso i contenuti eroici della modernità, che lo avevano da una parte caricato di valore tecnico e scientifico, dall’altra responsabilizzato sul piano sociale e politico. Progettare e costruire oggi significa confrontarsi con problemi che, sino a pochi decenni fa, non sembrava dovessero appartenere alla disciplina: il risparmio energetico, il consumo di suolo, il riciclo dei materiali, l’impatto ambientale. Per di più, spesso, questi problemi, al di la della loro ragione, oggi sono esasperati per finalità non sempre chiare: politica, lobby, interessi corporativi e istanze di associazioni di base.

Si potrebbe pensare che tutto questo comporti un abbattimento dell’invenzione architettonica. Ma non è così dal momento che in Italia, come si sa, esistono oggi circa 150.000 architetti, tra cui molti giovani. Al di la del problema sociale e occupazionale si è creata una condizione paradossale: tanto più si indebolisce l’autonomia dell’Architettura come disciplina e tanto più la figuratività architettonica assume una pluralità di linguaggi, disperdendosi nella molteplicità di espressioni architettoniche difficilmente inscrivibili in percorsi progettuali coerenti e stabili.

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Come sosteneva Cesare Brandi(1), l’accostamento dell’architettura alla semiologia può avere valore ragionando su due livelli. Il primo è che le forme architettoniche esprimono con la loro stessa presenza – per il fatto, cioè, di esistere come realtà fisiche – bisogni individuali o collettivi dell’uomo, che si concretizzano in destinazioni d’uso, quindi significano questi usi. Il secondo livello è che un’opera di architettura nel suo prendere forma non segue solo principi tecnici, ma accosta una serie di elementi procedendo per relazioni sintattiche dipendenti, coordinate o autonome, sino a configurare una condizione di insieme, un oggetto significato simile a quella di una lingua, quindi un testo. E proprio da questo punto di vista è possibile interpretare l’architettura come linguaggio, o meglio, cogliere le analogie possibili tra modi di costruire il progetto e modi di costruire un linguaggio.

Ma ci si domanda: è ancora possibile nella Babele dei linguaggi architettonici contemporanei individuare un processo di costruzione di un testo architettonico che da una parte corrisponda alla realizzazione di specifiche funzioni, ma dall’altra sia costruito con passaggi logici che aggregano elementi architettonici come segni di un linguaggio? Ed è possibile che le diverse modalità di costruzione di questo linguaggio possano essere decifrate come conflitti del pensiero che ha animato il difficile transito da una modernità eroica attraversata da due grandi guerre, ad una dimensione contemporanea sospesa tra rivoluzione tecnologica, disastri ambientali e terrorismi?

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La prima metà del XX secolo, la cosiddetta “Stagione del Moderno” era stata caratterizzata ad un pluralismo di linguaggi architettonici che, seppure con qualche approssimazione, è possibile ricondurre da una parte al razionalismo di ispirazione Bauhaus fondato sui presupposti figurativi del cubismo e rafforzato da convincimenti ideologici e sociali, ma dall’altra ad una sorta di ribellione a questa rigidità in nome di un individualismo occidentale che si dispiegava nelle libertà espressive delle forme organiche. In realtà erano due atteggiamenti bene individuati da Adolf Behne(2) come aspetti complementari dell’Architettura funzionalista: è das neue Sachlichkeit, la nuova oggettività che affida alla natura il compito di dare forma all’architettura adattandola ai bisogni dell’uomo, secondo l’aforisma “una casa dovrebbe nascere spontaneamente dal suolo così come una pianta”.

