Il mio 68 (3°)

piccola autobiografia in 3 puntate. Capitolo terzo

sessantotto

Roma, manifestazione ad Architettura

Terminate le occupazioni nelle università, alla fine della primavera tornammo a studiare, o, meglio, a svolgere esami. La parola d’ordine era “esami politici”. Un termine ambiguo che ad Architettura venne interpretato in due modi diversi a seconda dell’orientamento politico dei docenti. Perché, va detto, soprattutto da noi c’erano molti docenti di sinistra che erano rimasti intrappolati tra la difesa della loro disciplina e il desiderio di unirsi alle lotte degli studenti. Così, con i docenti progressisti si svolgevano gli esami sui contenuti del corso, rifiutando però la valutazione individuale e imponendo la discussione di gruppo con il relativo voto finale uguale per tutti. Con i docenti contrari al movimento, quelli che noi chiamavamo “reazionari”, gli esami si svolgevano imponendo una discussione politica come complemento alle prove sulla materia d’esame; prove concordate con il docente e, va detto, molto semplificate!

Al contrario di quanto era accaduto nei primi mesi dell’anno quando si trascorreva l’intera giornata e spesso anche la notte in facoltà, ora in sede ci si stava molto poco e le lezioni erano rare. In quegli anni gli affitti erano bassi, così si formarono gruppi di studenti che dividevano le spese negli “studi” dove si preparavano in gruppo gli esami, ma si discuteva molto anche di politica e di impegno nel sociale.

Dopo la vacanza estiva consumata visitando a Parigi i luoghi del “maggio francese” come simulacri di una lotta che non doveva sfiorire, in autunno il movimento studentesco colse l’aria nuova che attraversava le periferie operaie e le fabbriche: occorreva  unire la nostra lotta a quello degli operai. Così frequentai circoli politico-culturali (oggi sarebbero stati chiamati “centri sociali”) nei quali, tra l’altro, leggevamo e commentavamo insieme “testi sacri” come L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato di Engels e preparavamo volantinaggi. Alla guida del gruppo c’era uno studente di fisica, uno dei capi del movimento (di cui non farò il nome), insieme ad una bella ragazza bruna (anche di lei non farò il nome), molto duri nello spingerci alla lotta politica. C’era però qualcosa che non andava, cominciavo a provare disagio. Allora credevo fosse un senso di inadeguatezza all’impegno politico, oggi lo ripenso come il rifiuto per una deriva che mostrava segni di massimalismo. Presto persi di vista il compagno di Fisica con la ragazza bruna. Li avrei ritrovati sulle pagine dei giornali una decina di anni dopo, coinvolti in vicende di terrorismo.

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Città del Messico, piazza delle Tre Culture, 2 ottobre 1968

L’autunno e l’inverno furono dolorosi: il massacro degli studenti a Città del Messico con centinaia di morti; gravi scontri negli USA tra neri e polizia; la protesta dei “pugni chiusi” alle Olimpiadi; a dicembre due braccianti uccisi ad Avola; nella notte di capodanno un giovane che protestava davanti alla Bussola di Viareggio gravemente ferito da un proiettile.

L’ultima cosa che ricordo di quei mesi è stata la visita a Roma del Presidente degli Stati Uniti, Nixon, nel febbraio 1969, pochissimi giorni prima dell’anniversario di Valle Giulia. Ricordo che fu occupata dagli studenti la città universitaria, poi circondata e invasa dalla polizia. Ero lì, di sera, nel buio squarciato dai lampeggiatori blu e una grande rabbia in corpo per i bombardamenti americani in Vietnam. Da solo mi trovai davanti alla polizia minacciosa, organizzata con scudi e manganelli, che stava per caricare. Avevo paura. D’istinto mi chinai, raccolsi un sasso e lo misi in tasca. La carica e i lacrimogeni mi fecero fuggire sino al vicino studio dove stavo preparando gli ultimi esami. Poi tornai a casa – abitavo ancora con i miei – ero eccitato e stravolto e avevo bisogno di riposare, così mi spogliai. Trovai nella tasca dei pantaloni il sasso raccolto. Lo conservo ancora oggi.

