Dove era, come era(?)

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Questa volta sono tutti concordi, a cominciare dal mitico Renzo Piano: i centri abitati di Lazio e Marche distrutti dal sisma del 24 Agosto vanno ricostruiti dove erano e come erano. E’ semplice – quasi ovvio – affermarlo, assai più complesso portarlo a compimento. Dunque, cosa significa ricostruire nello stesso luogo e con le stesse caratteristiche un piccolo centro storico raso al suolo? Che tipo di studi, progetti e interventi richiede? Quali possono essere i problemi e quali i tempi per avviare la ricostruzione? Sulla base di una esperienza condotta in ambito di convenzione  con l’Università per la ricostruzione di una piccola frazione del Comune dell’Aquila completamente distrutta dal sisma del 2009, proverò a tracciare un quadro degli interventi necessari. Eviterò di fare riferimento alle procedure amministrative stabilite per il sisma de L’Aquila (articolate nel dispositivo dei Piani di Ricostruzione gestiti dalla Struttura Tecnica di Missione), ma cercherò di enucleare la sostanza delle attività da svolgere. Eccole in 10 punti.

  1. Indagini della Magistratura e Struttura Tecnica. La magistratura ha posto sotto sequestro molte aree, e non solo quelle degli edifici pubblici. Ci saranno verifiche tecniche e indagini, perizie, giudici e avvocati. Dovrà anche essere costituita dal Governo una Struttura Tecnica con un Commissario alla ricostruzione. Passeranno alcune settimane. 
  2. Recupero dei beni. Gli edifici pericolanti andranno demoliti. Prima però occorrerà con grande cautela recuperare arredi ed oggetti personali di valore materiale e affettivo. Si cercherà ancora tra le pietre e passeranno altre settimane.
  3. Perimetrazione e Aggregati. Sarà necessaria una perimetrazione ufficiale dell’area interessata dalla ricostruzione, distinguendo tra distruzione e livelli diversi di danneggiamento. I centri storici sono un continuum di case accorpate. Impossibile che ogni proprietario gestisca la ricostruzione della propria singola abitazione. Occorrerà costituire raggruppamenti di proprietari in forma di consorzi, per gestire la ricostruzione di abitazioni tra loro aggregate. Ci potranno essere problemi amministrativi e interpersonali. I consorzi dovranno nominare i propri tecnici (architetti o ingegneri).
  4. Asporto macerie. L’area dovrà essere “ripulita” completamente dai resti dei crolli e ci sarà il problema ambientale della discarica di questi detriti. Sarà bene lasciare per quanto possibile la traccia a terra dei muri di fondazione e di perimetro. Ma il passaggio delle ruspe potrebbe rendere difficile il riconoscimento di confini e distanze. Passerà ancora del tempo.
  5. Documenti delle proprietà e rilievi. Saranno faticosamente reperite le documentazioni catastali con le particelle numerate. Impossibile, se non in minima parte, reperire le piantine allegate agli atti di proprietà. Quindi non si disporrà di alcuna documentazione reale dello stato delle abitazioni ante-sisma (a parte le foto su Street View, di Google). I tecnici nominati dovranno curare un rilievo dell’area cercando di ricostruire sulla carta almeno i perimetri a terra delle singole proprietà. Non sarà facile né veloce perchè la situazione proprietaria non sempre è continua da “cielo a terra”, ma spesso è costituita da alloggi che si sovrappongono ai diversi livelli.
  6. Piano Urbanistico. Il rilevo servirà anche per la redazione di un Piano Urbanistico di Ricostruzione (competenza del Commissariato alla Ricostruzione?) che riveda complessivamente l’assetto del centro abitato e fissi tempi e modalità della ricostruzione stessa. Nella ricostruzione dei centri abitati del cratere sismico aquilano questo è stato il punto dolente che ha causato appesantimenti burocratici e conflitti di competenza, quindi ritardi enormi. Mi auguro che questo aspetto venga semplificato il più possibile.
  7. Progetto sottoservizi ed edifici pubblici. Contemporaneamente dovranno essere riprogettate le reti e i sottoservizi: strade, piazze, fogne, reti idriche, elettriche, telefoniche, illuminazione pubblica, cablaggi, ecc… Quindi gli edifici pubblici come scuole, ospedali e chiese. Questo compito probabilmente spetterà al Commissariato alla Ricostruzione.
  8. Documentazioni abitazioni ante-sisma. Nel frattempo i tecnici dei vari aggregati dovranno ridisegnare piante, sezioni e prospetti ante-sisma di ogni abitazione e ricomporre le planimetrie intere di ogni aggregato di case. Come abbiamo detto, quasi sempre senza disporre delle piantine originali, ma basandosi essenzialmente sulla memoria e la credibilità dei proprietari, molti dei quali avranno realizzato superfetazioni od altre opere abusive. Saranno inevitabili, anche se in buona fede, le richieste improprie e le superfici in eccesso. Passeranno mesi prima di definire le planimetrie e le consistenze in metri quadrati ante-sisma di ogni aggregato di abitazioni e trovare l’accordo tra proprietari.
  9. Progettazione abitazioni post-sisma. Successivamente ogni aggregato di abitazioni dovrà essere riprogettato e disegnato completamente post-sisma (struttura portante, piante, sezioni, prospetti, dettagli, impianti, ecc…) dai tecnici incaricati, rispettando la localizzazione originale, le caratteristiche tipologiche, la distribuzione e i metri quadrati. Potrebbero nascere dispute e contestazioni. Ma, attenzione, la maggior parte delle abitazioni distrutte, costruite secoli fa e semmai solo riadattate, non rispondeva alle normative correnti: innanzi tutto la struttura antisismica che dovrà essere progettata con grande attenzione, poi anche le dimensioni minime degli ambienti, i rapporti di illuminazione e areazione, le altezze minime interne, gli accessi per disabili, il consumo energetico, ecc… Quindi se la ricostruzione si può fare “dove era”, sarà difficile farla realmente “come era”. Se non altro aumenteranno le altezze e le volumetrie, si modificheranno i materiali e le finiture, come anche si cercherà di migliorare la distribuzione interna. Passeranno molti mesi prima che i disegni di progetto possano essere completati ed approvati delle autorità tecnico-amministrative addette al coordinamento del programma di ricostruzione.
  10. Appalti, avvio lavori e finanziamenti. Ammesso che il finanziamento statale copra la ricostruzione delle abitazioni private e vada a buon fine, i finanziamenti saranno rivolti non al singolo proprietario ma ai proprietari aggregati in consorzio ed erogati solo ad appalto firmato, seguendo gli stati di avanzamento dei lavori. Ma i cantieri non potranno partire tutti insieme. Saranno prioritari gli edifici pubblici. Sarà necessario un efficace coordinamento dei lavori.

