C’è chi dice SI

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Da moltissimi anni sento parlare di riforma del bicameralismo perfetto e di semplificazione delle procedure parlamentari, richieste da tutti i partiti e moltissimi costituzionalisti.

Da molte settimane non faccio che leggere dichiarazioni di voto avverse al referendum costituzionale. Nello schieramento politico il NO è patrimonio di tutti i partiti fatta salva la maggioranza del Pd legata a Renzi e qualche frammento del centrodestra che appoggia il governo. I sondaggi dicono che vincerà il No.

Se Renzi non fosse stato Presidente del Consiglio, ma, come semplice Segretario del PD, magari consultando i suoi colleghi di partito meno giovani e dialogando con gli altri partiti, avesse appoggiato queste modifiche costituzionali, sono certo che il SI avrebbe stravinto, forse solo con l’opposizione di D’Alema, qualche anziano costituzionalista che avrebbe gradito essere parte di una apposita Commissione (ahi, ahi!), e pochi intellettuali in buona fede.

Dunque tutti contro Renzi: l’opposizione parlamentare in quanto poco interessata alla sostanza della riforma e pronta a favorire la caduta del governo; l’opposizione della minoranza PD e della Sinistra Italiana perché vuole cacciare Renzi che ostacola il loro spazio politico. Tutto questo indica un accanimento poco esaltante, che potrebbe già essere un buon motivo per votare SI.

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Ma, siccome, pure appoggiando le riforme di questo governo, riconosco i tanti errori (di carattere, di strategia, di coerenza) di Renzi, a partire dalla ostinata avversione alla generazione del PD che lo aveva preceduto, e siccome non voglio fare la parte di chi esprime un parere pregiudiziale da “tifoso” sulla riforma, cercherò di argomentare prima di esprimermi. Naturalmente non da esperto costituzionalista, né da militante politico, ma da semplice cittadino che si documenta.

E’ vero che i quesiti predisposti sulla scheda elettorale sono formulati in modo di favorire il SI e che sarebbe stato più corretto rendere più neutre le domande poste, ma la sostanza è giusta. Prendo allora in esame riga per riga i 5 quesiti riassumendo – mi sia concessa una certa approssimazione – le ragioni del NO e quindi esprimendo le mie.

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Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario.

Sono contrari alla eliminazione della parità legislativa delle due Camere due tipologie di pensieri: quelli che ritengono la Costituzione Italiana perfetta e tale da non dovere essere cambiata e quelli che ritengono le due camere paritarie una maggiore garanzia contro l’eversione ed il totalitarismo. I fautori del primo pensiero mi sembra mitizzino una “Costituzione scritta dai nostri padri” vecchia di settant’anni; il peso ideologico e alquanto retorico di questa argomentazione mi infastidisce perché esprime conservatorismo e stagnazione. Anche senza riconoscersi in pieno nella celebre frase di Thomas Jefferson, “ogni generazione dovrebbe avere il diritto di scriversi la propria Costituzione”, credo che lasciarla immutata nei decenni sarebbe come disconoscere l’esistenza stessa della storia. Coloro che invece vogliono conservare la parità delle due camere come scudo democratico mi sembrano veramente fuori del tempo: il fascismo è ormai lontano (resta come fenomeno culturale), ma basterebbe ricordare la nostra appartenenza all’Europa per escludere futuri guai autoritari; somiglianze con altre situazioni internazionali mi sembrano forzate. In realtà anche molti fautori del NO si dichiarano concordi nella eliminazione del bicameralismo perfetto. La riproposizione della seconda Camera (il nuovo Senato appunto) con compiti diversi (illustrati dettagliatamente e un po’ ampollosamente nel testo di legge) e orientati alle rappresentanze regionali mi sembra un dispositivo costituzionale ormai condiviso con la maggiore parte dei Parlamenti europei. A qualcuno sembra un meccanismo complicato? E’ anche frutto di un compromesso tra le forze politiche? Forse è vero, ma, appunto, nulla è immutabile e nel tempo si verificherà.