 

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Informazioni su umbertocao

Architetto romano per molti anni impegnato a progettare e costruire, quindi professore universitario di Progettazione Architettonica a Roma, Catania ed Ascoli Piceno dove è stato anche Preside per molti anni. Oltre alla architettura, si interessa di cinema, pratica la fotografia e i video, riflette sull'attualità culturale e politica.
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5 risposte a Il mio 68 (3°)

  1. orietta ha detto:

    Umberto, complimenti. Sei riuscito in pochi tratti a raccontare un’avventura che con declinazioni un po’ diverse ha coinvolto anche me e chi mi era più vicino in quel periodo. Mi sono emozionata, non per il ricordo ma per come hai saputo far emergere riflessioni soggettive, che anche quelle però hanno tanti punti in comune. Io non ero più cattolica da qualche anno, ma quanto quel fantastico sacerdote ti disse, l’ho portato sempre dentro di me perché mia nonna (atea) mi aveva detto qualche cosa di simile quando ero bambina, per spiegarmi la sua posizione. E ci credo profondamente ancora oggi, ci crediamo. Per fortuna. Quindi grazie

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  2. bruno daro' ha detto:

    Bravo Umberto hai raccontato bene il tuo 68. Io venivo da altre esperienze, la mia frequentazione del Liceo Artistico di via Ripetta mi aveva portato a frequentare alcuni artisti come Perilli e Novelli
    e i compagni con cui ci incontravamo da Buccone in via Ripetta a bere un bicchiere di vino e a discutere di pittura, di cinema (la nouvelle vague francese o i giovani arrabbiati inglesi),la sera andavamo poi al Piper Club: grande novità nella scena romana, questa é stata la mia preparazione al 68. Quindi quando sono arrivato in facoltà nel 1962 ho provato subito un certo disagio per quell’ambiente un po’ serioso. Ricordo il convegno del Roxy in cui gli studenti formularono le loro richieste di rinnovamento della facoltà ancora governata da un corpo docente ereditato dal fascismo. Poi arrivarono Quaroni, Zevi, Lugli ecc. e la facoltà divenne piu’ sperimentale, ricordo ancora i corsi di visual design di Sacripanti. Ma per me il clima di nicchia dei corsi piu’ prestigiosi era intollerabile per lo snobismo radical chic dei partecipanti. Poi arrivo’ il 68 e mi sembro’ finalmente la liberazione della creatività, ma non era cosi’ subito comparvero i piccoli Lenin che si esibivano nelle noiosissime e deliranti assemblee solo gli Uccelli riuscirono a coltivare una visione Marcusiana dell’esistenza e ad inventarsi performances ironiche e significative. Mentre in tutto il mondo occidentale i giovani proponevano l’immaginazione al potere da noi si riproponevano modelli di 70 anni prima e infatti poco dopo giunse la deriva terroristica o l’intergrazione nel sistema cercando di raggiungere i livelli piu’ alti. La sera prima dei fatti di Valle Giulia la Facoltà occupata fu sgombrata dalla Polizia e noi fummo portati nelle caserme di Via Guido Reni per l’identificazione, gli Uccelli che erano usciti prima dell’arrivo delle forze drll’ordine ci salutarono con il gesto dell’ombrello. Il giorno dopo un imponente corteo di studenti figli della borghesia attraverso’ il centro fino alla facoltà. Arrivati sotto la scale di Architettura gridando gli slogan di allora vedemmo alcuni studenti che si erano nascosti all’ interno uscire sul tetto con uno striscione i pochi poliziotti che presidiavano l’edificio sotto lapressione della massa di studenti ci lasciarono rientrare, ma poi arrivarono le camionette della Celere e iniziarono gli scontri, io che facevo parte di quella massa di studenti che timidamente seguiva il movimento perchè era composto da giovani e mi faceva sperare in una nuova società piu’ libera ,ludica e in cui veramente l”immaginazione andasse al potere mi rifugiai, terrorizzato, nell’istituto Giapponese di Cultura. Subito dopo Pasolini scrisse il suo articolo io devo ammettere che ero dalla sua parte. Ho saputo piu’ tardi che alcuni degli studenti piu’ in vista nelle assemblee tra cui uno degli studenti dello striscione rampollo di una aristocratica famiglia da Concorso Ippico si erano andati a riposare e a riprendersi dallo stress a Cortina nella villa del famoso notaio padre di uno di loro. Io non sono mai diventato Comunista ho cercato di esserlo perchè andava di moda e perchè il nuovo comunismo speravo potese portare al trionfo della cultura POP e delle avanguardie culturali, ma non era cosi’ il primato della Politica e le nostre “Guardie Rosse” anno soffocato queste istanze che pure erano presenti in alcune frange situazioniste del movimento……….peccato!!!

