Due anni fa, chiedevo per Roma…

Due anni fa, il 10 luglio 2016, da poco insediata l’amministrazione Cinquestelle con sindaca Raggi, spinto da chi mi chiedeva un parere, scrivevo su questo blog un articolo dal titolo: “Cosa farei per Roma”. Dopo avere ricordato gli esiti positivi, ma anche gli errori, delle amministrazioni Rutelli e Veltroni, elencavo alcune “cose da fare” per riqualificare urbanisticamente e architettonicamente le aree centrali della città. La maggiore parte erano opere attese o già avviate.

Dopo due anni sono tornato a leggere quell’articolo perchè mi sembra ancora attuale. Di tutte le cose elencate solo la Piazzetta di Santa Costanza (quartiere Trieste) è stata realizzata, ma su progetto e cura del Secondo Municipio, mentre sullo Stadio della Roma siamo in piena “bagarre”. Per il resto assolutamente nulla. Ripropongo senza modifiche la parte finale dell’articolo.

(per l’articolo intero: https://umbertocao.com/2016/07/10/cosa-farei-per-roma/ )

Rutelli-Veltroni

 

LE AMMINISTRAZIONI DAL 1993 AL 2008

La prima elezione diretta del Sindaco, nel 1993 fu vinta da Rutelli. Ricordo i caposaldi del programma di allora: cura del ferro, riqualificazione delle periferie con “Centopiazze”, avvio del nuovo Piano Regolatore. Un programma che doveva portare al nuovo Millennio e relativo Anno Santo. Dopo gli anni disastrosi dell’altalena tra monocolori democristiani e commissari straordinari, Roma tornò a muoversi. I lavori dell’anello ferroviario ripresero e molte linee ferroviarie locali vennero coordinate con la metropolitana; fu dato impulso ai lavori di prolungamento della linea A (completati nel 2000) e alla progettazione del prolungamento linea B; in otto anni le periferie trovarono un po’ di verde con gli appalti per la sistemazione di piazze e giardini; l’amministrazione di allora appoggiò la realizzazione dell’Auditorium di Piano e difese il cantiere dai ripetuti insabbiamenti delle burocrazie ministeriali; l’Anno Santo si svolse in una dimensione faraonica tenuta sempre sotto controllo. Fu bandito il concorso per un Centro Congressi di rilevanza internazionale di cui Roma era priva. Nel frattempo però i costruttori romani fremevano per realizzare nuove lottizzazioni convenzionate e Rutelli tentennò con alcune concessioni, rischiando più volte di cedere anche su aree di grande valore ambientale. La successiva amministrazione Veltroni (con l’alleanza tra Democratici di Sinistra e Rifondazione Comunista) è stata molto criticata per due ragioni: l’aumento consistente del debito di bilancio e una serie di concessioni alla sviluppo di volumetrie residenziali oltre il Raccordo Anulare. Ma entriamo nel merito. L’assessore all’urbanistica Morassut riuscì a fare approvare il nuovo Piano Regolatore e il cosiddetto “piano delle certezze” con il quale furono salvate alcune aree di pregio tra cui gran parte di Tormarancia e l’intero Pratone delle Valli, inaugurato come Parco Pubblico nel 2006. Ma fu pagato un costo alto perché la trattativa con i costruttori proprietari delle aree spalancò le porte ad una forte edificazione attorno al Raccordo Anulare, creando nuove periferie e nuovo degrado. Oggi qualcuno ricorda solo questo. Se si vuole criticare Veltroni la critica è quella di avere privilegiato la cultura e l’architettura di qualità (ma è una critica?): l’avvio dei lavori dell’Auditorium, l’invenzione della festa del Cinema, il recupero dell’area urbana di viale Giustiniano Imperatore, il sostegno al concorso per la Nuova Stazione Tiburtina, i Musei MAXXI e Macro e il recupero dell’ex Mattatoio, il progetto per l’Ara Pacis e i concorsi per la sistemazione di Piazza Augusto Imperatore, per il Ponte della Musica e il Ponte del Commercio, il recupero di Cinecittà e il rilancio del Centro Sperimentale di Cinematografia, ecc… A me non sembra poco. Semmai le critiche trovano maggiore sostegno nelle trascuratezze del secondo mandato, quando Veltroni fu assorbito da nuove responsabilità in politica nazionale.

 

CHE FARE?

Mi auguro che a Roma la nuova amministrazione, dopo i recenti disastri, cerchi di risolvere immediatamente almeno i problemi quotidiani che hanno fatto sprofondare la città nella vergogna: la raccolta di rifiuti, la pulizia di marciapiedi e strade, la manutenzione di asfalti e pavimentazioni, l’illuminazione pubblica, la cura dei giardini e dei parchi. E poi, naturalmente, più bus – nuovi e moderni – e manutenzione efficiente di quelli esistenti. Credo anche che i problemi più drammatici e difficili, perché coinvolgono questioni sociali prima ancora che urbanistiche (convivenza tra disagiati, mancanza di servizi e di luoghi di cultura, nomadi, spaccio, delinquenza diffusa) siano quelli che hanno portato le periferie ad un forte degrado. Forse sono la priorità assoluta, ma su questo non sono in grado e non voglio esprimermi.

