Heimat, Genius Loci, Nonluoghi, Enclave

Umberto Cao

Intervento al convegno “Paesaggi, cartografie e architetture letterarie nel romanzo tedesco dell’Ottocento”, svoltosi a Roma, presso l’ Istituto Italiano di Studi Germanici (2010)

Volevo parlarvi di una questione che negli ultimi decenni ha visto posizioni diverse, di volta in volta divergenti o contrapposte, in una successione di continui ribaltamenti di pensiero. La parola chiave di questo dibattito intenso e contraddittorio è il concetto di “luogo”, che potrebbe avere le sue origini, indietro nel tempo, a partire dalla prima metà del XX secolo. E’ una questione che nasce proprio dall’incontro (o scontro) tra “spazio della natura” e “spazio dell’uomo”. Proviamo ad entrare nel merito secondo cinque punti.

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Arnold Boechlin, Isola dei morti

 

Heimat di ieri e di oggi: ordine della natura e spazio dell’uomo

Alle due estremità di un lungo itinerario temporale, che inizia ancor prima della seconda guerra mondiale in Germania ed arriva ai giorni d’oggi in molti altri paesi, si pongono fenomeni socioculturali diversi nelle dimensioni e – mi auguro – nelle conseguenze, ma non dissimili per contenuti: da una parte l’idea tedesca di Heimat, dall’altra quella di piccola patria, diffusa oggi tra le minoranze etnico-politiche di mezzo mondo.

heimat3Tra l’altro credo che quest’ultima sia proprio la migliore traduzione possibile della “Heimat” tedesca, un termine noto anche per merito della grande saga cinematografica di Edgar Reitz. Dunque, da una parte c’è il principio di identità contenuto nel concetto, che includeva la triade nazionalismo/cristianesimo/tradizione. Questo carico di contenuti immateriali si sarebbe scontrato presto con le energie materiali di un intenso sviluppo industriale e di una accelerazione del progresso tecnologico dei quali la Germania, nonostante la sconfitta della prima guerra mondiale, era prima portatrice in Europa. L’Heimat era un virus sociale e spirituale che tendeva a minare quel mondo massificato e meccanico al quale non si poteva rinunciare: due facce della stessa medaglia da cui prese origine il Nazionalsocialismo e tra le quali si sarebbe aperta la voragine della seconda guerra mondiale. Una contraddizione bene evidenziata dal conflitto, tutto interno al Nazismo, che si aprì tra il “Blut und Boden” di Richard Walther Darrè e l’ideologia industriale di Hermann Goering.
035 Park GermanistiDall’altra parte, più recentemente, abbiamo il fenomeno etnico-nazionalista bene noto nel dopoguerra in Italia a partire dalle questioni sudtirolesi e carsiche sino al fenomeno leghista di oggi; in Europa, il conflitto nord irlandese, l’autonomia catalana e quella corsica; nel mondo un nazionalismo che si tinge di credo religioso e precipita nel terrorismo. Torna la triade, rimodellata sotto forma di piccola patria (o tribù)/dio/famiglia. In mezzo ci sono tre quarti di secolo con molte differenze e qualche accostamento. In entrambe le circostanze è forte il richiamo alla natura vista in contrapposizione alla accelerazione tecnologica, che allora appariva come nemica in grado di risucchiare nelle metropoli la dimensione familiare della tradizione contadina. E’ lo scontro tra la cultura popolare e la cultura scientifica, tra la sfiducia in un progresso con molti pericoli e i sentimenti rassicuranti delle certezze quotidiane. Da qui è immediato il richiamo alla difesa della natura: è lo spazio dell’ecologia, che allora, nell’Heimat tedesca, era scienza alle prime e inconsapevoli istanze, oggi, nelle tante piccole patrie del mondo, è ideologia consumata come battaglia in difesa del proprio spazio abitato.

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Un passo indietro: alle origini della “ecologia”.