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  3. umbertocao ha detto:

    Grazie, Bruno, dei tuoi ricordi del 68. Abbiamo vissuto – allora non ci conoscevamo – le stesse vicende, ma da due diversi punti di vista: la seriosità di un impegno politico che si spingeva oltre le ideologie da una parte, e la creatività di un atteggiamento pop come rinnovamento culturale dall’altra. Due anime del 68 (ma forse ce ne erano anche altre) che, a mio avviso, hanno cambiato il mondo dal punto di vista sociale e culturale. Una ibridazione di esperienze che forse ha caratterizzato anche la nostra amicizia e che si incarnava bene nella figura del nostro caro amico scomparso, Gianfranco. L’unica cosa che hai scritto sulla quale dissento è l’accusa di incoerenza rivolta ad alcuni dei protagonisti del movimento. Da qualunque punto di vista lo si guardi il movimento planetario del 68 è stato un fenomeno nato dentro la borghesia benestante occidentale e promosso dai figli di questa borghesia. Ma io non ritengo questo un peccato originale, Tutt’altro! le incoerenze ce le portiamo dentro tutti, e non è detto che siano una colpa.

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  4. bruno daro' ha detto:

    Quello che hai scritto è sacrosantamente vero nascere borghesi non è una colpa, ma certamente i molti dei ragazzi che si sono battuti con la polizia hanno avuto opportunità e carriere brillanti come i loro padri, i loro coetanei poliziotti con il cappotto pesante di lana non hanno avuto tutto cio’, ma hanno continuato fino alla pensione a picchiare manifestanti e a rischiare la vita sulle strade per pochi soldi mensili. Certo il 68 è stato lo spartiacque tra la cultura bigotta del dopoguerra e l’apertura della società ad una sensibilità e ad una coscienza piu’ avanzata socialmente, è stato il 68 o era iltempo che era maturo per una evoluzione culturale e sociale? Il movimento Beat è degli anni 50 cosi’ come l’espressionismo astratto e il Free Jazz e i favolosi Beatles dei primi anni 60 e il cinema e la drammaturgia dei Giovani Arrabbiati Iglesi e la Nouvelle Vague ecc. ecc. Ma il 68 ha anche sconvolto un sistema di valori di uno stato ancora giovane, allora aveva solo 100 anni, causando delle conseguenze ancora oggi percepibili: oggi gli studenti in nome di un antiautoritarismo e di una consapevolezza di se mal digeriti aggrediscono i loro professori, i populismi di qualsiasi colore agiscono contro lo stato nazionale in nome di una crociata moralizzante e nessuno presta attenzione e impegno per la cultura considerata una componente sovrastrutturale della società.

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  5. umbertocao ha detto:

    “… è stato il 68 o era il tempo che era maturo per una evoluzione culturale e sociale?”
    Che differenza c’è?…
    Sono d’accordo su tutto!

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