Invece, restando nel mio campo e limitandomi ad opere pubbliche comprese nei quartieri centrali e semicentrali di Roma (che conosco meglio), provo ad elencare alcune azioni semplici e indifferibili (già note, ma ignorate) e altre più complesse e a medio o lungo termine.

MOBILITA’

Uno dei problemi più gravi è quello del parcheggio in via-bevagna-doppia-filadoppia fila e parcheggio in divieto. Occorre agire sul corpo dei Vigili Urbani, lobby parassitaria e potente, trovando il modo di aumentarne il numero anche con l’istituzione di corpi speciali sussidiari. Poi tutti i vigili devono essere su strada. Il lavoro di ufficio può essere coperto da altro personale. Il pattugliamento, soprattutto nelle zone commerciali, deve avviare una forte repressione della sosta in doppia fila con multe e rimozione forzata (a proposito che fine ha fatto il servizio di rimozione?).

Occorrono nuove corsie preferenziali, ma soprattutto art_4320_2_corsia preferenziale 2devono esser gestite meglio quelle esistenti: cordoli dissuasori ovunque (che Alemanno aveva tolto), telecamere a rilevamento targa nei casi più delicati e, quando possibile, sensi di marcia invertiti tra traffico privato e mezzi pubblici (cfr via Nazionale).

Va completato il programma di ridisegno delle geometrie stradali nelle zone con edifici a blocco e incrocinegozi, con nuove curvature agli incroci e delimitazione stalli di parcheggio (già effettuato in alcuni quartieri come Prati, Italia,Trieste, ecc…).

Va sistemata la viabilità in luoghi in cui ancora permane una circolazione provvisoria. Alcuni esempi: la viabilità attorno all’Auditorium è ancora quella precedente alla inaugurazione della struttura, inadeguata al luogo, con il paradosso di una rotatoria attorno al Palazzetto dello Sport che funziona in senso inverso.
Su Lungotevere Arnaldo da Brescia, tra Piazzale Flaminio e il ponte della Metropolitana ci sono, da oltre 10 anni, recinzioni per lavori inesistenti. Viabilità auditoriumPerchè? La Piazzetta di Santa Costanza, a lavori per la metropolitana completi, è ancora transennata. Perchè? Ma a Roma ci sono una enormità di spazi residuali non risolti. Occorre un censimento sull’intera città di queste situazioni paradossali e un intervento immediato.

RIPRESA LAVORI OPERE INCOMPLETE E/O ABBANDONATE.

E’ un problema nazionale, ma oltremodo grave per Roma. Un Assessore all’Urbanistica ha il dovere di porsi questa come priorità, attivando un censimento e studiando le modalità per ottenere i finanziamenti o gli accordi necessari per il loro recupero. Qui gli interventi sono più complessi e lunghi. Alcuni esempi.

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Innanzi tutto la Metropolitana Linea C. E’ assurdo che una linea arrivi al centro città e poi si fermi. Credo che una amministrazione seria che guarda al futuro debba assolutamente impegnarsi per rifinanziarla almeno sino a Piazzale Clodio, come è anche assurdo che ci voglia tanto tempo per risolvere le complicazioni conseguenti la presenza di resti archeologici. Una amministrazione forte risolve i problemi di questo tipo, perché le linee metropolitane sono l’unico vero antidoto al traffico privato.

velePer quanto riguarda le altre opere, per fortuna sembra che il Centro Congressi di Fuksas all’EUR sia ormai vicino alla inaugurazione.
Ma, dalle Vele di Calatrava agli ex Mercati Generali dell’Ostiense; dalle attrezzature integrative su via Innocenzo III della Stazione S. Pietro alla sistemazione definitiva del laghetto dell’EUR, dal recupero delle torri  di Ligini all’EUR di Alfiere S.p.A. al prolungamento della Linea B della Metro, indipendentemente dalle colpe del passato, è indegno per una città come Roma che i cantieri non  riprendano e si concludano. Accanto all’Ospedale San Camillo ci sono le strutture abbandonate del Forlanini, un ospedale storico di Roma, un patrimonio in abbandono e Forlaninidegrado da recuperare anche attraverso una convenzione pubblico-privato.

Infine le aree della ex Fiera di Roma sulla Colombo e degli ex Magazzini Militari a via Guido Reni, da anni in abbandono, per le quali l’amministrazione uscente di centrosinistra aveva avviato ipotesi di accordi pubblico-privato che includono la realizzazione di volumetria residenziale e commerciale. E qui si entra in un campo pragmatico: è meglio l’abbandono a tempo indeterminato di aree pregiate, ma private, nel cuore della città che ne mortificano la Aerea Suddignità, oppure la scelta di una contrattazione con le proprietà pur di controllarne al meglio il riutilizzo? In tutto il mondo si sceglie la seconda strada. In particolare su via Guido Reni l’ex assessore Caudo aveva lanciato un concorso affinchè, oltre alle volumetrie private, ci fosse l’impegno della proprietà a realizzare il Museo della Scienza. Il concorso è andato a buon fine (anche se, a mio avviso, ha vinto un progetto scadente in un contesto con troppa volumetria), ora si vedrà l’intenzione della nuova amministrazione.

