Italiani confusi, o anche più cattivi?

(suggestioni dal film Santiago, Italia)

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In questi mesi difficili nei quali si è costituito un governo per “contratto” tra due partiti diversi, ma uniti per difendere il consenso dei propri elettori strappato con promesse scellerate, a fronte del quale non sembra esistere più una opposizione di sinistra, abbiamo ripensato ai “girotondi” dei primi anni Duemila. Allora, insieme ad altri intellettuali, artisti, magistrati, docenti e studenti, c’era anche Nanni Moretti e il grido “D’Alema dicci qualcosa di sinistra!” risuonava forte. Oggi, forse, sta nascendo qualcosa di simile: le manifestazioni in piazza contro i sindaci grillini di Roma e Torino da una parte, i cortei della sinistra radicale ed antagonista contro Salvini dall’altra. Ma è un popolo disperso e confuso sia a livello di slogan che di intenzioni politiche: i “Si-TAV” da una parte, i No-TAV dall’altra, come anche i “Si” e i “No” che hanno diviso i Romani sul referendum ATAC, ne sono l’esempio lampante.

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Allora in molti ci chiediamo dove siano quelli di diciassette anni fa che protestavano contro Berlusconi tenendosi per mano e girando attorno ai Palazzi di Giustizia e alle sedi RAI. Scomparsi per pudore perché il termine “intellettuale” oggi evoca privilegi? Disinteressati e stanchi? Invecchiati e rassegnati? Probabilmente si, almeno in parte. Nanni Moretti però è stato in Cile per girare un documentario che ha segnato un po’ il suo ritorno alle origini, ai tempi di quel filmato in super 8 che si chiamava – guarda un po’ – proprio”La sconfitta”.

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Santiago, Italia, prodotto e realizzato da Moretti, distribuito in questi giorni nelle sale, apparentemente non è un documentario molto diverso dai tanti che hanno ricordato la tragedia del Cile iniziata nel settembre del 1973, che chiudeva i pochi anni del governo socialista di Allende ed apriva i lunghi anni della dittatura di Pinochet. Ma il film ha un carattere particolare: oltre a rievocare la violenza ottusa e fascista che aveva annientato una esperienza politica di ricostruzione sociale del Paese, il film parla di noi, dell’Italia di oggi.

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Attraverso le interviste di alcuni protagonisti-vittime della repressione, il racconto muove dagli entusiasmi della esperienza sociale del governo di Allende, ricorda il bombardamento sulla Moneda, la feroce repressione e la salvezza di molti nella ospitalità della ambasciata italiana. Poi, come in una lentissima dissolvenza, i ricordi sfumano dal grande giardino dell’ambasciata popolato dai rifugiati, alle piazze italiane dei successivi anni Settanta, popolate dalle manifestazioni di solidarietà per il popolo cileno.

Protagonisti

Le poche parole dell’ultimo intervistato cileno emigrato in Italia, che ci ringrazia per l’accoglienza sono sufficienti a svelare un abisso tra due Italie diverse: quella degli anni Settanta quando, a trent’anni dalla guerra e dopo le illusioni del miracolo economico, sembravano aprirsi spazi di una grande partecipazione democratica, arricchita da principi di accoglienza e solidarietà; e quella di oggi, chiusa nella solitudine di un individualismo senza etica e valori condivisi. Personalmente cerco di non cadere in nostalgie per il passato e ricordo bene come quegli anni, nei quali incontravamo gli esuli cileni e gli Inti Illimani che cantavano una imminente riscossa popolare, furono presto interrotti dalla furia del terrorismo. Ma chi li ha vissuti – come la mia generazione – esce dalla sala con una doppia emozione: da una parte un senso di vuoto, quasi di vergogna, per non avere oggi la forza di opporsi alla dilagante xenofobia nazionalpopulista, dall’altra la speranza che, come poi successo in Cile, possano essere ricostruiti i valori di una comunità aperta, solidale e progressista.

MATTEO SALVINI MINISTRO DELL'INTERNO

Ai tanti amici di sinistra che hanno abbassato la guardia e che rischiano di essere risucchiati dal populismo o dal disfattismo ricordo le virtù profetiche di Moretti: due mesi dopo Palombella rossa crollò il muro di Berlino, dopo Il portaborse di Luchetti (ma con la grande interpretazione di Nanni Moretti), scoppiò Tangentopoli, dopo Habemus papam si dimise Ratzinger. Be’, la speranza di un “ritorno al futuro” degli anni Settanta, non è poi tanto lontana dal possibile!

 

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Informazioni su umbertocao

Architetto romano per molti anni impegnato a progettare e costruire, quindi professore universitario di Progettazione Architettonica a Roma, Catania ed Ascoli Piceno dove è stato anche Preside per molti anni. Oltre alla architettura, si interessa di cinema, pratica la fotografia e i video, riflette sull'attualità culturale e politica.
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4 risposte a Italiani confusi, o anche più cattivi?

