Verso quale città?

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George Grosz, Metropolis, 1916

Questo testo rielabora un intervento di presentazione del ciclo di incontri Nutri_Menti, organizzato nel marzo 2017 a Roma nel barcone sul Tevere della Società Romana Nuoto , congiuntamente dalle associazioni culturali Laura Lombardo Radice e Il sogno di Roma

Molte discussioni sul destino urbanistico delle città, come, ad  esempio, quella che si è accesa in questi mesi a Roma a seguito della vicenda dello Stadio di Tor di Valle, penso siano riconducibili ad un diverso rapporto che si può avere rispetto alla modernità, che alcuni, erroneamente, vedono in contrapposizione con la salvaguardia dei valori consolidati di una città storica.

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Tornando indietro alla metà dell’Ottocento, mi piace ricordare il concetto di modernità espresso da Baudelaire (saggio del 1863, “Le peintre de la vie moderne”): La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’immutabile. […] Affinché ogni modernità acquisti il diritto di diventare antichità, occorre capirne la bellezza misteriosa  che la vita umana vi immette.

Per il poeta francese è proprio la metropoli, sia con i suoi aspetti immateriali, e cioè la qualità della vita, sia con quelli materiali, ovvero le sue forme costruite , il luogo in cui la modernità, nel bene come nel male, si presenta con evidenza.

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Gli architetti del CIAM a La Sarraz, 1928

All’inizio del Novecento, con lo straordinario rinnovamento delle arti, aveva preso corpo anche un nuovo modo di intendere l’urbanistica. Nel 1933 gli architetti, che si riunivano periodicamente nei Congressi Internazionali di Architettura Moderna (CIAM), scrissero un manifesto – La Carta di Atene – che definiva i caratteri fondamentali della città moderna per valorizzare la qualità dell’ambiente e della esistenza umana. La città infatti non sarebbe più stata costituita da case allineate lungo le strade e da piazze con edifici pubblici come era stata pensata per secoli; bensì suddivisa in zone monofunzionali (residenziali, lavorative, ricreative, a verde e sport, ecc…); la viabilità non sarebbe stata più su un unico livello, ma differenziata in quote diverse separando la circolazione pedonale da quella veicolare e da quella ferroviaria.

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Questi criteri, eversivi rispetto al passato, nella prima metà del XX secolo portarono buoni risultati nelle città dei paesi europei allora più avanzati (Olanda, Germania, Austria…) ove nacquero quartieri di grande qualità architettonica e sociale (L’Amsterdam Zuid; i nuovi quartieri della Francoforte di Ernst May,

008 Nutri-Mentiquelli di Berlino di Bruno Taut e gli Höfe di Vienna). Le stesse idee invece rimasero sulla carta quando si tentò di trasferirle nella grande dimensione di parti urbane o di intere città di fondazione. Ci sarebbero riusciti solo Le Corbusier e Niemeyer, ma più tardi, dopo la seconda guerra mondiale e fuori Europa, con risultati peraltro discutibili.

Attorno alle esperienze europee, soprattutto a partire dagli anni Venti si sviluppò una grande fiducia nello sviluppo della tecnologia e nel progresso accompagnata da conquiste civili e sociali.

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L’Esposizione Universale 1942, Roma

In alcuni paesi le esperienze moderne arrivarono più tardi. Tra questi l’Italia. Nonostante anche da noi ci fossero grandi architetti, l’architettura e l’urbanistica moderna trovarono con il Fascismo prima difficoltà, poi consenso, poi ancora una declinazione monumentale. Ma in Italia la città moderna fu percepita sin dall’inizio come contrapposta alla tradizione della città storica.

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Poi c’è stata la guerra, la guerra fredda, un nuovo urbanesimo, la rivoluzione digitale, l’inquinamento ambientale, il terrorismo, la crisi economica, le diseguaglianze in crescita, le immigrazioni, ecc… Scienza e tecnologia non sono più viste come progresso ma come pericolo. Ogni cambiamento spaventa: è scomparsa la grande fiducia nella modernità.