Il vero problema è quello di eliminare la spaventosa lentezza dei percorsi parlamentari con il continuo rimbalzo tra le due Camere. Alcuni esempi recenti scelti a caso dal web? Nella Legislatura passata La Legge anticorruzione ha impiegato quasi 4 anni prima di ottenere il sì definitivo. È andata poco meglio alla legge su Usura ed Estorsione, come a quella per lo Statuto delle imprese presentata da Bersani o a quella per il riconoscimento dei figli naturali, presentata da Rosy Bindi: tutte hanno impiegato più di 3 anni per essere approvate definitivamente. Oppure vogliamo ricordare la recente Legge Cirinnà, anch’essa ci ha messo 3 anni prima di concludersi, peraltro peggiorata nel passaggio da una Camera all’altra? O ancora la legge sulla Banda larga che pendola tra Camera e Senato già da due anni? Sono casi limite? Si, ma molti altri se ne potrebbero ricordare. E se vogliamo calcolare una media nell’attuale Legislatura con i Governi Letta e Renzi abbiamo le proposte del Governo – notoriamente celeri perché già maggioritarie – che vengono approvate mediamente in 3 mesi e mezzo, e quelle di Deputati e Senatori in più di sette mesi. Non mi sembra esaltante. Inevitabile poi il discutibilissimo ricorso alla fiducia per la loro approvazione!

In conclusione, a mio avviso, seicento rappresentanti del popolo (la Camera dei Deputati) bastano ed avanzano per proporre, discutere ed approvare leggi. Un Senato più leggero si potrà occupare delle questioni che riguardano gli enti locali e i rapporti con le disposizioni europee. Naturalmente resta il problema delle modalità elettive dei rappresentanti, ma è una questione che riguarda la legge elettorale che vorrei qui tenere separata.

 

La Riduzione del numero dei Parlamentari e il contenimento dei costi di funzionamento delle Istituzioni.

E’ un quesito implicitamente contenuto nel precedente e in genere condiviso dalla maggioranza degli Italiani. A questo, invece, i fautori del No rispondono che per eliminarlo sarebbe stato meglio cancellare completamente il Senato. Frase ad effetto ma non in buona fede. Da quanti anni si parla di ridurre il numero e i costi dei Parlamentari? E per quanto tempo i signori di Camera e Senato hanno fatto orecchi di mercante? E’ evidente che la riduzione e non l’eliminazione corrisponde ad un compromesso, perchè colpisce la pletora di figure che attendono nei partiti il loro tempo per accedere alla politica parlamentare. E non è un caso che i piccoli partiti ne siano i più convinti avversari. Non credo invece che con questo aspetto della riforma i costi di funzionamento delle istituzioni subiranno un forte ribasso. E’ giusta l’osservazione che per ridurre realmente questi costi si dovrà procedere con apposite leggi. Ma sarà dura!

La soppressione del CNEL

Anche questo quesito trova concordia tra quasi tutti i partiti. Il CNEL è un ente inutile che da tempo andava abolito, ma nessuno lo aveva fatto perché è imposto dalla Costituzione. Appunto, la “sacra” Carta Costituzionale! I 121 Consiglieri andranno a casa e si risparmieranno altri soldi.

 

La revisione del titolo V, parte II della Costituzione.

Con la riforma del 2001 fu garantita alle Regioni una più forte autonomia di carattere gestionale e finanziaria che spesso entrava in conflitto con disposizioni o leggi nazionali. Le Regioni sono state protette dal titolo V anche rispetto ad eccessi di carattere retributivo (vedi scandali di questi ultimi anni). In realtà anche su questo specifico punto esiste una sostanziale condivisione tra le forse politiche. Il governo Monti cercò di riformare il Titolo V, ma cadde prima di poterlo terminare. Nella passata campagna elettorale se ne discusse molto; il segretario del PD Bersani aveva sostenuto che la riforma del 2001 aveva prodotto risultati sbagliati e che era ora di cambiarla. Anche l’allora Presidente del Consiglio Enrico Letta aveva definito la Legge del 2001 un errore clamoroso “che paghiamo ancora oggi”. Addirittura le Lega non ne era convinta.