Se queste 10 attività, come mi auguro, saranno gestite nel migliore dei modi, con intelligenza, in trasparenza, senza inquinamenti malavitosi, senza conflitti politici e impedimenti burocratici, i tempi, da oggi all’avvio dei lavori di ricostruzione potrebbero essere contenuti tra i 30 e i 36 mesi. Ma certamente, come è spesso capitato, al di là dell’immediato coinvolgimento emotivo, con il tempo monteranno interessi professionali, imprenditoriali e politici, che, entrando in conflitto tra loro, potrebbero complicare le attività e ritardare anche di molto l’avvio dei cantieri. Dobbiamo augurarci che le figure professionali chiamate a lavorare abbiano caratteristiche di terzietà, come quella, ad esempio, che potrebbe garantire un Dipartimento Universitario. Ma qui il discorso diventa complesso aprendo una “querelle” di carattere giuridico, amministrativo e culturale della quale non desidero parlare in questa sede.

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Informazioni su umbertocao

Architetto romano per molti anni impegnato a progettare e costruire, quindi professore universitario di Progettazione Architettonica a Roma, Catania ed Ascoli Piceno dove è stato anche Preside per molti anni. Si interessa non solo di Architettura, ma anche di Cinema, pratica la Fotografia e i Video. Riflette sull'attualità culturale e politica.
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