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In Italia a questa condizione planetaria si aggiunge la grande insoddisfazione per la condizione della città. Prima con la spinta del “miracolo economico”, poi con la cattiva politica e la corruzione e nonostante i richiami della parte più sensibile della cultura urbanistica italiana, le città italiane – soprattutto le grandi città –  sono cresciute male, compromettendo sia i beni architettonici che quelli ambientali. L’espansione urbana proliferava all’esterno dei perimetri urbani invadendo il paesaggio: era lo sprawl, la città diffusa, la conurbazione incontrollata del paesaggio.

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l’urbanizzazione diffusa vista di notte dal satellite

Certamente la decadenza di Roma è l’effetto di una politica inadeguata, del malaffare e del clientelismo. Ma sarebbe semplicistico fermarsi qui. Occorre sfatare il valore salvifico dello strumento urbanistico del “Piano Regolatore”. Il P.R.G. è lo strumento previsto dalla legge che pianifica lo sviluppo e la trasformazione della città in ambito edificatorio, di tutela, di servizi e di infrastrutture. A Roma è nato 150 anni fa, nel 1865, prima ancora che venisse completata l’unità d’Italia.

Ma, da una parte, sono diventati inadeguati i due strumenti fondamentali su cui poggia un P.R.G. La zonizzazione; e cioè la suddivisione del territorio in zone con una unica destinazione d’uso; questo vuol dire che ogni area può essere o solo residenziale, o solo a servizi pubblici, o solo direzionale ad uffici. Il risultato è affollamento e caos di giorno, e deserto e abbandono di notte, o viceversa. La normativa tecnica; e cioè la predeterminazione di cubature e vincoli solo quantitativi, che affidano a fasi successive e quasi sempre ai privati la restituzione architettonica finale,e, quindi, la qualità.

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Dall’altra, soprattutto a Roma, l’attuazione dei P.R.G. è stata ostacolata e talvolta bloccata da continue varianti, dovute a tre fattori: la speculazione edilizia, ad opera di società immobiliari e dei cosiddetti palazzinari romani; l’abusivismo dovuto alle immigrazioni urbane del dopoguerra, prima tollerato poi sanato quando ormai i danni erano fatti; l’invisibile, ma sostanziale, variante nelle destinazioni d’uso, edificio per edificio o appartamento per appartamento, che ha trasformato illegalmente in aree per uffici le aree residenziali centrali (dentro e fuori dalle Mura Aureliane), creando caos di viabilità e parcheggio.

E’dunque tramontata l’utopia urbana del XX secolo senza che si sia consolidata una visione alternativa, una nuova modernità. Ma demonizzare l’intervento privato presupponendo una contrapposizione insanabile tra l’alleanza della politica con il capitale da una parte e la lotta per i diritti urbani dall’altra, significa, di fatto, conservare lo stato di fatto, lasciando campo libero alla speculazione. E’ una illusione pensare di redimere la città solo combattendo la rendita.

Arroccarsi su questa posizione di principio, come accade ad alcuni intellettuali che, dietro l’alibi della tutela e dell’interesse pubblico, nascondono una visione conservatrice se non addirittura reazionaria della città, significa confondere le necessità con i fenomeni. Secondo loro la modernizzazione sarebbe il male perchè coinciderebbe con il degrado; le nuove articolazioni del sistema di imprese sarebbero il male perchè coinciderebbero con la corruzione; gli interventi di trasformazione urbana sarebbero il male, perchè impedirebbero un disegno equilibrato della città.

Una conseguenza di queste posizioni è che il dibattito si è riempito di terminologie improprie. Definire ogni ipotesi di trasformazione urbana una “colata di cemento”; le grandi opere uno “spreco”; tutti gli edifici sviluppati in altezza “ecomostri”; la modernità come “decadenza”; l’accordo con i privati un nuovo “sacco di Roma”; e gli architetti come i “primi responsabili” delle brutture delle città; oltre ad essere di cattivo gusto, crea solo confusione tra ciò che è giusto o sbagliato e tra ciò che è legittimo o illegittimo.

