
Oggi con Google satellitare è possibile guardare l’intero pianeta dall’alto, e proprio dall’alto mi appassiona guardare le città: quelle con i centri storici e le espansioni periferiche; quelle compatte e quelle dilatate; quelle diffuse nel territorio; quelle immerse nel paesaggio naturale; quelle sotto le montagne e quelle sul mare. Poi si scopre che, sempre, queste città hanno due volti, uno pregiato e uno trascurato e, quasi sempre, uno al centro e uno ai margini. È la testimonianza fisica di uno squilibrio che conosciamo bene e che si chiama “diseguaglianza”. La tempesta di guerre che in questi ultimi anni sconvolgono il mondo sembra originarsi anche da questi squilibri, colti come occasioni per consolidare il disequilibrio della “legge del più forte”.

Così, quando torno “con i piedi per terra”, e ripenso alla mia storia di architetto e docente, mi pongo una domanda: che valore assume la competenza specialistica per la trasformazione della città e-marginata? Ovvero, la responsabilità della forma urbana che non esprime bellezza, a piccola come a grande scala, è ancora quella che l’autorità consegna tradizionalmente nelle mani dell’architetto, affinché operi sulle ragioni dell’esistente e sulle convenzioni dell’abitare per arrivare al progetto di un impianto formale in cui tutto dovrebbe ricomporsi? Oppure, nel tempo della complessità, occorre mettere in discussione le proprie certezze in favore di un ascolto paziente, ponendo in primo piano i bisogni, ma anche le energie che un territorio può esprimere?

Senza rinunciare alle proprie responsabilità, l’architetto dovrà cambiare il modo di agire, rinunciando al progetto finito in favore di un “processo” aperto al territorio e al tempo.