NUOVE OPERE

L’atto cui l’ex Sindaco Marino ha avviato la sua amministrazione, la chiusura di via dei Fori Imperiali, ha aperto un problema ma non lo ha concluso. Via-dei-Fori-Imperiali Se la pedonalizzazione dovesse essere confermata, non sarà possibile conservare l’enorme carreggiata stradale asfaltata. Occorreranno ancora interventi sulla viabilità e soprattutto un progetto di risistemazione generale della quota stradale con una nuova pavimentazione, nuova illuminazione, arredo urbano adeguato e, se il caso, anche altri scavi. Per sistemare e rendere fruibili le aree archeologiche di Piazza Augusto Imperatore e di Piazza Argentina ci sono progetti pronti e, credo, finanziati. Cosa si aspetta?

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Il Foro Italico è un caso particolare purtroppo poco considerato dalla politica. Giace in una condizione di grande trascuratezza. Gli splendidi mosaici sono in rovina. Lo Stadio Olimpico con le ritualità domenicali e le sue recinzioni posticce lo ha già alterato, gli Internazionali di tennis e gli spazi per la festa e la musica estiva ne hanno logorato i marmi, le pavimentazioni e il verde.

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Soffrono alcuni gioielli architettonici, come gli edifici di Del Debbio, lo Stadio del Tennis di Costantini scavato nel terreno e oppresso dal vicino – e molto brutto –  nuovo centrale.

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Soffre la casa della scherma di Moretti, solo parzialmente restaurata. E’ necessario un programma di restauro e recupero. Ma non solo. Di fronte, il Ponte della Musica appare come oggetto estraneo: chi viene dalla’altra sponda del Tevere si trova davanti una pericolosa strada di scorrimento veloce.

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E’ necessario prolungare sino al Foro Italico il transito pedonale che proviene da via Guido Reni (Musei) interrando il lungotevere Maresciallo Cadorna (trincea o sottopasso) da Piazza Maresciallo Giardino sino ad oltrepassare il Ministero degli Esteri, per poi risalire in quota prima di Ponte Milvio. Sarebbe una eccezionale opera pubblica perché darebbe continuità spaziale e pedonale  tra il Foro Italico – “parco di pietra” – e il margine del Tevere – “parco fluviale”.

Infine i nuovi stadi per il calcio, che risolverebbero in parte anche il problema del Foro Italico. Si può amare o no il pallone, ma non si può negare che lo stadio in tutto il mondo sia il grande teatro di massa del XXI secolo per lo sport e lo spettacolo. Gli stadi per il calcio, che comportano l’affollamento di decine di migliaia di persone vanno previsti lontano dal centro, dove spesso non esistono infrastrutture per la mobilità né servizi. Quindi le società sportive che lo vogliono realizzare non solo dovranno finanziarne la costruzione ma dovranno anche realizzare la viabilità di accesso e le necessarie infrastrutture pubbliche. Riferendoci all’area di Tor di Valle per lo Stadio della A.S. Roma si conferma la necessità di un accordo pubblico-privato che, a costo zero per il Comune, dovrebbe finanziare la mobilità con il potenziamento di due stazioni della metropolitana, l’adeguamento di via Ostiense in attesa da anni, una bretella di collegamento con l’autostrada, la mitigazione di un rischio idraulico in aree limitrofe e un parco pubblico; ovviamente con una componete di utile immobiliare che finanzi tutto questo, oltre lo stadio con i suoi servizi. Scandalizzarsi per queste procedure vuol dire essere fuori dalla realtà di una economia di mercato che, volenti o nolenti, ci coinvolge tutti.

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Ricordando l’E42, l’Esposizione Universale incompiuta che avviò la costruzione dell’EUR; le Olimpiadi del ’60 che oltre al quartiere modello del Villaggio Olimpico, realizzarono le uniche opere pubbliche in una città, fino ad allora, riempita solo di palazzine, il Giubileo del 2000 che risolse molti problemi di mobilità urbana; ma anche pensando alla Esposizione di Genova del ’92, ai Giochi Olimpici Invernali di Torino del 2006, o all’Expo’ di Milano dell’anno passato, tutte città risorte dopo anni grigi, penso che, soprattutto per trasformare Roma, ci vorrebbe un grande evento. Perché purtroppo in Italia – e a Roma in particolare – solo con i grandi eventi arrivano risorse e si sconfigge la burocrazia.

Questo e molto altro ancora ci si aspetta da una amministrazione comunale e dagli assessori che si insediano con lo slogan di salvare Roma. Per ora conosciamo solo i nomi e il curriculum, aspettiamo di conoscere quello che faranno.

