Come una mosca in una gabbia di elefanti

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Quasi esattamente cinquanta anni dopo quella giornata iconica del primo marzo 1968 a Valle Giulia che modificò il modo di “pensare a sinistra”, il 5 marzo 2018 ci siamo svegliati chiedendoci se la sinistra italiana esista ancora. Sia quella maggioritaria del Partito Democratico, sia quella alternativa nata attorno a Sinistra Italiana e fuoriusciti dal PD. Per rispondere alla domanda e indagare le ragioni della più dura sconfitta elettorale da quando esiste la Repubblica, si aprirà certamente un dibattito che sarà difficile e contraddittorio, perché ci vorrà molto tempo per capire cosa sia realmente accaduto e quali siano state le cause.

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Provo a elencare 10 questioni sulle quali si discuterà. Riguardano il Partito Democratico, ma non solo.

  • La presunta insufficienza delle misure di ripresa dell’economia e dell’occupazione dei tre governi di centrosinistra in questa legislatura (la prima dopo la crisi economica e il conseguente rischio di default economico-finanziario).
  • Le responsabilità di Renzi nella scissione del PD, nello scontro con i rappresentanti dei lavoratori, nella gestione del referendum costituzionale e delle campagne elettorali, negli eccessi egocentrici, in definitiva nell’avere gestito il partito in modo monocratico.
  • Le responsabilità dei dirigenti fuoriusciti dal Partito Democratico, mossi da ragioni personali più che da una diversa visione politica.
  • L’ideologismo di altre formazioni di sinistra che concepiscono il liberismo come un mostro da combattere e non un sistema da riformare.
  • Lo scollamento dal territorio della sinistra di governo, il problema del lavoro e dell’occupazione giovanile, in definitiva la difficoltà nel sanare le ingiustizie e combattere la povertà.
  • Il problema delle immigrazioni, prima sottovalutato, poi affrontato con energia, ma vittima di critiche sia da destra che da sinistra.
  • L’ambiguità di alcuni leader di centrosinistra nel campo della trasparenza e della correttezza istituzionale.
  • La gestione delle compensazioni economiche (“bonus”) presentate come regali e non come riconoscimento di diritti.
  • L’avere accettato lo scontro politico sul terreno delle denuncie vere o presunte di illegalità senza rendersi conto che una cosa è farle dalla opposizione e altra dal governo
  • La deriva politica internazionale – europea e non solo europea – nella quale quasi ovunque la sinistra perde a favore di destre e populismi.

Personalmente ritengo che tutte le questioni che ho elencato contengano, almeno in parte, la ragione della sconfitta. Ma se c’è una sconfitta c’è un vincitore. In questo caso i vincitori sono due: la destra a guida Salvini e il populismo a guida Grillo. Per quanto riguarda la destra (o centrodestra) il fatto nuovo è il successo della Lega, ma l’alternanza Destra-Sinistra è stata per anni – sinché è durato Berlusconi – la caratteristica della seconda repubblica. In qualche modo gli ultimi tre governi di centrosinistra ne sono stati il compimento.

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Diverso è il discorso sui Cinquestelle. Nonostante l’immobilismo della amministrazione Raggi a Roma e i problemi in altre situazioni locali, i Cinquestelle hanno ottenuto una grande vittoria elettorale. L’accanimento (anche eccessivo) degli avversari politici, ma anche di molti mezzi di informazione, contro le cattive perfomance grilline, sembra abbia ottenuto l’effetto opposto. Ci conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che il fine dell’elettore catturato al populismo non è sulle cose fatte o da fare in ambito di solidarietà sociale e interesse comune e neppure sulla coerenza ed onestà, bensì sulla possibilità di sostituire al cosiddetto establishment figure “diverse” nel rapporto con le istituzioni. Ci vorrebbe un approfondito studio sulla psicologia delle masse per capire quale livello di frustrazione porti milioni di elettori grillini ad esprimere indifferenza per tutto quello che è competenza e cultura, e addirittura rabbia quando competenza e cultura sono praticate nell’ambito istituzionale.