A partire dalla seconda metà del secolo, completata e poi esaurita l’energia creativa dei maestri del Movimento Moderno, si avviò in tutto il mondo occidentale una stagione di profonda revisione della figuratività architettonica, che passò attraverso movimenti/evento, come il Neobrutalismo (anni ‘50 e ‘60), l’Architettura radicale (’60-‘70), la Tendenza e il Neostoricismo postmoderno (‘70-’80), sino al Decostruttivismo(3) (’80-’90), che, in sintonia con il fenomeno delle nuove forme urbane dominate dallo sprawl e nel clima generale della caduta del muro di Berlino, rappresentò il primo vero momento di messa in discussione dei fondamenti dell’Architettura moderna. Come è stato sempre possibile raggiungere l’unità del progetto attraverso una poetica dell’ordine e della gerarchia che combinava elementi lessicali in com-posizioni coordinate e dipendenti, quindi ipotattiche, ora prendeva corpo il procedimento inverso, ovvero la negazione di questa unità attraverso una poetica delle differenze e delle compresenze che applicava com-posizioni accostate e autonome, quindi paratattiche. Un linguaggio disarticolato, libero da vincoli di ordine geometrico, privo di relazioni strette con il luogo o la storia, apparentemente sconnesso, costruttivamente contraddittorio.

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Era questo il linguaggio dell’architettura del nuovo secolo? Cerchiamo di capirlo prendendo in esame e confrontando due opere di architettura del secolo scorso, al tempo stesso simili, per destinazione d’uso, dimensione, elementi costruttivi e materiali, e diverse per le modalità sintattiche di composizione delle parti, quindi per linguaggio architettonico.

Anni Sessanta: Berlino, Neue Nationale Galerie di Mies van der Rohe. Anni Novanta: Rotterdam, Kunsthal di Rem Koolhaas. Trent’anni separano due architetture espositive realizzate da maestri del nostro tempo, nel cuore dell’Europa, considerate il frutto di una maturità di pensiero, ma anche di una consapevole carica trasgressiva. Per Mies il “ritorno in Germania” dopo la caduta del Nazismo rappresentava l’occasione per mettere a frutto la straordinaria esperienza costruttiva maturata in America restituendola alla sua città e alla sua cultura; per Koolhaas l’opera realizzata a Rotterdam è la definitiva consacrazione internazionale dopo la sua formazione radicale e gli esperimenti compositivi avviati con la casa Dall’Ava di Parigi.

Il dato di partenza è lo stesso: gli edifici dovevano essere costruiti su un terreno che scendeva dalla quota stradale di circa 4-5 metri; l’interrato doveva essere parte integrante della funzionalità e della capienza dello spazio espositivo. Mies van der Rohe non muove il suolo, ma lo scava e lo richiude. I dislivelli esterni entrano nella geometria del progetto come scale di raccordo, pavimentate con la stessa pietra, e i muri di sostegno emergono appena, rinforzando l’effetto dei due blocchi quadrati affondati nel terreno. Anche il patio verde che si apre alla quota più bassa illuminando il sotterraneo è parte funzionale del museo ospitando sculture. Ma soprattutto è completamente recintato da un muro alto che riprende la quota del grande sagrato-basamento, nuovo suolo artificiale da cui spicca l’assoluta purezza tettonica della grande copertura. Koolhaas muove il suolo, assumendolo nel progetto. Prende il marciapiede stradale e lo spinge dentro l’edificio, mentre il nuovo piano di imposta della quota 0,00 rimane sollevato, scollegato, non più suolo ma solaio. Il raccordo inclinato del pendio verde si contrappone ai piani inclinati delle rampe interne che proseguono il percorso del marciapiede urbano. Ma questo flusso urbano verso l’interno non è continuo, le rampe non assumono mai la forma circolare, tutto è spezzato, spigoloso, sincopato. L’edificio appare come incassato nel terreno, comunicandovi solo attraverso gli esiti finali delle rampe. Fa eccezione la sala della caffetteria che si deposita trasparente nella zona esterna più bassa pavimentata. 

Esaminiamo ora come i due architetti sviluppano l’idea di “muro”. Per Mies tracciare il muro significa innanzi tutto prendere possesso del suolo: è l’idea di recinto, ma anche un’idea di forza e di stabilità; è un recinto di pietra, che segnala sempre il suo spessore, affonda nel terreno e, abbiamo già detto, corrisponde alla geometria fondativa del progetto. Nel progetto di Koolhaas quel muro pesante che nasce dal suolo sembra concentrarsi interamente nella grande torre piatta che da terra esce segnalandosi alla città. Ma è un “muro finto”, trasparente, tradito dalla evidenza della carpenteria in acciaio che lo sostiene e dalla fragilità della lamiera che lo riveste. Come in altre opere del maestro olandese le superfici orizzontali e oblique prevalgono su quelle verticali. La stessa rampa, tracciata con forza dentro la pianta quadrata è sostenuta da un gioco di pilastri, aperta o delimitata da pareti vetrate, mai sostenuta da un piano verticale.