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Un impegno di base per Roma

Riporto per intero il testo (pubblicato su facebook da Emma Amiconi) con i contenuti del primo incontro pubblico del gruppo TUTTI PER ROMA, ROMA PER TUTTI. Il gruppo si è formato su facebook un paio di mesi fa ed è immediatamente cresciuto sull’onda del malessere che coinvolge tutti i cittadini di Roma per la inconcludente, pessima amministrazione Raggi.

Tutti per Roma

Pubblichiamo i punti principali dell’introduzione dell’incontro del 20 giugno, per chi non ha potuto partecipare o è arrivato troppo tardi per ascoltarla. Vi invitiamo a leggere questo testo, perché si tratta dei contenuti che stiamo condividendo e che vorremmo fossero alla base del nostro lavoro comune per Roma.

Roma, 20 giugno 2018
1. Chi siamo
Da una buona idea di un piccolo gruppo alla nascita di un comitato promotore.
6 donne, diverse fra loro per esperienze e campi di attività, che amano la città e non sopportano di vederla scivolare di giorno in giorno verso un irreversibile stato comatoso. 
Altri si sono aggiunti a noi, come primi firmatari del manifesto, altri lo stanno facendo in queste ore e stanno contribuendo a rendere possibili i primi passi. La riunione di oggi è uno di questi primi passi: vogliamo vederci e conoscerci, uscendo da facebook.

Stiamo provando a costruire un gruppo, una aggregazione, partendo dalla convinzione che i cittadini non sono sudditi o clienti dell’amministrazione pubblica, ma che la città è prima di tutto nostra, e noi vogliamo esercitare le nostre responsabilità fino in fondo, diritti e doveri. 
E quindi.
Siamo politici, perché pensiamo che la vita della città ci riguardi in prima persona, perché crediamo nella partecipazione democratica e nelle nuove forme in cui questa partecipazione, in tutto il mondo e da tanti anni, sta trovando modalità inedite e nuovi strumenti per esprimersi. E poiché sappiamo bene che partecipare non è una passeggiata, ma una delle prerogative del nostro essere cittadini, vogliamo anche rendere esplicito da che parte stiamo.

Siamo arrabbiati, perché il modo nel quale la città è amministrata non ci piace, non ci basta, non ci convince nemmeno un po’. Dopo due anni di vento del cambiamento Roma sembra un campo di battaglia, non una città rinnovata.

Siamo consapevoli, perché sappiamo bene che i problemi in ballo sono tanti, assai complessi e con radici profonde e antiche. Non ci illudiamo che i tempi per risalire siano veloci. Ma vogliamo ricominciare. Tra le molte cose da fare – a tutti i livelli – vogliamo contribuire a indicare priorità, programmi e scadenze, a breve, medio e lungo periodo.

Siamo realisti, perché sappiamo che né i partiti, né le forme tradizionali di rappresentanza democratica riescono più a dare piena voce e risposte credibili alle richieste e alle istanze che vengono dai cittadini, specialmente dai più deboli e dai più poveri, e constatiamo che disuguagliane e ingiustizie crescono sempre di più. Anche nella nostra città. Nessuno può farcela da solo, tutti possiamo fare qualcosa. Come minimo, ricordare che l’agenda delle politiche pubbliche deve includere capacità di accoglienza, tolleranza, tutela e promozione di diritti sociali e civili.

Siamo preoccupati, perché vediamo aumentare la distanza tra i cittadini e le istituzioni, l’affermarsi di forme di populismo arrogante e reazionario, l’illusione di risolvere tutto con un Like o con un tweet.

Siamo all’erta, perché quando prevalgono la delusione e il rancore si perde di vista l’interesse generale e vincono sempre gli interessi particolari o personali.

Siamo democratici e antifascisti.

Siamo già in contatto con tanti gruppi, comitati, associazioni che si muovono da tempo nella città e con loro cerchiamo e cercheremo di condividere informazioni, idee e obiettivi. Alcuni di noi ne fanno parte. Li stimiamo e non vogliamo sovrapporci alle loro iniziative: pensiamo altresì che la situazione romana sia talmente grave da richiedere la mobilitazione di tanti, dobbiamo diventare sempre di più. 
Quello che già esiste non basta. Troppi cittadini stanno ancora dentro casa, e invece la vita di Roma e il suo futuro sono anche nelle nostre mani. Fosse anche solo per contribuire con un gesto, un segnale, una proposta, una indicazione di impegno a favore di questa bellissima città nella quale non sta funzionando più nulla. 
Serve il contributo di tutti. Le intelligenze, competenze, idee ed energie che esistono vanno recuperate e portate alla luce. Imprenditori, commercianti, artisti e intellettuali, professionisti e artigiani, insegnanti, studenti, genitori, giovani e anziani, tecnici e operatori, giornalisti …. ce n’è per ognuno e ciascuno può fare la differenza. 
Dentro casa, per strada, durante tutto il giorno, in ogni luogo e circostanza. L’appello è rivolto anche a noi stessi, possiamo fare meglio e di più. 
Rialziamo lo standard minimo dell’educazione, del linguaggio, dell’attenzione a chi ci sta accanto e alla città nel suo insieme.