  1. Anonimo ha detto:

    Io alla fine non ho applaudito. Non perché non fossi stato colpito dal film ma piuttosto perché ero troppo preso dalle mie considerazioni sul fatto che non avevo voglia di applaudire la rappresentazione di quello che eravamo e che oggi non siamo più. Proprio NOI: intellettuali, artisti, magistrati, docenti e studenti, “la meglio gioventù”, siamo noi ad essere profondamente cambiati. Il mondo allora era simmetrico. Uno sceglieva, per raziocinio o istintivamente, la parte da cui stare; non c’erano via di mezzo. Quando qualcuno deviava dalla chiarezza subito Moretti gli chiedeva: “D’Alema dicci qualcosa di sinistra!”. Oggi a chi dovremmo rivolgere quella stessa invocazione? La verità è che, anche se con meno violenza e spargimento di sangue, siamo stati sconfitti anche noi come i cileni di Allende. Non sono per nulla d’accordo con te quando, direi con un eccesso di ottimismo, pensi che stia nascendo qualcosa di nuovo perché qualche migliaio di persone protesta contro la Raggi o contro la Appendino. Pensi davvero che quella protesta sia nata perché quelle persone non sopportano che in Italia ci sono 5 milioni di poveri e che la vita nelle periferie delle città sia piena di miseria materiale e morale che vorrebbero eliminare? Pensi davvero che in quelle proteste ci sia il desiderio che, come diceva Berlinguer, “finché tutti non avranno il sufficiente per vivere non è giusto che qualcuno abbia il superfluo” ? Non ti sembra sinceramente più veritiero che quelle proteste nascano dal fatto che non si riesca proprio più a sopportare (giustamente!) che ci sia un po di mondezza anche nei nostri quartieri borghesi? E siamo così convinti che sia più di sinistra spendere qualche decina di miliardi nei prossimi dieci anni per realizzare la Torino Lione piuttosto che provare a risanare il nostro territorio e tutte le infrastrutture che stanno cadendo a pezzi? Perché purtroppo in economia vale il principio del “trade-off” …. vale a dire non si può avere la moglie ubriaca e la botte piena: o l’una o l’altra! Forse alla fin fine c’entrano poco con il Cile di Allende questi miei pensieri tranne per il fatto che non sono riuscito ad applaudire perché ho avuto chiara la sensazione che a cambiare siamo stati NOI e che in un mondo oramai asimmetrico sbattiamo come calabroni impazziti contro i vetri della finestra senza sapere dove andare!

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  2. umbertocao ha detto:

    E’ vero, “noi” oggi siamo cambiati, spenti in una condizione di confusione e di sconcerto che ha causato indifferenza verso i valori di accoglienza e solidarietà di cui si parla alla fine del documentario di Moretti. La differenza tra me e te è che io voglio credere (il “voglio” è importante) che sia possibile superare confusione e sconcerto e che l’intera comunità civile sappia ritornare ai valori di accoglienza e solidarietà ricordati nelle interviste ai cileni. Come sempre nella storia, per questo od altri cambiamenti una ruolo importante l’abbiamo avuto proprio “noi”, intellettuali, artisti, magistrati, docenti e studenti… (la “meglio gioventù” la lascerei perdere). Per piacere, basta con i complessi di colpa! Piuttosto dobbiamo agire con la consapevolezza della nostra responsabilità. Oggi sconfitti (non come i cileni di Allende, per fortuna), ma non arresi.
    A me non piace un mondo asimmetrico, ma neppure quello simmetrico di cui parli tu, in cui – se ho capito bene – ci sono i buoni e cattivi in lotta tra loro. Credo che le cose siano un po’ più complicate. Come non credo che quelli che hanno il superfluo, cioè io, te e i 55 milioni di Italiani che non sono in condizioni di povertà si meritino la spazzatura e comunque che alcune migliaia di persone (i girotondi contro Berlusconi si facevano con poche centinaia), sia che vivano in periferia che al centro, non si debbano permettere di scendere in piazza per chiedere una città pulita, con mezzi di trasporto efficienti, servizi funzionanti, ecc… insomma amministrata in modo civile? Ma siamo matti? Se credo che queste siano persone che desiderano anche l’eliminazione della povertà? Certo che ci credo! E lo desiderano con molta maggiore cognizione di causa di Grillo e Di Maio!
    Tu citi Berlinguer e il “trade-off”, io non mi intendo di finanza, allora cito Camus ripreso nel Sessantotto: “sii realista, chiedi l’impossibile!”. Quindi voglio che si risani il territorio e le infrastrutture che in Italia stanno cadendo a pezzi, che si realizzino la TAV e tutte le altre reti utili a diminuire il traffico inquinante su gomma, che si crei una Europa e un mondo interconnesso realmente e non solo via internet, che si renda Roma una capitale moderna, pulita e funzionale non solo nelle aree centrali, ma anche in periferia…
    Io vedo finestre aperte e voglio volare libero.

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  3. Anonimo ha detto:

    Auguri!
    Certo che ognuno ha il diritto di protestare per i disservizi ma credo che questo non corrisponda ad una scelta di campo. Quanto poi ai valori di accoglienza degli italiani mi permetto sottolineare che non è proprio la stessa cosa ospitare con tutti gli onori 2 o 3000 cileni molto ben educati e politicizzati o 5/600.000 africani affamati – ha dimostrato di averlo capito molto bene Minniti. Stefano

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  4. umbertocao ha detto:

    Invece la scelta di campo corrisponde, almeno nelle situazioni che io frequento. C’è meno schematismo ideologico e più passione. Meno male. Quanto alla differenza tra Cileni e Africani, ma anche ai numeri, hai ragione.

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