Si discuterà molto sui quasi undici milioni di elettori del Movimento Cinquestelle. Una minima parte corrisponde al voto ondivago, collegato a contingenze ed opportunità. Una parte consistente è costituita da elettori tradizionalmente di sinistra, delusi sia per la trasformazione post ideologica dei partiti che li rappresentavano, sia per l’efficacia dell’azione politica di centrosinistra che vedono annacquata e neoliberista. Alcuni sono quelli ideologicamente più strutturati, disposti all’avventura politica pur di contrastare il Partito Democratico che giudicano ormai di destra. Altri, afflitti da problemi di lavoro o sottoccupazione, hanno abbandonato il voto a sinistra perchè non si sono sentiti più rappresentati nelle incombenti difficoltà economiche; ne è la prova la sconfitta elettorale anche della lista Liberi ed Uguali che ha preso molti meno voti di quelli che prendevano le due componenti politiche che l’hanno costituita (Sinistra Italiana e fuoriusciti dal PD). Ma la maggiore parte dell’elettorato grillino è composto da giovani con problemi di lavoro, famiglie di reddito medio-basso che vivono in condizioni periferiche (in senso lato, territoriali od urbane) e piccoli imprenditori e commercianti che si sentono oppressi dalle tasse e dal “sistema”. Questo elettorato – non è un caso che sia distribuito soprattutto al sud – è un corpo elettorale culturalmente fragile e permeabile. Ed è su questo corpo elettorale che il Movimento costruito da Casaleggio e Grillo ha concentrato la sua azione studiata ed applicata con formidabili mezzi di comunicazione in rete.

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Lo strumento del web applicato scientificamente è l’arma letale del Movimento Cinquestelle. Consente di entrare in tutte le case, di dialogare singolarmente con milioni di persone, di incontrare e fare incontrare tra loro centinaia di migliaia di giovani, di facilitare sfoghi e discussioni, di creare illusioni. Persino di aprire le porte del potere politico con pochi voti di consenso. La misteriosa piattaforma Rousseau, il Blog di Grillo, ora anche il Blog delle Stelle, ma anche tutti i social con migliaia di pagine Facebook e Twitter, costituiscono una armata impressionante che polverizza qualsiasi altro mezzo di comunicazione. L’impegno della sinistra sotto campagna elettorale di incontrare gente nei gazebo in molti angoli della città, di presidiare le piazze in periferia e distribuire volantini, per quanto apprezzabile, fa sorridere. E’ come il volo di una mosca in una gabbia di elefanti.

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La voce del web che è partita da Grillo, Casaleggio e, oggi, anche dai leader Cinquestelle, ma si diffonde ed amplifica con milioni di voci, come un mantra urlato ha parlato di politici ladri, istituzioni malate, governanti affiliati alle banche, giornalisti servi del potere, intellettuali corrotti. Il linguaggio nei social è stato senza remore, esplicito nella volgarità e nell’offesa, volutamente scorretto. Le informazioni sempre portate all’estremo, talvolta false. E’ la pratica dell’odio, promossa, diffusa, moltiplicata. Ha colpito personalmente i rappresentanti delle istituzioni, soprattutto le donne; ma è penetrato anche nel privato del nostro smartphone. Talvolta il contagio si è trasmesso ad altri mezzi di comunicazione, la televisione ad esempio, attraverso giornalisti ed opinionisti d’assalto pagati per fare ascolto nei talk show. Non si è salvato neppure chi, subendo questo massacro, ha creduto di rispondere con le stesse armi, richiamando vere o presente colpe dell’avversario, perché ha sparato con una pistola ad acqua ed ha finito per fare il gioco dell’avversario.

Credo che questo aspetto della competizione politica dei Cinquestelle sia stato sottovalutato o messo in evidenza troppo tardi. La sinistra dovrà fare l’autocritica più dura e profonda della sua storia recente, ma non potrà omettere la considerazione che l’uso di massa, forsennato, cinico e talvolta violento degli strumenti di comunicazione del Movimento di Grillo-Casaleggio abbia non solo profondamente inquinato la società civile, il suo equilibrio e l’esito elettorale, ma si sia presentato come un pericolo per la democrazia. E ora chiedono aiuto per governare?

