Dal 68 ai 70

La generazione del Sessantotto è arrivata ai Settanta anni

Era bello quando eravamo tutti d’accordo. Quando c’era il Caimano con i suoi vizi e pasticci, bastava essere onesti, civili e progressisti per ritrovarsi uniti contro di lui e la sua destra delle cosiddette libertà. Ci potevamo ancora chiamare “sinistra” e lottare per una alternativa. Poi l’alternativa è arrivata e ci siamo divisi. Perché? Perché è facile essere contro, molto più difficile essere a favore. Perché chiamiamo coerenza la paura di cambiare le cose. Perché confondiamo la politica con l’ideologia. Perché vorremmo essere puri e semplicemente sognare.

Siamo una società di mezzo, sospesa tra Mediterraneo ed Europa. Il Sud che è in noi stimola la fantasia e la ribellione, ma conduce all’integralismo, alla separazione tribale, al senso anarchico della vita, alla rassegnazione. Il Nord al quale aspiriamo ci suggerisce dialogo e mediazione, ma ci crea disagio e inferiorità, ci porta alla competizione e a confondere la legalità con la democrazia.

Stiamo perdendo la memoria. Ma non quella delle stragi naziste, no, quella fa parte della nostra eredità antifascista. Perdiamo la memoria di quello che era l’Italia del dopoguerra, piccola, scalcinata e illusa dal miracolo economico. Incazzata ma frustrata come Alberto Sordi in “Una Vita Difficile”. Dimentichiamo quello che era il potere democristiano infiltrato nelle famiglie e pervaso di integralismo cattolico almeno quanto lo è oggi l’integralismo islamico. Altrettanto dimentichiamo quello che era un grande partito popolare e operaio sempre perdente. Non ricordiamo più le censure a tutti i livelli, da quella di una TV con le ballerine in calze nere ai grandi film internazionali tagliati; dagli scolari maschi e femmine in classi separate, alle ragazze obbligate in grembiuli neri e spesso segregate nelle scuole di monache. Poi è arrivata una rivoluzione culturale, prima con la Letteratura e il Cinema, poi con il Sessantotto, infine con i referendum su divorzio e aborto. Ma insieme sono arrivati, inevitabili e necessari, i primi compromessi, anche “storici”.

Bene comune e partiti come tribù. Cinquanta anni fa lo slogan era “tutto e subito”, ma voleva dire “vogliamo la rivoluzione”. Pochi anni fa era “cacciamo Berlusconi” e il Caimano è rimasto quasi ininterrottamente per 20 anni. Oggi risuona il “via Renzi”… ma continueremo ancora a lungo ad essere solo “contro”? Le cose si confondono: quale è il confine tra opposizione interna al PD e opposizione della cosiddetta Sinistra Italiana? E quale è il confine tra questa opposizione ideologica e quella populista dei Cinquestelle? Ma in cosa si differenzia il Movimento Cinquestelle dalla opposizione di Destra? E cosa è questo Nuovo Centro cui aderiscono i transfughi opportunisti della Destra? L’accanimento si moltiplica senza entrare nel merito, amplificato dalla ricerca di visibilità e protagonismo di un giornalismo cartaceo e televisivo che pascola sul “tutti contro tutti”. I “social media” riflettono questa realtà fondata sul si/no, a favore/contro, mi piace/non mi piace. Pochi dubbi e poche vie di mezzo, anche su questioni nuove, di diritto civile o di coscienza. Sono le tribù della democrazia in perenne lotta tra di loro. Non sarà il caso di sospendere per un po’ i nostri schemi mentali e ideologici e ragionare su quello che si può fare in nome del bene comune?

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Informazioni su umbertocao

Architetto romano per molti anni impegnato a progettare e costruire, quindi professore universitario di Progettazione Architettonica a Roma, Catania ed Ascoli Piceno dove è stato anche Preside per molti anni. Oltre alla architettura, si interessa di cinema, pratica la fotografia e i video, riflette sull'attualità culturale e politica.
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4 risposte a Dal 68 ai 70

  1. stefano003 ha detto:

    Caro Umberto,
    ho letto e riletto più volte questi tuoi pensieri sul tempo che passa e, per prima cosa, voglio farti i miei complimenti per la bella tua maniera di scrivere e descrivere.
    La mia prima sensazione istintiva è stata quella di riconoscermi nel tuo racconto. I tuoi ricordi lontani sono inevitabilmente i miei ricordi: siamo entrambe figli di quell’Italia del dopoguerra, piccola, scalcinata e illusa dal miracolo economico che tu descrivi in maniera così efficace.
    Poi, la sofferenza per le Stragi di Stato (che stranamente nel tuo racconto dimentichi) e i venti anni del Caimano, dove era facile decidere da quale parte stare. Ti chiedi perché, ora che l’alternativa è arrivata, ci siamo divisi. Ho sentito che quel “ci” era rivolto proprio a me, a noi (amichevole presunzione!?).