2. Cosa non siamo
Non siamo un comitato elettorale, nel senso che non siamo nati per costituire una lista civica. Potremo auspicarne la creazione, anzi ci auguriamo che questo accadrà, quando sarà il tempo, ma oggi non è questo il nostro obiettivo. Oltre tutto l’esperienza insegna, a tutti i livelli, che per amministrare servono competenze adeguate, non ci si improvvisa. Mai. Ma certamente andremo di porta in porta a scovare intelligenze e competenze nascoste, perché di gestire bene Roma Capitale qualcuno dovrà pur farsi carico.

Non siamo collaterali a nessun partito, non per disprezzo ma perché siamo altra cosa. Nessuno ci finanzia.

Non siamo superficiali, e quindi ci muoviamo con cautela, passo dopo passo, cercando di capire come e dove sia opportuno intervenire e come sia meglio organizzarsi.

Non pensiamo di poter fare tutto da soli, e quindi siamo aperti a collaborazioni, contributi e approfondimenti. Abbiamo bisogno di scienza e coscienza, abbiamo bisogno di studio, di metodi di analisi, di informazioni e di supporto da parte di esperti e di tecnici. 
Abbiamo bisogno di risorse materiali e immateriali.

3. Cosa vogliamo
Vogliamo qualificare la protesta e le proposte dei cittadini, organizzando le informazioni che stiamo raccogliendo in dossier tematici e ragionati. Una forma di monitoraggio civico, alimentata da noi tutti e condivisa con ricercatori, tecnici e professionisti. 
Sarà un Osservatorio permanente sulle emergenze, ma conterrà anche le proposte, i dati, le informazioni su come, altre metropoli, si sia riusciti a risolvere problemi analoghi. Sarà la base informata per proporre e ottenere cambiamento. Vogliamo che l’agenda pubblica della città riparta dai cittadini.

Ragioneremo e faremo proposte sui servizi pubblici di base (pulizia e raccolta dei rifiuti, strade e verde pubblico, mobilità e trasporti, anche seguendo le centinaia di segnalazioni che ci avete inviato), ragioneremo e faremo proposte sull’offerta turistica e culturale, sul commercio, sugli spazi pubblici, sui servizi e le politiche sociali. Su come interrompere l’emorragia delle imprese che abbandonano in numero crescente la città, togliendo posti di lavoro, opportunità di crescita, di ricerca e di innovazione; sul come rilanciare l’offerta commerciale che oggi è sempre più squalificata, su come intervenire nelle periferie, sempre più lontane e abbandonate a se stesse, sui livelli di assistenza sempre più insoddisfacenti.

Vogliamo risvegliare i cuori e le coscienze intorpidite, le abilità e le esperienze smarrite. 
Perché la nostra città ci riguarda! 
Richiamare i delusi e gli arrabbiati, farli tornare a vedere la bellezza di Roma, a credere nelle sue potenzialità disattese e avvilite ma ancora esistenti, a ragionare sull’armonia della convivenza civile, sull’importanza del buon uso del tempo, dell’esercizio del pensiero critico e della propositività. 
Rovesciare il processo negativo, riavviare un percorso che si è fermato. Sperimentare e inventare.

Vogliamo dire a chi ci amministra che è necessario, urgente, impellente un radicale cambio di marcia e di direzione. Non basteranno i milioni di euro di un governo amico per rimettere in sesto né il bilancio del comune né la vita della città, se resteremo in mano ad amministratori pavidi e senza progetti, senza visione e, a volte, supponiamo, senza amore. Sebbene sia stato necessario risparmiare, vorremmo sapere se e come sono state spese le risorse esistenti. 
Ci interessano, del resto, più che il monitoraggio sulla correttezza delle procedure o il processo alle precedenti stirpi di amministratori, la stima e la valutazione dei fatti e dei risultati ottenuti da chi è al comando ormai da due anni. Cosa è cambiato?

Le prossime tappe (vicine)
Affinare i canali di conoscenza reciproca e lo scambio di informazioni e notizie (schede rilevazione, gruppi di conversazione di oggi e poi altre iniziative analoghe successive).
Organizzare la manifestazione di settembre in Campidoglio, che dovrebbe segnare l’avvio della mobilitazione e della visibilità su larga scala del movimento Tutti per Roma. Dobbiamo essere migliaia.
Moltiplicare le firme al Manifesto. Cominciare a scrivere il nostro programma operativo e a strutturare l’osservatorio.
Mappare le disponibilità esistenti. Organizzare gruppi di lavoro tematici/territoriali.
Aprire e alimentare il sito web.
Organizzare iniziative locali di approfondimento.

I numeri
15.500 su facebook in 5 settimane e centinaia di post e di interazioni
3200 firme al manifesto in una settimana
Il sito web appena aperto.