Il concetto moderno di ecologia era nato nella metà dell’Ottocento da due componenti, una artistica, l’altra scientifica: da una parte il paesaggismo romantico di Caspar David Friedrich e Friedrich Schinkel, dall’altra gli studi biologici di Ernst Haeckel, grande disegnatore di fiori ed animali.
Dall’eclettismo ottocentesco prende origine una prima “idea di luogo”, secondo la quale geografie e storie si incontrano negli addensamenti di scenari fantastici. Il paesaggio della natura rappresenta il contesto della rappresentazione, nella quale l’elemento costruito o l’uomo stesso costituiscono i fattori di maggiore caratterizzazione. Si definiscono così dei “luoghi”, ovvero degli spazi identitari e memorizzabili. In Caspar Friedrich la natura cattura i frammenti dell’opera dell’uomo (cattedrali o ruderi) o l’uomo stesso, solo e perso. Eppure è il rudere, il frammento di architettura, la figura umana che conferisce senso al “luogo”, in grado cioè di trasformare un paesaggio infinito in un contesto definito. Su questo stesso tema lo svizzero Böchlin avrebbe poi realizzato il suo capolavoro, l’Isola dei morti.010 Park Germanisti In Schinkel il tema è simile, ma si ribalta il rapporto tra natura e architettura: il “luogo” si definisce attraverso la presenza di architetture imponenti, coaguli di città ideali e misteriose, fatte di cattedrali, ponti, fortezze e altre mirabili opere dell’ingegno umano che “dominano” la natura. Qui l’uomo non è mai solo e mai fermo, sempre impegnato in manifestazioni o attività di vita collettiva: la città con le sue energie esce dalle mura e sconfina nel paesaggio: presagio di scenari futuri? La seconda componente di questa prima idea di ecologia attiene agli studi di scienze naturali di Ernst Haeckel, che nel 1866 usò per la prima volta questo termine e nel 1904 pubblicò una celebre raccolta di tavole che rappresentavano gli organismi vegetali ed animali (Kunstformen der Natur).014 Park Germanisti Haeckel era uno scienziato-filosofo, attento alla dimensione metafisica della conoscenza della natura, quindi più interessato a studiare le evoluzioni e trasformazione delle specie che le contaminazioni tra spazio della natura e spazio dell’uomo. Ma da un punto di vista figurativo le tavole di Haeckel anticipano le forme organiche dei grandi maestri dell’Art Nouveau, come Horta e Guimard, o di architetti visionari come Gaudi. Nell’immediato -siamo agli inizi del Novecento – Haeckel ebbe un grande estimatore in Rudolf Steiner, anche lui studioso di Goethe, che avrebbe sviluppato la componente ideologica del pensiero del biologo berlinese, arrivando a costruire quella sintesi natura-arte-spirito come fondamento del noto movimento detto “Antroposofico”. Steiner non era architetto, ma viveva intensamente il clima culturale del nuovo secolo e, affascinato dal clima culturale della “secessione” da una parte e del primo espressionismo dall’altra, volle trasferire le sue idee anche in architettura, realizzando il “tempio” del suo pensiero nel Goetheanum di Dornach in Svizzera.026 Park Germanisti Richard Ingersoll, studioso contemporaneo di architettura e città, in un articolo su Lotus n.140 (Questione ecologica in architettura, dicembre 2009), giustamente segnala il Goetheanum come una architettura non solo “funzionalmente spirituale”, ma ispirata direttamente alle forme della natura, una trasposizione in architettura di istanze che omaggiano il paesaggio costruito dall’uomo.

La sospensione dei luoghi: il neorealismo

Terminata la seconda guerra mondiale, pacificata l’Europa con il sacrificio della colpevole Germania, negli anni Cinquanta si dissolve – almeno per il momento – la retorica della “piccola patria”. Si torna a parlare di città, ma è la città europea ferita, che va pragmaticamente e rapidamente ricostruita.032 Park Germanisti E’ l’inevitabile oblio di una campagna e di una natura vissuta durante il conflitto come rifugio sicuro o territorio di resistenza, ma debole come alternativa per una rinascita economica. Si torna in città, che ora deve diventare metropoli, luogo di nuovi valori e di nuove energie produttive. La città europea sarà ricostruita, ma con quali identità? Quali saranno i caratteri della città del dopoguerra? Quali i suoi “luoghi”? Questo è lo scenario: da una parte l’urgenza della ricostruzione di case di abitazione, affidata in parte all’intervento pubblico, molto ai privati; dall’altra un dibattito culturale internazionale che considerava esauriti i grandi spunti della cultura mitteleuropea del primo Novecento e cercava nuovi percorsi. I maestri dell’architettura e dell’urbanistica moderna, ormai un po’ anziani, da Le Corbusier ad Aalto, da Gropius a Mies van der Rohe, con Wright nell’altro continente, insieme ai tanti valorosi epigoni delle avventure culturali del XX secolo, ebbero tutti un sussulto di innovazione nei loro percorsi figurativi.043 Park Germanisti D’altra parte era fortissimo il bisogno di allontanarsi dai repertori nazionalisti che sopravvivevano solo nella disorientata propaganda dei paesi filosovietici. Soprattutto in Italia, non si voleva più guardare ad un passato gonfio di retoriche populiste, di illusioni imperiali, di orgogli storici e reminiscenze classiche. Nell’opera di cancellazione di ricordi ingombranti e dolorosi ci si allontanava anche dalle architetture razionaliste e dai proclami futuristi.
Inoltre la presenza di un forte partito operaio (il PCI italiano) segnalava la necessità di recuperare la sostanza di valori semplici e condivisi fondati sul lavoro e la solidarietà: è la nascita della cultura neorealista che in Italia avrebbe trasformato la letteratura, il cinema e l’architettura. Dall’Italia si diffonde in Europa e nel mondo occidentale un linguaggio narrativo essenziale e robusto che racconta questa rifondazione culturale, i quartieri INA CASA diventano l’emblema dei nuovi luoghi della città ricostruita. Ma durò meno di vent’anni e vediamo perché.