Il problema della struttura in elevazione ci introduce al tema del “telaio”. La colonna d’acciaio di Mies è stata definita una colonna classica-moderna. In realtà manca la tripartizione dell’ordine: non c’è basamento, non c’è capitello, anzi l’uno e l’altro sono negati esplicitamente. Eppure il sistema trilitico elementare che il maestro tedesco assume come paradigma di un’idea costruttiva, la proporzione e la leggera svasatura del grande pilastro, la metrica e lo spessore della travatura di copertura, tutto riporta agli equilibri assoluti dell’ordine classico. Più complesso è il telaio nella Kunsthal: mai visibile nella sua autonomia e completezza, sempre associato ad altre membrature, spesso indipendente da allineamenti, talvolta contraddittorio rispetto alle regole del costruire, il telaio strutturale di Koolhaas non ci trasmette equilibrio, ma solida incertezza, addirittura camuffato per “vestirsi” da albero al piano interrato, quando indossa la stessa corteccia del bosco circostante!

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Ma come viene risolta la “copertura” dei due edifici? La copertura della Neue Nationale Galerie si dispone a coprire lo spazio architettonico rimanendo formalmente autonoma e conclusa, sebbene collegata agli altri elementi della composizione da ragioni metriche e costruttive, tanto che il montaggio avvenne a terra, e poi la copertura, tutta intera, una lastra rigida e finita di oltre 64 metri di lato, venne sollevata da grandi gru e posizionata sugli otto pilastri. Nella Kunsthal invece la copertura riassume le parti dell’edificio, anzi in qualche modo le rinforza, concorrendo a ricostruire i volumi prima “fatti a pezzi”. Koolhaas sembra giocare con i riferimenti, accettandoli e smentendoli: come il terrazzo-giardino proposto a conclusione della rampa interna, ma privo di motivazioni funzionali; o come la modanatura grigio scura, proprio come quella della Neue Nationale Galerie, che definisce lo spessore della copertura quando sul fronte principale aggetta “miesianamente” rispetto alla parete vetrata che chiude l’ingresso, subito smentita da una imprevedibile trave parapetto arancione, molto più vistosa.

Vediamo infine la pelle dello spazio architettonico, ovvero l’”involucro” che lo richiude. Per Mies la chiusura non c’è. Una vetrata a tutta altezza, arretrata rispetto al filo della copertura, chiude lo spazio atmosferico, ma non quello architettonico. La vera chiusura, semmai, è la proiezione a terra della copertura. Da dentro si percepisce a 360 gradi la città in tutta la sua profondità e orizzontalità. Per Koolhaas l’involucro è distinto dalle altre membrature – anche qui non mancano trasparenze e sfondamenti visivi – ma niente affatto continuo. La stessa unità geometrica dei volumi ne risulta smentita: lo spigolo non è mai trattato simmetricamente da una parte e dall’altra, i materiali perdono concretezza e ragione costruttiva, si sfaldano, si smaterializzano. Qui sembra tutto terribilmente sciatto, troppo sciatto per essere “progettato”. E infatti è la metafora della città che non si progetta, ovvero che si progetta da sola, fatta di cose pesanti e leggere, stabili e provvisorie. Mentre Mies incornicia Berlino sotto la linea netta della copertura, Koolhaas disegna Rotterdam, come un graffito, sull’involucro esterno della Kunsthal: pareti in cemento, rivestimenti in pietra, lamiere grecate, vetrate… c’è spazio per tutto nella sua città generica(4)!

