Densificazione urbana

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Sono passati 11 anni dalla Mostra “Città Architettura e Società” diretta da Richard Burdett alle Corderie dell’Arsenale nell’ambito della Biennale di Architettura di Venezia del 2006. Nella sua introduzione al catalogo, lo studioso inglese ricordava che ormai il 50% dell’umanità viveva nei grandi agglomerati urbani e che secondo le Nazioni Unite questa proporzione avrebbe raggiunto il 75% entro il 2050.

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In una delle sale delle Corderie campeggiavano totem che riproducevano visivamente il fenomeno della densità edilizia nelle principali metropoli della mostra. Se dovessimo sintetizzare all’estremo il fenomeno della urbanizzazione contemporanea, potremo definirlo un contrasto forte ed irreversibile tra diffusione e densità: sprawl fuori dalle metropoli e densificazione dentro. Ovviamente è una deriva che preoccupa sia per la erosione del paesaggio, sia per l’accumulo edilizio nelle città. In entrambi i casi ne soffre l’ambiente, il consumo di energia, la mobilità, e in particolare la condizione di vita nelle sacche periferiche e degradate dove sono evidenti i segni materiali del disagio sociale. Così la sperequazione tra benessere e povertà nelle metropoli finisce per essere ben visibile proprio nelle aree di confine tra bassa e alta densità, due enclave confinanti.

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Il 6 maggio di quest’anno, Burdett nel MAXXI di Roma, svolgendo la lezione Progettare la Open City, la Londra post Brexit, ha ripreso ed aggiornato alcuni concetti della mostra del 2006 finalizzati ad illustrare i fenomeni di trasformazione urbana nella Londra di questi anni. Gli studi presentati escono ancora dalla London School of Economics dove Burdett insegna da anni Architettura e Studi Urbani. Sono quindi considerazioni che nascono in un contesto scientifico in cui la città e l’urbanistica vengono studiate in stretto rapporto con l’economia e l’investimento finanziario. Di conseguenza il liberismo ed il mercato globale sono considerati inevitabili strumenti delle trasformazioni urbane. Non c’è spazio per remore ideologiche, mentre l’utopia si orienta ad un salvifico incontro tra capitalismo e ambientalismo.

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Burdett affronta il problema della densificazione urbana a Londra. Scrivo queste considerazioni stimolato dalla sua lezione, perché Londra può essere letta come un laboratorio di rigenerazione urbana nel quale i fenomeni delle trasformazioni vengono guidati da poche rigide regole, dettate da una politica locale forte in grado di orientare e vigilare sull’intervento privato. Situazione molto lontana dalle grandi città italiane (escludendo Milano), laddove la densificazione, lo sviluppo edilizio in altezza e le responsabilità lasciate all’investitore sono considerate azioni delittuose. In Italia una normativa urbanistica puramente quantitativa, insieme ai veti incrociati di soprintendenze, burocrati e ambientalisti appoggiati da media e opposizioni politiche, rende difficile le ipotesi di trasformazione urbana causando non solo episodi corruttivi, ma anche risultati contrari a quelli sperati.

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Opporsi alla densificazione urbana nei luoghi opportuni, anche centrali, significa consumare più suolo, implementare i costi per le infrastrutture (strade, reti di servizio, trasporti pubblici), aumentare i consumi di energia, mettere a rischio l’investimento privato costretto a replicare abitazioni sempre più lontane dal centro città. La dolorosa, ma necessaria, mediazione portata compimento a Roma nella prima decade del nuovo secolo con l’approvazione del “Piano delle Certezze”, portò alla tutela di alcune aree verdi semicentrali (Parco delle Valli, Tormarancia, ecc…), ma alla creazione di insediamenti periferici completamente isolati dalla città. Spesso anche il legittimo e fondamentale rispetto per i luoghi e gli edifici storici viene compromesso dai vincoli e dalle normative che ne ritardano le occasioni di manutenzione straordinaria.

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Burdett ci ha parlato della straordinaria crescita della Londra di oggi, economica oltre che edilizia, con una premessa importante: a Londra viene prodotto il 25% (circa 800 miliardi di euro) del PIL nazionale, quindi le trasformazioni di Londra devono essere prioritarie rispetto alle ragioni di una programmazione economica nazionale. Per la rigenerazione e lo sviluppo di Londra esistono normative semplici, ma alcuni concetti strategici ferrei, mai contraddetti neppure al cambiamento della guida politica:

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Non si può costruire al di la di una cintura verde che circonda l’area metropolitana e ne definisce il limite insuperabile tra concentrazione urbana e campagna.