Personalmente credo che il forte decentramento amministrativo che la Costituzione affida alle Regioni, costituite, come sappiamo, oltre vent’anni dopo l’avvento della Costituzione stessa, non sia sempre un bene in uno Stato come il nostro nel quale il senso di appartenenza nazionale è debole, complicato da una classe politica che si proietta nelle elezioni degli enti locali come primo passo di carriera nel partito. La riforma prevede una nuova regolamentazione dei rapporti tra Stato ed enti locali e delle rispettive responsabilità Anche qui sono d’accordo sui primi necessari passi senza escludere verifiche e miglioramenti.

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In conclusione, la cosa che più mi stupisce è che su quattro dei cinque quesiti sostanzialmente non ci sono convinte opposizioni, né tra i partiti, né tra costituzionalisti od altri avversari. Resta certamente aperta la discussione da una parte su questioni di principio costituzionale, dall’altra sulla riforma del Senato. Molti assertori del NO chiamano in causa la legge di riforma elettorale già approvata da Renzi con voto di fiducia, e qui le cose si complicano, perché l’interesse dei partiti è molto forte. Ma è giusto collegare la riforma costituzionale con la riforma elettorale, facendo emergere quel “combinato disposto” che preoccupa tanto?

Devo ammettere che, se da una parte le due questioni dovrebbero essere tenute separate, dall’altra sul problema del Senato le due iniziative del Governo si intrecciano. Entrambe infatti vanno a definire carattere, eleggibilità e ruoli della seconda Camera del Parlamento, il Senato, nonché modalità elettive della prima, la Camera dei Deputati che resta unica Camera legislativa. 

E qui emergono le presunzioni di Renzi: essersi fatto condizionare dal successo (41% dei voti) alle Elezioni Europee proponendo una riforma elettorale di parte, in quanto costruita su una presupposta propria governabilità. Aveva iniziato bene, trattando la riforma elettorale con le opposizioni (solo Berlusconi, perché i Grillini restano sempre sordi alle proposte di concertazione politica); poi, complicatesi le cose, e modificato il quadro politico che diventava tripolare, Renzi ha voluto andare avanti per suo conto apportando solo piccole varianti e facendo approvare la legge con la fiducia. Ora è solo. Speriamo non sia tardi per modificare la legge elettorale rendendola più morbida nei rapporti tra maggioranza e opposizione. Nel frattempo la discussione sul referendum si sta radicalizzando in un confronto improprio tra favorevoli e contrari al governo Renzi.

Ma tutto questo non cambia l’indirizzo, positivo a mio avviso, della riforma Costituzionale per la quale, senza grossi dubbi, ma con molte speranze di cambiamenti positivi nelle attività legislative, voterò SI.

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Informazioni su umbertocao

Architetto romano per molti anni impegnato a progettare e costruire, quindi professore universitario di Progettazione Architettonica a Roma, Catania ed Ascoli Piceno dove è stato anche Preside per molti anni. Si interessa non solo di Architettura, ma anche di Cinema, pratica la Fotografia e i Video. Riflette sull'attualità culturale e politica.
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2 risposte a C’è chi dice SI

  1. susanna menichini ha detto:

    BRAVO UMBERTO hai fatto un lavoro egregio . Lo farò circolare in tutti i modi possibili .
    La conoscenza si dimostra ancora una volta essere il sale di una convivenza civile scevra da toni da tifoseria e da obiettivi politici di bassa “LEGA”
    susanna menichini

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  2. umbertocao ha detto:

    Grazie Susanna!

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