Come abbiamo già anticipato, Per Mies il procedimento è “compositivo”, cioè mette insieme gli elementi architettonici secondo relazioni e gerarchie. Le scienze esatte, come la matematica e la geometria, sono un valido strumento per progettare. Per Koolhaas il procedimento è “scompositivo”, ovvero raduna sotto forma di elenco gli elementi dell’architettura aggregandoli senza rapporti di dipendenza. Paradossalmente gli elementi possono essere gli stessi (e in parte lo sono), ma diversissime sono le tecniche associative di questi elementi. Mies ricerca nel progetto identità e unità anche nella autonomia delle parti, che anzi appaiono come altrettante piccole unità progettuali. Koolhaas pratica la molteplicità e la complessità. Non c’è identità ma contaminazione; alla autonomia delle parti preferisce l’accumulo. Mies infine ricerca la coerenza ed effettua scelte decise ed esatte. Rifiuta il superfluo e crede nel dettaglio. La sua architettura pratica l’ “o-o”. Koolhaas rifiuta la coerenza, è irriverente e blasfemo nei confronti del contesto e del dettaglio. È architettura del dubbio che pratica l’ “e-e”.

Questo confronto ci trasmette un forte disorientamento: qui non sono di fronte due linguaggi, ma il modo stesso di intendere il progetto architettonico nella dimensione contemporanea. Da molte parti si dice che la “stagione della modernità” sia finita in tanti campi e anche in quello dell’architettura. Secondo questo pensiero, da una parte la tecnologia si è dissociata dall’ambiente creando insanabili conflitti, dall’altra la nuova rivoluzione industriale nata dall’invenzione e dalla diffusione dell’immateriale, nel lavoro, nei media, nella cultura figurativa, e persino in letteratura dove anche la carta è stata sostituita dal digitale, renderebbe ingestibile ogni concretezza materiale e quindi il progetto. L’architetto sarebbe allora solo un recettore di stimoli che tradurrebbe in un disegno specialistico. Ma proviamo a vedere le cose in un’altra prospettiva, guardando più a fondo dentro il secolo appena finito, per cercare nuove radici. Possiamo allora rintracciare un percorso della modernità più sofferto nel quale la ricerca della ragione e dell’ordine si confronta con gli avvenimenti della storia – grandi e piccoli, di pace come di guerra – e ne trae nuova ricchezza. È come se esistesse un testo scritto condiviso da tutti, ma da tutti liberamente postillato. Sarebbe impossibile emendarlo o riscriverlo, certamente utile leggerlo così, liberamente, come e dove si crede più opportuno.

Così è, forse, l’architettura di oggi: un palinsesto aperto che segue una traccia sicura. Non serve pensare a un nuovo “corpo disciplinare”, ma imparare a guardare i diversi “corpi” che il XX secolo ci ha lasciato.

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Note

(1) In Struttura e Architettura, Einaudi, Torino 1967, pp 35-38, nella quali viene sviluppata una analisi semiologica dell’Architettura
(2) A. Behne, Der moderne Zweckbau, 1923
(3) Nel 1988 Philip Johnson aveva curato al MoMA di New York una mostra sulla Architettura Decostruttivista, invitando Frank O. Gehry, Daniel Libeskind, Rem Koolhaas, Peter Eisenman, Zaha Hadid, Bernard Tschumi e il gruppo Coop Himmelb(l)au. Quasi tutti gli architetti oggi più affermati. Cfr il catalogo: Deconstructivist Architecture, exhibition catalog. Introduction by P. Johnson, essay by M. Wigley, Museum of Modern Art, New York 1988
(4) La “città generica” nel pensiero di rem Koolhaas è pura intenzione; se c’è caos, è caos ideato; se è brutta, è di una bruttezza progettata; se è assurda, è di una assurdità voluta.

 

 

 

 

 

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Come si scrive un saggio

Riporto un breve scritto di David Foster Wallace tratto dall’inserto “Robinson” de “la Repubblica”, 3 settembre 2017. Utile per chi scrive.

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Exit West: attraverso le porte del mondo

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In queste ultime settimane il problema delle migrazioni attraverso il Mediterraneo ha aperto scenari tanto drammatici quanto irrisolvibili. La quantità degli arrivi in rapporto ai tempi necessari per l’accoglienza e l’integrazione – soprattutto nei paesi europei che soffrono la disoccupazione – crea disagio e molta intolleranza. La condizione geografica dei paesi UE che affacciano sul Mediterraneo centro orientale sembra essere l’unica discriminante tra chi accoglie e salva da morte sicura i migranti e chi invece elude il problema in una sorta di negazionismo della tragedia in atto. La cosa ancora più inquietante è che proprio i paesi europei – guarda caso i più ricchi – che per molti decenni hanno saputo accogliere e gestire le migrazioni dall’Africa quasi come redenzione per le malefatte dell’imperialismo coloniale, oggi sono i più decisi avversari dell’accoglienza. Sarebbe come dire: noi le nostre colpe le abbiamo sanate e la nostra parte l’abbiamo fatta, ora tocca a voi, lavate anche voi le colpe dell’occidente!