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Informazioni su umbertocao

Architetto romano per molti anni impegnato a progettare e costruire, quindi professore universitario di Progettazione Architettonica a Roma, Catania ed Ascoli Piceno dove è stato anche Preside per molti anni. Oltre alla architettura, si interessa di cinema, pratica la fotografia e i video, riflette sull'attualità culturale e politica.
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2 risposte a Come una mosca in una gabbia di elefanti

  1. stefano ha detto:

    E’ banale dirlo ma la perdita della capacità di interpretare la realtà attorno a noi è la ragione della sconfitta della sinistra. Sia di quella di governo che ha continuato ad elencare i prodigiosi risultati ottenuti nel campo economico, sia di quella cosiddetta massimalista (?) che, solo a tre mesi dalle elezioni, facendo ricorso a vecchie categorie politiche, ha costruito una lista politica candidando parte di quella stessa classe dirigente che per venti anni – e fino a ieri – ha comunque diretto il paese.
    Ecco, cercare di prendere i voti degli esclusi dalla globalizzazione, trattando gli elettori come se fossero degli idioti non ha funzionato e non è certo bastato il tardivo risveglio di qualche dirigente politico che avvertiva dell’arrivo “della mucca nel corridoio” a coprire l’incapacità delle classi dirigenti della sinistra a capire cosa stava accadendo.
    Il voto a sinistra o di sinistra non è più scontato come poteva esserlo una volta – adesso fuori delle fabbriche, quando sono ancora aperte, è sempre più difficile incontrare operai, più facile vedere finti imprenditori di se stessi che si illudono di mascherare la loro sempre maggiore subalternità e incapacità contrattuale lamentandosi non del proprio datore di lavoro ma dello Stato che gli fa pagare le tasse.
    Non essendoci più gli operai, non ci sono nemmeno più i sindacati e molti a sinistra lo hanno preso come un segno della modernità. Immagino sia questo il risultato atteso delle riforme del lavoro e dello stato sociale che ci ha chiesto l’Europa.
    Chi ha trasformato la scuola pubblica da strumento di cittadinanza a istituzione che seleziona per censo – vantandosene? Chi ha costruito le periferie urbane delle città sui terreni dei palazzinari o su quelli controllati della mafia, senza pensare ai servizi ed ignorando le esigenze delle persone in difficoltà? Chi ha concepito la crescita della società attorno alla centralità del consumo e della speculazione edilizia senza il minimo rispetto per l’ambiente e questo anche dove la sinistra era al governo di regioni e di città? Chi ha emesso debito pubblico per salvare le banche in crisi mentre diceva che non c’erano soldi per gli esodati o per gli enti locali affogati nei debiti e nelle buche stradali? Chi ha preferito distribuire qualche decina di euro a chi già aveva uno stipendio invece di investire quelle risorse in investimenti per opere pubbliche o per asili per facilitare l’aumento delle nascite?… per non parlare della sanità e del fatto che una larga parte della popolazione ha smesso di curarsi per mancanza di risorse. Chi ha governato per gran parte degli ultimi anni il paese, le regioni e i comuni?
    Allora con chi ce la vogliamo prendere se non vengono più votati non solo i partiti della sinistra ma nemmeno quelli della destra di governo?
    Credo sia interessante, per capire qualcosa di più su cosa sia successo, leggere questo articolo di LINKIESTA sull’andamento dell’indice di GINI sulle diseguaglianze che è tra l’altro pure abbastanza aggiornato e contiene le variazioni anche degli ultimi anni – è sorprendente la carta dell’Italia con le sue varie gradazioni di colore come può sovrapporsi a quella dei risultati elettorali.

    http://www.linkiesta.it/it/article/2017/01/19/redditi-in-italia-regna-la-disuguaglianza-e-non-e-colpa-delle-politich/32968/