I tempi
I tempi sono lunghi, ci vorranno anni per risalire la china. 
Ma il cambiamento va accompagnato e orientato. 
Per questo motivo, noi siamo all’opera già da oggi, insieme a chi vorrà partecipare a questa avventura entusiasmante. Siamo pieni di speranza, di coraggio e di passione, abbiamo testa e abbiamo cuore, siamo fieri di abitare in questa città. E’ nostra, prima di tutto, e sta anche a noi curarla, difenderla, riabilitarla e farla tornare a splendere agli occhi dell’Italia e del mondo.

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LUI, LEI, LORO e gli ALTRI

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Vorrei ricordare insieme gli ultimi film di Paolo Sorrentino e Matteo Garrone, Loro (1 e 2) e Dogman, non perché confrontabili, ma perché rappresentano due percorsi paralleli del grande cinema italiano. E’ indubbio che i due registi, quasi coetanei e appena sotto i 50 anni, siano riconosciuti a livello internazionale come l’attuale massima espressione del nostro cinema. Se sono imparagonabili i loro film, è altrettanto difficile poterli valutare rispetto ai grandi maestri del passato. Eppure mi sento di esprimere un concetto secondo una logica proporzionale commisurata alle relative differenze: direi che Fellini sta a Sorrentino, come Pasolini sta a Garrone. I primi accomunati dalla ricerca di una astrazione narrativa e formale sui paradisi terreni della classe dominante; i secondi dalla rappresentazione realista dei conflitti che attraversano le comunità in ogni tempo.

 Critica e pubblico si sono divisi sia su Loro che su Dogman: sul film di Sorrentino molte critiche e pochi elogi, su quello di Garrone l’inverso. In contrasto con la maggioranza delle opinioni, per me Loro non è il peggior film di Sorrentino, come Dogman non è il migliore di Garrone. Entrambi ci confermano come i grandi registi – ma anche i grandi artisti, architetti, scrittori, musicisti, ecc… – nella fase matura della loro attività si stabilizzino in un ambito creativo autoreferenziale, esprimendosi in un linguaggio personale che prevale sulla originalità delle idee.

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Ancora una volta Sorrentino tratta il tema del transito  alla vecchiaia. In questo caso la vecchiaia coincide con la caduta di un potere che ha uno spettro ampio: denaro, donne, consenso e politica. Il Berlusconi di Sorrentino è convinto che dominare tutti questi ambiti consenta di essere amato. E la sua sofferenza è quella di perdere un presunto amore. “Hai l’odore del vecchio” gli dice la giovane donna che lo rifiuta, nei giorni stessi in cui la moglie Veronica lo abbandona ed esplodono i suoi guai giudiziari. Così scopre che non è mai stato vero amore quello dei politici di sottobosco che lo assediano per chiedere favori, né quello di arrivisti tirapiedi che vogliono fare soldi o di giovani donne che aspirano al lavoro in TV o nel cinema. E che non è neppure reale l’amore di una moglie che si sente intellettualmente ed eticamente lontana. Berlusconi scopre di invecchiare nel vuoto.

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Penso che il film di Sorrentino anziché Loro, si sarebbe dovuto chiamare Lui e Lei, perché, soprattutto nella seconda parte, il cerchio della rappresentazione si stringe sul tramonto del rapporto di coppia, che diventa metafora del tramonto del leader politico. Il primo episodio del film, quasi interamente costruito sulla giostra di decine di veline seminude, che sembrano catapultate dalle trasmissioni Mediaset del “sesso per famiglie” mandato in onda la domenica pomeriggio, è sicuramente meno riuscito del secondo. Loro 2 è più articolato e, direi, più triste, con la bellissima sequenza finale che finalmente ci fa capire chi sono i veri “Loro”. Bene avrebbero fatto Sorrentino e produzione a rinunciare a molte ridondanze di sceneggiatura, realizzando un unico film. Forse l’esperienza seriale dello Young Pope di Sky ha incantato e condizionato il regista.

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Se Lui Lei e Loro appartengono al film di Sorrentino, gli Altri popolano il film di Garrone. Come il Berlusconi di Paolo Sorrentino è incarnato nel genio istrionico di Tony Servillo che lo ricorda molto poco, così la vicenda del canaro della Magliana per Matteo Garrone è solo lo spunto di una storia riscritta in una diversa location e sulla misura di un interprete di talento come Marcello Fonte. Il regista di Dogman ha modificato il paesaggio entro il quale si svolge la vicenda della cronaca nera romana: dalla cruda periferia della Magliana trasferisce il set in un luogo ancora più duro, il Villaggio Coppola di Castel Volturno, che gli è caro perchè già sperimentato con successo ne L’Imbalsamatore e Gomorra. Questo contesto rappresenta il massimo degrado di un luogo urbano. La scenografia del film è avvolgente e coinvolgente, buia anche di giorno, cupa nella sabbia terrosa, acida nei riflessi delle pozze d’acqua sull’asfalto, ansiogena nei silenzi e negli echi di rumori e grida. Ci ricorda gli scenari periferici di Botto&Bruno, ma senza la distanza che una invenzione artistica basata sul collage impone allo spettatore.