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In una condizione di forte crisi e con tanti dubbi, oggi, con qualche approssimazione possiamo sintetizzare così i punti di vista sul futuro delle città:

040 Nutri-MentiUn primo pensiero fa riferimento a grande scala ad una riforma degli strumenti urbanistici per il governo del territorio, e a piccola scala alla riduzione delle prospettive di trasformazione fisica delle città (decrescita urbana). Questa strategia, forte di contenuti etici e sociali, punta prioritariamente sull’intervento pubblico, rischiando di arenarsi di fronte alle difficoltà finanziarie delle amministrazioni locali.

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Un secondo pensiero punta a trasformare la città diffusa in una megalopoli reticolare. Questa strategia si adatta alle grandi conurbazioni puntando su una doppia rete di mobilità: quella materiale costituita dal sistema delle infrastrutture (ferrovie, viabilità privata, percorsi d’acqua, ecc…) e quella immateriale costituita dalle reti informatiche che consentano telelavoro e comunicazione a distanza. Ma, al momento, questa ipotesi sembra confinata in campo teorico ed accademico.

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Un terzo pensiero, quello che oggi raccoglie più consensi, punta a ricreare ottimali condizioni ambientali trasformando le città in “smart city”. Le interpretazioni di questa definizione sono varie. Si va dalla eliminazione del sovra consumo energetico accompagnato dall’impiego di materiali ecologici, sino alla messa in campo di una città in cui tutto, dalla viabilità alla singola abitazione, è governato dal computer. E’ un concetto sfumato ed ambiguo che spesso entra nella propaganda di operazioni immobiliari per incrementarne i profitti.

Ma allora, come intervenire? Come controllare le trasformazioni edilizie, ad esempio, su Roma oggi? Vi espongo un’idea che non è solo mia (cfr, di Marco Pietrolucci, Verso la realizzazione di microcittà di Roma) e che dovrebbe essere sviluppata e verificata. Considerando l’inattualità di una visione unitaria, occorre pensare ad una città divisa in parti. Immaginiamo di suddividere il comune di Roma (che occupa una superficie di oltre 1.000 Kmq) in parti circoscritte (i Municipi, ma non solo), e di gestirle come microcittà integrate funzionalmente e socialmente attraverso un progetto urbano che limiti il consumo di suolo sfruttando aree degradate o abbandonate.

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Queste microcittà dovranno essere raccordate tra loro da un sistema di relazioni urbane composto di diversi livelli, anche indipendenti l’uno dall’altro:

una rete infrastrutturale che costituisca la struttura portante dell’intera città, privilegiando la mobilità pubblica;

un sistema del verde, che possa creare una rete di percorsi ciclopedonali, ma anche di aree attrezzate per lo sport e lo spettacolo;

un sistema museale diffuso, che espanda il turismo alle presenze archeologiche e monumentali lontane dal centro, ma che non abbia come poli solo i grandi musei ma anche molti MAAM;

un sistema per il tempo libero che eviti concentrazioni, e includa aree periferiche già provviste di polarità per lo spettacolo, la musica e lo svago.

un sistema per l’assistenza sociale e la sanità organizzato secondo i diversi livelli di competenza e specializzazione

un sistema della cultura e formazione, dalla scuola superiore alle sedi universitarie, ma che includa anche centri culturali autogestiti, biblioteche, mediateche, ecc…

un sistema dell’incontro e della integrazione sociale che abbia polarità nei grandi spazi aperti sia centrali che periferici

La speculazione e il malaffare, a mio avviso, oggi si combattono anche entrando nelle logiche di una nuova modernità, con una politica forte e con amministrazioni locali in grado di promuovere l’intervento pubblico ma anche di gestire e vincere l’inevitabile confronto con il privato.

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Informazioni su umbertocao

Architetto romano per molti anni impegnato a progettare e costruire, quindi professore universitario di Progettazione Architettonica a Roma, Catania ed Ascoli Piceno dove è stato anche Preside per molti anni. Si interessa non solo di Architettura, ma anche di Cinema, pratica la Fotografia e i Video. Riflette sull'attualità culturale e politica.
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4 risposte a Verso quale città?

  1. la smart city…è troppo smart!….ciao da roberto di bluesdiperiferia.wordpress.com

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  2. umbertocao ha detto:

    Sì, troppo smart o troppo fool!

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