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Viene promossa la densificazione delle aree centrali e semicentrali che catturano più investimenti ed offrono più posti di lavoro, ma si può costruire solo entro aree vuote, degradate o industriali dismesse. In queste aree non devono essere realizzati parcheggi, la circolazione è solo pubblica.

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Sono fissate linee di sviluppo (l’asse è il Tamigi che scorre da ovest ad est) che puntano principalmente ad est e sud. Su queste l’autorità pubblica si impegna a realizzare infrastrutture di mobilità e servizi. E’ in corso di realizzazione un treno sotterraneo ad alta velocità, che corre proprio in corrispondenza del Tamigi da un estremo all’altro della città.

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L’investitore che vuole intervenire su queste aree deve realizzare insieme alla cubatura anche posti di lavoro; questo vuol dire che le volumetrie per uffici devono avere sin dall’inizio compratori che garantiscano l’occupazione.

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Le nuove edificazioni, per quanto realizzate da investitori privati ed occupate da istituzioni private, non devono diventare enclave (come è accaduto trent’anni fa per Canary Wharf), quindi non devono avere recinzioni e tutti gli spazi “in between” devono essere pubblici.

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Due esempi su tutti: la densificazione edilizia della City che prende ulteriore slancio sia in termini di compattezza che di altezza e la realizzazione del Queen Elizabeth II Olympic Park nell’area olimpica del 2012, destinato a residenze e verde pubblico attrezzato. Dopo la crisi economica e probabilmente senza danni causati dalla Brexit (la svalutazione della sterlina probabilmente favorirà gli investimenti esteri), considerando il tasso di crescita attuale, nel 2030 Londra avrà più di dieci milioni di abitanti. Secondo il vecchio sindaco conservatore, Boris Johnson, la città – quasi novella Manhattan – doveva crescere in altezza con più di 200 grattacieli (in genere compresi tra i 20 e i 50 piani), sia ad uso uffici che residenziali. Il nuovo sindaco laburista Ken Livingstone ha sostanzialmente confermato questo programma. La parte centrale della città e la City in particolare assorbiranno la maggior parte di questi grattacieli.

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Il centro di Londra nel 2050

La zona dove sono stati costruiti gli impianti olimpici del 2012, a nord est del Tamigi, ospitava le rovine di fabbriche obsolete e zone disabitate. Era attraversata da una unica strada ma era ricca di acqua. Ribaltando la logica delle precedenti olimpiadi, per le quali la maggior parte delle risorse era stata indirizzata alla realizzazione degli impianti sportivi (fatta eccezione per Barcellona ’92), Londra ha scelto l’area come occasione per rispondere alla domanda di abitazioni dei municipi di Newham e Tower Hamlets che avevano avuto un alta crescita di abitanti. I pochi impianti sportivi costruiti per le gare sono stati dimensionati per l’uso post-olimpiadi (commisurati agli standard CIO con tribune effimere da smontare a gare ultimate). Oggi già esiste il parco, mentre sono in corso i cantieri per le nuove residenze.

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L’area olimpica rigenerata a residenza e parco attrezzato

Londra è metropoli molto diversa da Roma, nessun paragone diretto è possibile. Ma il racconto di Richard Burdett ci ha lasciato un dubbio: possibile che esperienze internazionali culturalmente a noi vicine non possano almeno trasmetterci qualche insegnamento che ci aiuti a superare i veti di una tecnocrazia ammantata di vacuo ambientalismo, aggravata da rigurgiti ideologici e gestita da una amministrazione che per non rischiare il consenso ha scelto la logica di azzerare qualunque ipotesi di rigenerazione urbana?

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Informazioni su umbertocao

Architetto romano per molti anni impegnato a progettare e costruire, quindi professore universitario di Progettazione Architettonica a Roma, Catania ed Ascoli Piceno dove è stato anche Preside per molti anni. Oltre alla architettura, si interessa di cinema, pratica la fotografia e i video, riflette sull'attualità culturale e politica.
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