 

Lo spirito dei luoghi: Genius Loci

Restiamo ancora in Italia. L’illusione della “città amica” che proteggeva la riscossa di una Italia sottosviluppata, piccola nel mondo e povera di risorse, si dissolveva man mano che il tessuto sociale si riconsolidava attorno ad una ricostruzione frenetica che anticipava la ripresa economica e la forte crescita industriale: era il “miracolo economico italiano”. La speculazione edilizia, la congestione urbana e l’inadeguatezza delle leggi urbanistiche, sin dai primi anni Sessanta, subito dopo le Olimpiadi romane, posero il problema di un adeguamento alle legislazioni europee nei processi di trasformazione urbana. Occorreva fermare “le mani sulla città” a partire dal recupero dei centri storici più famosi del mondo. Così finì il neorealismo:041 Park Germanisti in letteratura Pasolini, nel cinema Visconti, in architettura Zevi rileggevano la periferia come incubatore di solitudini e di violenze, portandoci altrove, nei territori del mito e della storia: dalla borgata di Accattone alle terre sacre del Vangelo secondo Matteo, dalla devianza familiare di Rocco e i suoi fratelli alla sfarzosa epopea del Gattopardo, dagli apprezzamenti per i nuovi quartieri Tiburtino o Tuscolano alle invettive di Italo Insolera per salvare la città dal cemento. Anche in architettura tornava, da protagonista, la storia. Gli studi urbani di Saverio Muratori e Gianfranco Caniggia a Roma, di Aldo Rossi e Carlo Aymonino a Venezia, insieme alla conquista di un nuovo sistema di tutela e recupero dei centri storici (ricordiamo i progetti per il centro storico di Bologna di Luigi Cervellati) riportarono negli anni Settanta l’attenzione degli studiosi sui caratteri dei luoghi e sui valori della storia della città. Nel 1979 fu pubblicato da Christian Norberg-Schulz “Genius loci”, scritto in più fasi a partire dagli anni sessanta e comunque fondato sul celebre saggio di Heidegger del ‘51, “Edificare, Abitare, Pensare”.981eab4f37804a634ee486bfbb97c82b_orig Il “luogo” o, meglio, lo”spirito del luogo” diventa la prima ragione del contesto che in questo caso riassume gli aspetti naturali come quelli antropici. Riprendendo la celebre metafora del ponte di Heidegger, Norberg-Schulz spiega che un “luogo” si caratterizza non tanto in virtù della bellezza o dell’equilibrio delle sue componenti naturali o artificiali, quanto attraverso la contaminazione di questo equilibrio causata da un evento singolare ed identitario: dato un paesaggio con un fiume, è il ponte, appunto, che, contrastando la separazione delle rive e lo scorrere dell’acqua, cattura e riunifica le sponde, definendo una identità. La cultura architettonica degli anni Ottanta, in Italia come in Germania e nella gran parte del mondo, si concentrava sulla storia delle trasformazioni urbane e sulla qualità di luoghi e spazi pubblici letti come permanenze, in una ossessiva pretesa di appartenenza e di rimandi tra modernità e tradizione (linguaggio post-moderno), che fece forte la cultura occidentale, fiera della sua storia e del suo passato.059 Park Germanisti In definitiva il contesto sotto forma di “memoria” e di “luogo” era al centro del dibattito, tanto che la ricostruzione della Berlino Ovest promossa dal Senato di Berlino all’inizio degli anni Ottanta divenne una grande occasione per chiamare a raccolta architetti da tutto il mondo sul tema dell’isolato urbano, inteso proprio come “memoria e luogo” del progetto di trasformazione della città costruita. Ma lo “scivolamento” verso le nostalgie era nell’aria e l’architetto non si può concedere nostalgie. Così, contemporaneamente, in tutto il mondo si cercavano nuove dimensioni della modernità, sezionando il Novecento, rivisitando i suoi valori, tornando alle profezie dei grandi maestri, da Sant’Elia a Le Corbusier, da Gropius a Mies van der Rohe. Era già partita la ricerca di una metropoli contemporanea costruita sulle nuove tecnologie e la grande dimensione. Mentre il rinnovamento culturale sull’onda del rinnovamento politico creatosi dopo la fine dei regimi autoritari, consentiva a molti paesi europei di seguire i nuovi percorsi del dibattito, avviando importanti esperienze di trasformazione urbana, la cultura architettonica italiana si trovò isolata ed in ritardo, ostinatamente aggrappata ad una intenzione di modernità mai consapevole, ingabbiata dai veti incrociati di una politica di conservazione e tutela paradossalmente mai portata a compimento.

