LA MESÍAS, un lungo film per non giudicare

Esistono film, o serie, che difficilmente escono nelle sale o nelle principali piattaforme commerciali, oppure vengono fatte uscire solo se si verifica un buon interesse di pubblico. Dunque, la serie spagnola La Mesías di due talentuosi autori e registi, Javier Ambrossi e Javier Calvo, presentata con successo nel 2023 al San Sebastian International Festival, io l’ho vista su Mymovies, sito web e piattaforma non sempre inclusa tra quelle a disposizione sulle smart TV.

Lo scenario che incombe sin dalla prima puntata è la catena del Monserrat, una cordigliera montuosa della Catalunya caratterizzata da rocce e pinnacoli incombenti, ma anche dalla misteriosa Madonna Nera conservata nel Monastero incastrato sul dorso della montagna. La cupa asprezza, quasi innaturale, del sito, insieme alla icona della Madonna, richiama turisti affascinati da mitologie e credenze che vanno da fenomeni accostabili agli UFO ad eccessi di fanatismo religioso, bene rappresentati da ritualità video-musicali, collegate sia alla cultura pop commerciale che ad una pacchiana, ma divertente, iconografia religiosa.

E da qui parte il film, sviluppando il racconto nell’arco di trent’anni. Una madre fugge da un compagno violento insieme ai due figli, poi si perde nelle difficoltà economiche e si prostituisce; nel tempo si sposa con un “fanatico” della fede e si pente, mettendo al mondo altre sei figlie femmine; ma cade nell’eccesso, praticando un fanatismo religioso secondo il quale solo la fede salva dai pericoli del mondo e impone agli otto figli il divieto di uscire di casa. I due più grandi, un maschio ed una femmina che hanno conosciuto la libertà, si ribellano. Ora sono loro, diventati adulti, i protagonisti che ricercano un difficile equilibrio tra diversi sistemi di vita.

La serie alterna tragedia e ironia, dramma e commedia, eccessi di libertà e di repressione, comportamenti privi di responsabilità e prove di vero affetto. I protagonisti passano da un comportamento all’altro, da un disvalore ad un valore e viceversa; la rappresentazione alterna realismo a surrealismo; una astuta invenzione di regia non utilizza col trascorrere degli anni gli stessi interpreti truccati, ma li sostituisce senza preoccuparsi di somiglianze, diversi come diverso è il loro comportamento; le numerose citazioni sono un imprevisto omaggio ai film di genere, dall’orrido di Poltergeist alla fantascienza di ET o di Incontri ravvicinati. Tutto questo spiazza completamente lo spettatore, cancella le certezze, apre al dubbio. Se nel lungo film  c’è una morale, questa va ricercata nel principio che la libertà dell’individuo viaggia su dimensioni diverse e personali alla ricerca della felicità. E non è legittimo giudicare.

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