Cosa sono venuti a fare?

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La fantascienza è un genere difficile, che non piace a tutti. Colpa probabilmente del suo scivolamento nel fantasy per i giovani, delle troppe guerre stellari e della frequente ripetizione di storie ed immagini già viste. La fantascienza diventa grande cinema non tanto quando racconta il futuro, bensì quando trasferisce in un futuro possibile gli interrogativi della nostra esistenza contemporanea. Le tre serie antologiche inglesi di Black Mirror uscite (In Italia su SKY) tra il 2011 e il 2016, lo confermano in pieno.

 Era stato così per il capolavoro della fantascienza, 2001, Odissea nello spazio (1968), sul rapporto tra uomo e intelligenza artificiale. Ancora prima, nel ricordo del conflitto mondiale, La guerra dei mondi aveva raccontato il terrore per un nemico invasore.

Alla fine degli anni Sessanta L’Uomo illustrato (da un racconto di Bradbury e con un magistrale Rod Steiger) aveva rappresentato la paura del futuro sulla pelle dell’uomo; e un altro capolavoro, Blad Runner, all’inizio degli anni Ottanta aveva descritto i conflitti di identità in una città disfatta, proprio mentre l’ET di Spielberg celebrava il tema dell’accoglienza.

E poi Solaris (1972) e l’ansia dell’inconscio; Alien (1979) e la paura per il male sconosciuto nel proprio corpo; Avatar (2009) e la purezza esuberante della natura; Gravity (2013) sulla solitudine e il ritorno a casa e Interstellar (2014) sui misteri del rapporto spazio-tempo.

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Arrival, un film di Denis Villeneuve uscito da poco in Italia, inizia dove 40 anni fa finiva Incontri ravvicinati del terzo tipo: l’accesso dei terrestri all’interno della nave aliena. Il racconto emozionante e lineare di Spielberg era interamente costruito sull’attesa dell’atterraggio della nave spaziale e sullo svelamento degli alieni. Arrival parte dall’incontro e sviluppa la sua tensione narrativa attorno all’interrogativo “da dove venite e cosa siete venuti a fare?”, che tiene sospesi sino alla fine.

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Non è facile parlare di questo film senza svelarne la storia e il senso, quindi, nel consigliarlo anche a chi non ama la fantascienza, mi limiterò a sottolineare la capacità della regia di evitare cadute negli eccessi degli effetti speciali o delle macchine volanti. La tecnologia del futuro viene rappresentata uniforme e minimalista, inserita in un paesaggio molto “terrestre” di valli e montagne, magistralmente accompagnata dalla musica e dai suoni. Gli alieni – è sempre molto difficile dare una immagine agli alieni – sono intravisti nella nebbia come in un sogno e opportunamente alternati ai ricordi lieti o dolorosi degli affetti familiari. L’incontro iniziale con gli alieni e la difficoltà nel comunicare accende prima ansia, poi interrogativi in attesa della risposta alla domanda “cosa siete venuti a fare” che arriverà nel finale.

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Informazioni su umbertocao

Architetto romano per molti anni impegnato a progettare e costruire, quindi professore universitario di Progettazione Architettonica a Roma, Catania ed Ascoli Piceno dove è stato anche Preside per molti anni. Si interessa non solo di Architettura, ma anche di Cinema, pratica la Fotografia e i Video. Riflette sull'attualità culturale e politica.
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2 risposte a Cosa sono venuti a fare?

  1. Antonio Soda ha detto:

    Molto curioso di vedere questo Arrival, sono un buon amante della fantascienza.
    Ti consiglio Minority Report film di Spielberg che senza’altro conoscerai tratto da un racconto di Philip K. Dick, autore di Blade Runner.

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  2. umbertocao ha detto:

    certo che ho visto Minority Report e mi è piaciuto molto. Non l’ho citato perchè nell’articolo mi ero orientato maggiormente ai film che pongono il problema degli alieni

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