La città oltre le mura: i non-luoghi

Nel frattempo le metropoli occidentali crescevano molto più velocemente della capacità della cultura architettonica e della politica di seguire, progettare ed attuare i cambiamenti. Il cosiddetto sprawl invadeva le campagne e i paesaggi attraversati dalle reti autostradali e ferroviarie. Contemporaneamente si sviluppava un turismo di massa che invadeva i centri storici delle grandi città trasformando i “luoghi” appena descritti in tanti apparati di spettacolo popolare.
064 Park Germanisti Nel 1992 l’antropologo francese Marc Augè pubblica Non-lieux (Non-luoghi), decretando la fine del concetto di “luogo” di heideggeriana memoria, e mettendo in evidenza i nuovi spazi collettivi della città contemporanea, che non appartenevano più alla città della politica o della storia, bensì alla dimensione globale della mobilità e del mercato.
Seguirono altri approfondimenti, sviluppati spesso con riflessioni intrecciate tra sociologi, urbanisti, architetti ed artisti, come quelli della rivista Gomorra, il cui primo numero uscì nel 1998, con lo slogan “il mondo si è fatto metropoli, fuori non c’è più nulla”. Ormai si discuteva di una metropoli non da vivere, ma da attraversare, si diceva “senza luoghi”, in realtà fitta di luoghi, ma senza genio: luoghi dell’attraversamento avvolti nel buio delle autostrade urbane, grandi scambiatori dei flussi, giganteschi contenitori del mercato e del consumo, gli unici catalizzatori in grado di fermare il movimento. Li abbiamo chiamati nonluoghi, li abbiamo descritti, fotografati, rappresentati ed interpretati. Abbiamo creato a loro somiglianza suoni, film, romanzi e tante storie. Poi sono nati i superluoghi della cultura di massa: musei, auditori, teatri, questi – si! – affidati alle grandi firme dell’Architettura: ha iniziato Koolhaas a Lille, poi Gehry a Bilbao, Piano e Zaha Hadid a Roma, Calatrava a Valencia, altri a Barcellona, Parigi, Londra, e moltissimi in America ed in Oriente. Sono i luoghi della bigness, fuori scala, non commensurabili, belli o brutti, perché, come dice l’architetto Koolhaas, con la grande dimensione gli edifici entrano in una sfera amorale, al di là del bene e del male.

Panorama 2Nel frattempo i luoghi nobili dell’incontro e dello scambio – quelli della “polis”, della dimensione “civile” dove si discute di attualità e politica, di cultura e di sport, di famiglia e di amori – sono stati succhiati dai media e risputati attraverso gli schermi TV. Per molto tempo i nuovi luoghi sono stati gli studi televisivi, reali, desiderati e inaccessibili, ma oggi scavalcati dalla fascinosa dimensione della rete, i social media, i blog come questo. Tutto virtuale, apparentemente aperto, in realtà solitario e claustrofobico. Il paesaggio è diventato immateriale?