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Ma è impossibile chiudere le porte del mondo. Ce lo racconta Exit West, un libro uscito da poco che consiglio di leggere. E’ un libro diretto e visionario. Il suo autore, Mohsin Hamid, pakistano, vissuto negli Stati Uniti, aveva scritto una decina di anni fa Il Fondamentalista Riluttante, portato poi con successo al cinema da Mira Nair. Grazie ad alcuni dispositivi narrativi la tragedia delle migrazioni dalle guerre del Sud nel mondo dell’Ovest viene descritta senza ordine di tempo nè di spazio. Storie che vengono dal futuro, ma uguali ad altre storie di oggi e del passato. E’ la narrazione di un tenero e casto amore immerso nel disagio della proliferazione delle migrazioni globali. Nel melting pot il migrante che ha perso la propria identità nativa ne ritrova un’altra ad un livello più alto, perché tutti sono stranieri e quindi tutti sono uguali.

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Il libro ci parla di questa gente senza nome e senza patria. Ma è un popolo che esprime dignità più che sofferenza, comprensione più che rabbia, speranza più che rassegnazione, diffidenza più che paura, solidarietà più che competizione. Nel mondo del Sud il conflitto distrugge la famiglia, la casa, la città, ma nel mondo dell’Ovest l’emigrante perde l’eguaglianza e il radicamento. E continua a spostarsi. Eppure questo Ovest non può chiudere le porte. Minaccia e controlla, ma infine perde e una sorta di resilienza globale riporterà la pace, e poi, forse, la pace finirà e tornerà la guerra. Ognuno di noi nasce, cresce, invecchia e muore. Perché siamo tutti emigranti, alcuni nello spazio, ma tutti nel tempo.

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Dopo le consuete ovvie premesse (il voto locale “amministrativo” non sempre coincide con il voto nazionale “politico”; i veri vincitori sono gli “astensionisti”; le alleanze o liste civiche sono aggregazioni occasionali e di comodo; gli elettori dei gruppi della sinistra estrema si sono astenuti; … ecc, ecc…) si può dire che i Cinquestelle hanno perso al primo turno, il PD ha perso al secondo turno e la Destra unita ha vinto in quanto ritorno all’usato sicuro. Detto in termini più generali: i Cinquestelle non hanno basi né background locale, il PD ha perso credibilità sia per i candidati che per i suoi conflitti (interni ed esterni) e la Destra torna ad acchiappare consensi grazie ai delusi dai Cinquestelle.

Ora l’elettore di sinistra aspetta le valutazioni del suo segretario nazionale. Renzi è stato eletto a grande maggioranza con le primarie di un legittimo congresso e, quindi, il suo ruolo di leader del partito non si discute. Sino ad oggi abbiamo apprezzato le riforme e perdonato gli errori del suo governo; abbiamo sostenuto fino all’ultimo una riforma costituzionale  tanto giusta, quanto falsata dalla autoreferenzialità del suo proponente; abbiamo appoggiato con convinzione il lavoro (a tempo determinato) di Gentiloni; abbiamo sofferto, ma considerato inevitabile, la fuoriuscita dei vecchi protagonisti il cui contribuito politico si era esaurito; ma ora è il tempo di cambiare.