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In questo contesto casertano immediatamente riconoscibile, suona contraddittorio il dialetto romano dei protagonisti. Poi ci si accorge che è la sintesi (voluta) di due paradigmi cinematografici del cinema italiano sulla violenza metropolitana: il degrado fisico e quello culturale. Anche Pasolini ambientava i suoi film nel degrado della periferia; ma era il degrado di borgata, di un paese povero sospeso tra città e campagna, vittima di una guerra persa ma con speranze di futuro. Il bianco e nero della pellicola appiattiva i contrasti decantandoli in una visione letteraria, quasi poetica. Quello di Dogman invece è un degrado urbano frutto del malaffare edilizio e destinato a non cambiare. Chi lo abita, oltre che vittima, sembra esserne anche l’artefice connivente e responsabile. Se Accattone ed altri film di Pasolini si potevano inscrivere nel cosiddetto filone neorealista, Dogman allora è definibile come cinema iperrealista.

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Nonostante la grande regia di Garrone nel fondere lo spazio della narrazione con lo spazio urbano e la bravura degli attori – Fonte è grandioso – e al di là dell’apparato scenografico di qualità anche negli interni, il film non solleva grosse emozioni e non commuove nella ricercata lentezza in cui avviene il transito del protagonista dalla assoluta e ingenua mitezza sino alla ragionata ed efferata violenza.

 

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IRAN, immagini (Teheran, Persepoli e tombe, Shiraz, Kerman)

Una raccolta di fotografie (prima parte)

 

Teheran

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Persepoli e tombe

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Shiraz

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Kerman

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IRAN, immagini (Rayen, Deserto dei Kaloot, Caravanserraglio Zineddin)

Una raccolta di fotografie (seconda parte)

 

Rayen

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Deserto dei Kaloot

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Caravanserraglio Zineddin

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IRAN, immagini (Yazd e Isfahan)

Una raccolta di fotografie (terza parte)

 

Yazd

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Iran s-velata – 1°

parte prima: attraversando la Persia di oggi

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Meidan ad Isfahan

Arrivando in Iran e percorrendo le strade delle città colpisce la cura per la cosa pubblica: la carreggiata per le auto è conclusa da un doppio cordolo entro il quale scorre un piccolo canale di acqua di compluvio. Segue una aiuola fiorita e poi il marciapiede. L’acqua è preziosa in Iran e la rara pioggia viene raccolta e accompagnata sino fuori dalla città ad irrigare i campi coltivati. Proprio come accade nelle moschee, nelle madrase e nei giardini e come accadeva un volta con i canali sotterranei (quanat) scavati in profondità con il coraggio delle braccia e la precisione della trigonometria. Le strade, così, sono piene di fiori e ricche di colori di giorno, ma anche di notte, quando si accendono luminarie verdi, bianche e rosse che ripropongono il tricolore della bandiera nazionale. Le città, anche quelle più povere, anche nei quartieri coinvolti da mercati e bazar, sono tenute pulite; le splendide moschee restano aperte ai turisti che vengono accolti con garbo e simpatia.

IRAN

Gli 80 milioni di Iraniani sono un popolo gentile, forte di una grande tradizione culturale, ma rinchiuso entro confini caratterizzati da una difficile condizione geopolitica: ad ovest l’Iraq e la Turchia; a nord l’Armenia, l’Azerbaigian e il Turkmenistan; ad est l’Afghanistan e il Pakistan. Guerra e terrorismo la minacciano dall’Iraq e dall’Afghanistan; al di là del Golfo Persico Arabia Saudita, Emirati e Oman hanno forte consistenza sunnita e non sono considerati popoli amici; il traffico di droga l’attacca dall’Afghanistan, che produce il 90% dell’oppio puro di tutto il mondo.

Quella della droga è un guerra vera, lunga 35 anni, che causa la morte di circa 100 soldati  iraniani l’anno. I narcotrafficanti, armati di cingolati ed elicotteri, cercano di arrivare in Turchia e nei Balcani dove l’oppio viene raffinato e trasformato in eroina ad uso dell’Occidente. Dunque l’Iran non combatte la droga come pericolo interno (alcol e droga nel paese non sono un problema), ma per evitarne il transito diretto fuori dai suoi confini. L’ONU è consapevole dell’impegno dell’Iran contro la droga, molto meno i paesi occidentali, per quanto ne siano i destinatari finali. Ci è stato raccontato che un comandante dei pasdaran, stanco di perdere i suoi uomini, aveva proposto al governo di isolare i trafficanti accompagnandoli ai confini nord-ovest del paese. Una ipotesi subito esclusa, ma sintomatica del problema.

