ELOGIO DELLA COMPETENZA CIVICA

In democrazia “fare politica” non è patrimonio esclusivo dei partiti, ma un diritto – e un merito – di chi è consapevole della realtà e si sente parte di una comunità civica e sociale. In questi ultimi anni si sono formati sui “social” centinaia di gruppi su tematiche diverse, che possono essere una buona cassa di risonanza e documentazione. Molti sono di carattere “civico-politico”. Ma la rete social (Facebook, Twitter e simili) raramente esprime reali competenze e finalità di interesse collettivo, più spesso individua un obiettivo (un nemico?) e su questo scarica tensioni (e odio?). Il “social” spesso è una maschera dietro la quale la nostra cattiva coscienza “avatar” si nasconde. Il civismo può anche dibattere in rete, ma per portare avanti il suo impegno deve dichiarare la propria identità e scendere in campo sul territorio.

Come noto, ci sono ruoli diversi tra l’associazionismo civico e la politica di partito: l’associazionismo, in tutte le sue forme, segnala i problemi che nascono dal vissuto e dalle esigenze delle persone; la politica ha il compito di proporre soluzioni restituendole ai cittadini e attuandole. Questi due campi dovrebbero entrambi essere finalizzati ad un interesse collettivo, ma non universale, nel senso che possono essere interessi di una sola e specifica parte sociale. Il problema però è che quasi mai il campo civico e quello politico si incontrano e riescono ad operare congiuntamente. La crescente astensione elettorale ce lo conferma.

L’associazionismo è sempre più diffuso in questi anni. Può nascere su basi semplicemente civiche, ovvero di sensibilità rispetto alla propria condizione di cittadino nel rapporto con il potere, oppure su basi culturali, scientifiche, professionali o, comunque, su specifiche competenze. Dall’altra parte anche la politica, quella amministrativa ancor più di quella nazionale, ha bisogno di competenze. Queste appartengono quasi sempre a quel mondo della conoscenza che la propaganda populista ha definito negativamente come “casta” (università, ricerca scientifica, professioni, ecc…), ma che costituisce un patrimonio fondamentale come supporto delle decisioni politiche, soprattutto nel governo del territorio.

Però dobbiamo porre dei distinguo sul concorso dei cittadini per contribuire concretamente al raggiungimento dell’interesse collettivo, perché non è intrinsecamente portatore di competenze, così come non sempre è orientato ad un interesse collettivo. Il punto di vista del cittadino va bene come affermazione politica generale, ma nel momento in cui viene messo in pratica può evidenziare rischi e limiti: come il NIMBY (Not In My Back Yard), un concorso associativo di una comunità che agisce in nome di interessi individuali spesso contro l’interesse generale, come anche il NO a prescindere (no-tav, no-tap, no-vax, ecc…); oppure le associazioni (spesso di commercianti) che si oppongono ad iniziative in favore del trasporto pubblico (pedonalizzazioni, corsie preferenziali, piste ciclabili, ecc…) o in ambito rifiuti, quelle ambientaliste estreme, contrarie alla costruzione di impianti per chiudere il ciclo dei rifiuti; oppure, ancora, quando l’associazionismo, per quanto animato da buone intenzioni, crea conflitti tra gruppi diversi, ad esempio la distanza che si crea tra i difensori del verde naturale e i fautori della bicicletta e delle piste ciclabili in genere. Insomma, più in generale, spesso l’associazionismo di cittadini vede un problema specifico, uno solo, dimenticando che la città è un fenomeno complesso in cui è molto difficile affrontare i problemi separatamente.

Dunque, consideriamo la “parte buona” del campo civico impegnato in politica, e cioè associazioni e gruppi di cittadini che a partire da problemi generali si impegnano per obiettivi largamente condivisi. Come si rapporta la politica istituzionale con queste aggregazioni civiche? Quasi sempre mostra una doppia faccia: in tempo di campagna elettorale ascolta con attenzione critiche e proposte dichiarandosi disponibile ad accogliere idee e competenze esterne. Ma le cose cambiano subito dopo, quando la definizione degli “asset” segue la logica della ripartizione di incarichi (e premi) per coloro che hanno lavorato per la vittoria elettorale. Insomma, partiti e associazioni possono essere vicini per quanto riguarda valori e programmi, ma lontani quando si costruisce l’apparato di governo della città. Le eccezioni sono poche e il criterio dei “processi partecipativi” inseriti negli iter di approvazione di delibere e progetti sono un pannicello caldo steso a cose fatte, peraltro spesso utilizzato non per collaborare al perfezionamento del progetto, ma come occasione di conflitto politico.

Allora come agire? Ecco allora che torna in gioco la “competenza” come arma per conquistare spazio nella politica istituzionale. A mio avviso il gruppo o l’associazione civica, con la sua capacità di sintesi e con le conoscenze che possiede al suo interno, deve occupare lo spazio vuoto, la distanza che c’è tra cittadinanza e politica istituzionale. E cioè raccogliere le istanze di base che emergono dal territorio, verificarle e studiarne le soluzioni; quindi trovare il modo di trasferirle alla politica istituzionale. Ma la competenza non deve mostrarsi autoritaria e apodittica, al contrario deve sapere illustrare i problemi e il loro intreccio, ascoltare le ragioni di un eventuale dissenso e svolgere un ruolo maieutico. È quello che quasi mai fa la politica dei partiti, sempre ossessionata dal consenso elettorale.

sul tema vedi su questo blog l’articolo NON-ÉLITE vs ÉLITE,

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