Paesaggio contemporaneo ed enclave

In realtà, se è diventata immateriale la dimensione della politica, vicina ai bisogni reali solo quando si fonda su quei piccoli valori di cui parlavamo all’inizio (piccole patrie/dio/famiglia), il tema del paesaggio è tornato ad essere un problema realmente “materiale”, perché l’angoscia per la decadenza fisica dell’ambiente naturale (che diventa terrore quando si collega alla paura del terrorismo) ha riportato in primo piano proprio quel termine coniato 150 anni fa da Ernst Haeckel, ecologia.4b8d8648062212680f37e215ffad6dc2 Oggi il paesaggio non è solo una risorsa da proteggere e valorizzare, ma anche un invito ad una nuova geografia, ovvero alla necessità di considerare oggetto dell’osservazione non solo la realtà fisica ma anche tutte le componenti socioculturali che la determinano. Si possono discutere molte diverse accezioni del concetto di “paesaggio”, ma sarebbe sbagliato rinunciare al concetto di “visione”. Una visione diversa però, assai più ampia ed inclusiva, che non si modifica solo in relazione alle diverse tecniche di rappresentazione, ma anche in relazione ad un rinnovamento complessivo delle definizioni, degli ambiti di lettura, delle modalità di analisi e delle scale di progettazione.
Torre Tempera Una visione che, per restare nel campo dei riferimenti storico-visuali, potremmo spostare dal concetto di “panorama” al concetto di “panottico”. Se il “panorama” rappresenta una presa di conoscenza completa e unidirezionale, il “panottico” invece, come ci ricorda Benjamin, è “una forma dell’opera d’arte totale… pan-ottico: non solo si vede tutto, ma lo si vede in tutte le maniere” (R. Tiedemann, Das Passagenwerk, 1982). Un vero ribaltamento del punto di vista, che da statico diventa dinamico e  da centripeto diventa centrifugo: è la complessità spazio temporale il carattere distintivo del “paesaggio contemporaneo” e su questo concetto dobbiamo rimodellare la nostra osservazione.

Come architetto potrei dire che la creatività e l’esuberanza formale di tante opere di architettura contemporanea potrebbero essere già sufficienti ad allontanare l’atopia dei “non-luoghi” di Augè, ma il problema è un altro: le insicurezze e le paure impongono nuovi luoghi differenziati e protetti. Così dentro un paesaggio contaminato e complesso ci si rifugia costruendo enclave. Immaginate una visione geografica satellitare, alla Google Earth per intendersi, costituita da un caotico insieme di natura e artificio, un territorio uniforme e indistinto, “liscio”, come dicono i sociologi, e immaginate di avvicinarvi progressivamente: compariranno tante macchie, tanti ambiti definiti ed omogenei, fortemente connotati, che corrispondono a diverse condizioni di protezione: sono frammenti, gli enclave del degrado che proteggono il rom o il clandestino; gli enclave della devianza che proteggono il tossico o l’emarginato; gli enclave del benessere che proteggono il condomino borghese; gli enclave del mercato che proteggono il consumista; gli enclave della speculazione immobiliare che proteggono i giovani precari e i nuovi poveri. E molti altri ancora. Questi, forse, sono i veri luoghi, le identità, le tante piccole “Heimat” dello spazio dell’uomo contemporaneo.

Anselmi completo

Disegno di Alessandro Anselmi

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Informazioni su umbertocao

Architetto romano per molti anni impegnato a progettare e costruire, quindi professore universitario di Progettazione Architettonica a Roma, Catania ed Ascoli Piceno dove è stato anche Preside per molti anni. Si interessa non solo di Architettura, ma anche di Cinema, pratica la Fotografia e i Video. Riflette sull'attualità culturale e politica.
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2 risposte a Heimat, Genius Loci, Nonluoghi, Enclave

  1. Eugene Kupper Architect Prof Emeritus UCLA ha detto:

    The national identities of these “place theories” are very significant (as perhaps they SHOULD be, given the topic. Partick Geddes, Ian McHarg enter early. Lewis Mumford and Clarence Stein. Non-Place: Mel Webber, E Relph, – – – OH the list is now so long – YiFu Tuan, J B Jackson, EV Walters, etc. then Norberg-Schulz, Aldo Rossi, Gregotti, now Koolhaas and Co.. . . I have been a guilty participant from 1960 Berkeley onward. . . ROME finally should be the place where all this come home to roost.

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  2. umbertocao ha detto:

    Thank you for the attention. My paper did not be complete on the topic – and couldn’t in a blog. There is no doubt that all the names mentioned have offered important contributions on this. As it is true that I have the opportunity to find in Rome the concrete visibility of many thoughts. I would be very glad to read something you’ve written on the subject

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