    Perché meravigliarsi dunque se oggi il voto a sinistra viene inteso come il voto dei privilegiati, di chi è arrivato o di chi ce l’ha fatta. Di chi, di fronte alla crisi, si appella sempre ai sacrifici dei lavoratori e mai a quelli dei ricchi (guai a parlare di patrimoniale). Il voto a sinistra viene identificato (a torto o a ragione) con il voto a chi può fare il lavoro sporco, dalla Fornero, al jobs act, alle leggi che consentono ai banchieri di farla franca e ai correntisti di trovarsi sul lastrico. Di chi ha trasformato il mondo del lavoro in una giungla. Di chi ha consentito che il pareggio del bilancio fosse l’unico elemento di valutazione del sistema sanitario pubblico in ospedali dove, a pagamento, ti fanno le analisi subito, mentre se non puoi pagare ti fissano l’appuntamento alle calende greche. Vale la pena di sorriderci sopra con questo altro articolo sempre de LINKIESTA:

    http://www.linkiesta.it/it/article/2018/03/05/la-sinistra-crolla-ovunque-ma-ai-parioli-si-continua-a-lottare/37327/

    Ci siamo divertiti irridere quei parlamentari sgrammaticati senza avere mai avuto il coraggio di condannare i Kikkitesta di Capalbio disturbati dai “Vu cumprà”.
    Con chi ce la vogliamo prendere se, nonostante la sconfitta drammatica, qualcuno continua a pensare che se la sinistra fosse stata unita sarebbe cambiato qualcosa (credo in realtà che sarebbe stato anche peggio!) e qualcun altro continua a comportarsi da borioso arrogante, analizzando le sgrammaticature politiche e grammaticali “dell’affamato” senza avere, contemporaneamente, la capacità di valutarne “la fame” .

    In un paese decente i Bersani, i Fratoianni, i Renzi e i rosatelli sopravvissuti (fortunatamente Carbone è stato portato via dall’onda sanificatrice), farebbero bene a fare tutti un passo indietro così come chi diventa Presidente del Lazio con il 33% dei votanti, grazie solo al sindaco di Amatrice; non vedo proprio come possa ergersi a modello per il Paese e spero proprio che non lo faccia.

    Ho ripreso, rielaborato, personalizzato e implemento alcuni ragionamenti fatti da Daniele Leppe, un compagno di LeU, che ho molto apprezzato.

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  2. umbertocao ha detto:

    Ti ringrazio per avere letto il mio articolo e per avermi risposto con un tuo scritto che ho letto – mi sembra identico – anche su facebook. Similmente ti rispndo con lo stesso mio scritto di risposta su facebook:

    Stefano, sono d’accordo con te, ma solo in parte. A mio avviso ti manca una visione più generale – intendo non solo nazionale – dei fenomeni che hai individuato. Sembra che il globalismo, il liberismo, il mercato, la corsa ai consumi, i banchieri che la fanno franca e i correntisti in disgrazia, le diseguaglianze, le periferie malmesse, ecc… ecc… appartengano solo all’Italia e, come in un imbuto, scivolino tutti nella responsabilità della sinistra e in particolare di quella di governo. Certo, in Europa e nel mondo noi non siamo in testa nell’equilibrio sociale e nel benessere diffuso, ma non siamo neppure quel paese disperato e sottosviluppato che tu rappresenti. A parte gli errori specifici (compresa la sua frammentazione) del centrosinistra e della sinistra (di governo e di opposizione) che in parte condivido, la tua è una descrizione non solo dell’Italia, ma dell’intero mondo occidentale e delle sue contraddizioni, peraltro confermata dalla evaporazione della sinistra in quasi tutto il mondo. Per questo io credo in una sinistra riformista che operi all’interno di questo sistema liberista e globalizzato per ridurre le diseguaglianze e far crescere solidarietà e giustizia. Altre strade non ne vedo. Il tuo sfogo così resta senza speranza. Perchè da una parte rischia di apparire come un lavaggio di coscienza per il proprio benessere e dall’altra non ti consentirà altra via d’uscita se non quella di rifugiarti nei misteri della piattaforma rousseau.

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