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ragazze in visita turistica

L’Iran è chiuso ed isolato non solo da una geografia scomoda (tra l’altro più della metà del suo territorio è fatta di deserto e montagne), ma anche da gran parte del mondo, che lo teme come unico paese del medio oriente che rifiuta l’egemonia economico-politica dell’occidente. Proprio in questi giorni Trump – perseguendo la sua forsennata politica internazionale – ha rotto l’accordo firmato da Obama sugli armamenti atomici riproponendo le sanzioni e Netanyahu ha aumentato la sua pressione raccontando di presunti armamenti atomici iraniani. L’Iran, anzi, la Persia, ha una storia di millenni, fatta da popoli e dinastie in guerra, assassinii e tradimenti moltiplicati da una mitologia tanto eroica quanto complicata. Ma secondo l’interpretazione sciita del Corano la guerra è giusta solo se in difesa (jihād difensivo). Oggi l’Iran, che tendenzialmente vuole dialogare con l’occidente, subisce minacce di guerra da Stati Uniti e Israele, ma anche da Arabia Saudita; minacce e sanzioni che non sembrano spaventare il paese, ma ne acuiscono l’orgoglio patriottico e religioso. Così la sensibilità per la propria millenaria storia insieme ad una fede religiosa spinta sino all’intimo delle coscienze, amplificata dall’isolamento territoriale, commerciale e culturale, determina un nazionalismo estremo, difficile da capire per noi cittadini d’Europa, pacificati nella controversa realtà dell’Unione Europea.

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una famiglia al parco

L’Iran, chiuso ad Occidente, si proietta commercialmente ad Oriente. Il futuro sembra essere il ripristino della “via della seta” da e verso la Cina e le Indie. L’Iran investe sul sistema infrastrutturale terrestre (autostrada e ferrovia) come su quello marittimo attraverso il Golfo Persico. Il sistema degli scambi commerciali e della loro gestione inevitabilmente condiziona le relazioni tra Iran e i paesi del Golfo in un complesso e contraddittorio gioco di alleanze e conflitti. Basti pensare al Qatar sunnita, strategico nel Golfo, che acquista armi dagli Stati Uniti, già alleato dell’Arabia Saudita insieme ad Oman e Yemen, ma oggi appoggiato da Russia Turchia e Iran.

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Persepoli

Ma rispetto alla cultura politica occidentale la questione più divisiva che emerge percorrendo l’Iran e incontrando esponenti del mondo culturale e religioso, resta il sistema islamico di governo, ovvero l’integralismo religioso. E’ una diversità profonda, lontana dal laicismo consolidato delle democrazie occidentali fondate sulla separazione tra potere temporale e potere spirituale; ma è una diversità anche di carattere teologico tra Cristianesimo e Islamismo: nella prima Dio si è fatto uomo assumendone forza e debolezza; nella seconda Dio è assoluto e trascendente. Così nella cultura occidentale l’etica esprime il suo valore anche nel libero arbitrio e nei limiti dell’uomo; al contrario nella cultura musulmana l’etica dell’uomo è incompiuta e solo quella di Dio, scritta nel Corano, è perfetta.

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Moschea del venerdì antica, Isfahan

In Iran ci è stata raccontata la “parabola dell’elefante” del poeta Gialal al-Din Rumi: “il governatore di una città comprò un elefante e lo mise all’interno di un palazzo spegnendo le luci. Poi chiamò i notabili della città e disse: – entrate nella stanza, toccate e ditemi cosa è – . Entrò il primo, toccò il piede dell’elefante e disse. – è una colonna! – . Poi entrò il secondo, toccò la proboscide e disse: – è un serpente! – .Quindi entrò un terzo, toccò le orecchie e disse. – sono tende! – Infine l’ultimo toccò la coda e disse: – è una fune! – Ognuno di loro ebbe una idea imperfetta e falsa dell’elefante; solo la luce, cioè Dio, ne avrebbe consentito una visione perfetta e reale. L’unica assoluta verità è quella di Dio”. Questo scrive il Corano e questa è la legge.

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Moschea Nasir ol Molk, Shiraz

Come sappiamo nel 1979 scoppiò la ribellione contro il regime dello Scia. La rivoluzione iraniana guidata da Khomeini, trasformò l’Iran da monarchia assoluta a repubblica islamica fondata su una costituzione teocratica approvata dal 99% dei votanti. Da allora l’Iran ha un parlamento eletto, un governo e un presidente cui è affidato il potere esecutivo, distinto dal potere giudiziario. Ma un religioso, un ayatollah sciita profondo studioso del Corano chiamato “Guida suprema”, ha il potere di veto sulle decisioni del governo, valutandone l’etica e la validità. Inoltre è il comandante in capo delle forze armate, ovvero ha il potere di decidere su guerra e pace. La “Guida suprema” viene nominata a vita dalla “Assemblea degli esperti” composta da 86 religiosi, studiosi islamici eletti a suffragio universale, che possono anche esautorarlo. A sua volta la “Guida suprema” nomina il “Consiglio dei guardiani” che lo assiste nel controllo del potere esecutivo sulla base della costituzione e delle leggi coraniche. Per noi occidentali questa non è vera democrazia. Ma è legittimo confrontare sistemi di governo maturati in contesti che hanno storia, tradizioni, religioni e culture profondamente diversi? (continua)

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Sala della musica, Palazzo Ali Qapu, Isfahan

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