Il tempo della vecchiaia, la pesantezza della responsabilità, il desiderio di leggerezza, l’angoscia della decisione, il rapporto con i figli, il conflitto tra passato e futuro, l’amore e il rancore, le ossessioni… tutto riconducibile alla domanda “di chi è la vita?”, tutto in un film.

Ne La Grazia c’è un solo protagonista, ma una moltitudine di invenzioni cinematografiche sospese tra reale e surreale, metafore e paradossi, dramma e ironia. Ho sempre pensato che sia molto difficile giudicare i film di Paolo Sorrentino: i suoi compiacimenti fotografici possono apparire ridondanti formalismi, le sue divagazioni involute “licenze poetiche”, i suoi personaggi stereotipi esistenziali; dunque, anche questo film potrà sembrare appesantito da una esibita autoreferenzialità. Ma il cinema d’autore è così: non solo soggetto, sceneggiatura e regia collegati da un unico pensiero, ma probabilmente tante invenzioni estemporanee, continue pulsioni creative che condizionano il film e lo costruiscono anche in corso d’opera.

La Grazia, come altri film di Sorrentino, va guardata più come una lunga performance emotiva che come un film con una storia; il suo baricentro è il dubbio, esasperato dalla responsabilità ai massimi livelli – in questo caso il ruolo di Presidente della Repubblica – da cui derivano destini e vite. Un dubbio che nasce dalla contraddizione tra il diritto sancito dalla sapienza del legislatore che guarda a distanza il “cittadino”, e la singolarità del proprio sentimento quando si avvicina alla “persona”. Ampliando l’orizzonte, questo dubbio dal punto di vista “umano” può coincidere con il conflitto tra ragione e sentimento, mentre dal punto di vista “politico” il conflitto è tra autorità e cittadino.

Ma va fatta una considerazione particolare. Sorrentino in altri film aveva messo in campo la politica (Il Divo e Loro, ad esempio), dove i protagonisti, rispettivamente Andreotti e Berlusconi, erano uomini di potere descritti nelle loro durezze e responsabilità, raccontando la loro parabola e la loro sconfitta con vicende lontane dal sentimento comune. Questa volta il protagonista non è identificabile con un protagonista reale, ma si identifica con una istituzione, peraltro fondamentale nella nostra costituzione, dichiarata con evidenza sin dai titoli iniziali. Il Presidente in questo film non appare come un uomo di potere, ma al servizio della Repubblica, non solo empatico, ma tale da mostrare valori, sentimenti, angosce e dubbi, nei quali ognuno di noi può identificarsi. E scusate se non è poco!