A proposito della sconfitta elettorale di questi giorni, qualcuno ha scritto che anche le liste con alleanze di sinistra hanno perso. In realtà erano poche e contavano poco, perchè erano locali e frettolosamente costruite solo per prendere voti. Se Renzi è quella persona nuova e forte che ha saputo costruire con il 41% dei consensi la vittoria elettorale – “politica” – alle elezioni europee del 2014, se quel fiume di parole che spende per accreditarsi agli elettori è sincero, se insomma crede nel PD ed è capace di rinunciare al proprio narcisismo e a qualcuno dei suoi fedelissimi, si limiti a guidare con energia e determinazione il partito. Ne ascolti le voci sempre più numerose che lo invitano a costruire un reale programma politico con le altre forze della sinistra, superi l’istinto di rappresaglia verso i fuoriusciti, sfidi la sinistra più estrema – anche quella ideologica e arcaica – sulle proposte di riforma, accetti infine una divisione dei ruoli, valutando collegialmente, anche con alleati esterni, altre figure di candidato premier.

Così facendo – e solo così facendo – chi non vuole un reale nuovo centrosinistra riformista e di governo, ma solo prestigio personale o spazio per due o tre rappresentanti parlamentari, uscirà alla scoperto e sarà sconfitto.

 

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La purezza nella periferia

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Continuando a riflettere sul cinema italiano, sempre più mi convinco che la produzione cinematografica affidata a sceneggiatori, registi ed attori già affermati – escludendo naturalmente alcuni “mostri sacri” come Garrone, Sorrentino, Virzì e pochi altri – resta confinata in un ambito di mediocrità dal quale emergono pochissime eccezioni. Al contrario, di anno in anno esce qualche buon film tra quelli di sceneggiatori e registi esordienti (o quasi), soprattutto quando hanno avuto la fortuna di essere stati selezionati in festival importanti. Quello che soprattutto colpisce è l’abilità di questi registi nel dirigere attori senza grandi esperienze o non professionisti. Un merito a volte superiore a quello di tanti autori affermati, che sembrano non solo trascurare la coerenza della sceneggiatura, ma anche la guida degli attori, anche di fama, i quali finiscono spesso per replicare una immagine stereotipata di sé stessi.

Quindi non mancano buoni film di autori più giovani o meno noti. Tra gli altri ne ricordo tre degli ultimi anni: nel 2014 Anime Nere di Francesco Munzi; nel 2015 Non Essere Cattivo di Claudio Caligari; nel 2016 Fiore di Claudio Mollo – cfr su questo blog:  https://umbertocao.com/2016/05/30/fiore-un-bel-film-una-grande-interprete/ – Non è un caso che tutti questi film raccontino il tema del malessere giovanile sospeso tra emarginazione e illegalità, e sviluppino il loro spazio narrativo nei territori marginali o periferici del nostro paese e delle nostre città.

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Per meriti e tematiche si inserisce in questo filone Cuori Puri (2017), una “opera prima” scritta e diretta da Roberto De Paolis, bene interpretato da Selene Caramazza e Simone Liberati, presentato quest’anno nella Quinzaine di Cannes. Il film racconta la storia d’amore di due giovani apparentemente diversi, ma in realtà accomunati dalla stessa insofferenza per una vita di costrizioni: lui, ruvido custode del parcheggio di un supermercato “assediato” da un insediamento Rom; lei passiva frequentatrice della locale parrocchia, governata da un prete preoccupato soprattutto di proteggere la castità prematrimoniale.

CANNES: DE PAOLIS, I CUORI PURI DELLA PERIFERIA

Il recinto che circonda lo spazio del parcheggio – una specie di “piazza” del racconto – diventa la metafora di queste costrizioni. Nonostante la centralità dei due protagonisti e una fotografia che privilegia i primi piani e il dettaglio, sullo sfondo si sente forte la presenza della periferia romana con i suoi drammi quotidiani: la disoccupazione, il problema della casa, la droga, il conflitto tra abitanti e comunità Rom, la sopraffazione e il furto. Una periferia che è sola e senza legalità. Unica autorità presente è la parrocchia, apparentemente volta a dare un senso al quotidiano e aiuti materiali ai Rom. Ma in realtà è una presenza altrettanto soffocante e claustrofobica: il prete è “moderno” solo all’apparenza, perché sottomette la formazione vangelica degli adolescenti che la frequentano ad una ossessione sessuofobica.

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In questa condizione di difficoltà materiali e repressione sessuale, l’unica libertà che si può conquistare è quella dell’amore. Così il sesso, desiderato, ma vissuto come peccato, diventa l’unica espressione di purezza. Un grido di libertà nel deserto della periferia.

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