    Cambia lo superficial
    cambia también lo profundo
    cambia el modo de pensar
    cambia todo en este mundo

    Sento il bisogno di dare risposta al tuo perché: che al di la delle battute superficiali lacera sotto, sotto, i miei sentimenti. Mi hai costretto così a scavare nel profondo, a tornare indietro negli anni, fino alla mia adolescenza, alle origini della mia famiglia. Ho fatto riemergere, insieme agli altri ricordi, anche quel disagio, difficile da esprimere allora, che provavo di fronte agli slogan dei miei compagni ed amici di allora che, a parole e poi qualcuno con i fatti, chiedevano di cambiare “tutto e subito” e che “volevano la rivoluzione”. No. Io la rivoluzione nel mio intimo non la volevo. Soprattutto non la volevo perché a proporla erano quei colleghi universitari di allora, generalmente figli di una estrazione sociale che sentivo diversa dalla mia.
    Negli anni delle grandi manifestazioni giovanili, sentivo in realtà di essere veramente a mio agio solo nelle manifestazioni del PCI. Sentivo, nel profundo, più sintonia con quelle facce di operai e donne anziane (presumo ora che avessero non più di 40 anni! Ma erano così diverse dalle belle ragazze che stavano liberando i loro costumi e partecipavano ad assemblee e manifestazioni) piuttosto che con il comportamento superficial che, per conformismo, assecondavo. Insomma avevo l’eskimo fuori ma ero un poco pasoliniano dentro.
    Quasi tutti quei rivoluzionari sono poi diventati classe dirigente dapprima turbo craxiana e poi berlusconiana. Lo stesso PCI ha finito per perdere la propria strada.
    Non ho mai sperato o creduto di cambiare tutto e subito, come forse è capitato a te da giovane, ero e resto convinto che il mondo può cambiare solo a piccoli passi e qui apparentemente condivido il tuo auspicio di ragionare su quello che si può fare in nome del bene comune, sono però convinto che quei piccoli passi devono essere diretti nella giusta direzione e non mi rassegno a vedere perseguire, pur con persone diverse, un disegno di società che non mi piace affatto: dove le disuguaglianze continuano ad aumentare anche a causa delle scelte operate.
    Riassumendo: forse non sempre abbiamo condiviso le stesse idee nel passato e questo è il bello della vita se nonostante ciò siamo amici da 40 anni – adesso tu pensi che con Renzi sia finalmente arrivata l’Alternativa – io non lo penso. Non penso di essere contro Renzi. Mi sento piuttosto, arrivato a settanta anni, a favore di un cambiamento radicale del sistema socio economico di tutto l’Occidente e dunque anche dell’Italia – … certo potrebbe essere rincoglionimento senile!
    Resta da decidere se tra noi qualcuno è nel giusto? ….. direi di lasciar perdere e di goderci la nostra amicizia!

    Y lo que cambió ayer
    tendrá que cambiar mañana
    así como cambio yo
    en esta tierra lejana.

    Stefano

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  2. eduardo barbera ha detto:

    Anche io condivido lo spirito con il quale hai esposto questa tua riflessione su passato e presente in relazione alle posizioni che definisco “ideologiche”, ma forse sarebbe più giusto chiamarle “ideali”.
    Calate nella quotidianità delle prese di posizione pro o contro le azioni politiche o pseudo politiche quelle ideologie e quelle idealità perdono di senso. Ma forse sarebbe giusto dire che non hanno un respiro culturale e, passami il termine, filosofico.
    Ho letto anche la bella risposta del tuo amico “stefano” ed in molte delle considerazioni mi riconosco. Credo pure che i versi citati all’inizio ed alla fine, quelli scritti in spagnolo che mi sembra siano tratti da una canzone di Mercedes Sosa, ma posso sbagliarsi, dicano qualcosa di non pessimista e di costruttivo in fondo. Le tue osservazioni meritano da parte mia una risposta più profonda e ragionata proprio perche io ho sempre cercato di comprendere la società italiana più con lo sguardo che con i dettami delle ideologie.
    Ti scriverò nuovamente con maggiore precisione e rispondendo chiaramente su cosa non mi rassegnò a tollerare della nostra situazione attuale. Dal punto di vista di uno come me. Di una persona “anarchica” per spirito ma che bon rifiuta il ragionamento ed il confronto ideale appunto.
    Ho visto le tue foto dell’Ostiense e le ho trovate molto belle e significanti, anche se non ci sono ” vite” in quei luoghi. Che invece di vita ne conservano tanta. Inespressa. Al punto di essere diventate un passaggio. Tu sei troppo intelligente e sensibile per non cogliere che quei “luoghi urbani” rappresentano esattamente una gran parte dei concetti che hai descritto nel tuo post.
    Sono belle immagini per il sensi che esprimono. Perche a me le immagini in dismissione e abbandono di questa parte di città, una parte nascosta ed “utilitaria”, danno quasi la sensazione di una zona di vita bombardata. Come a Dresda, alla Postdammer di Wenders, nel “Cielo” o più recentemente alle rovine di Aleppo, Raqqa o Gaza. Solo le immagini beninteso. Che la storia è cosa assai diversa. Ti scriverò ancora con più tempo e calma ma volevo ringraziarti per le tue riflessioni alle quali spero di poter affiancare le mie.
    Un caro saluto.
    Eduardo.

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  3. umbertocao ha detto:

    Grazie Stefano, amico mio, per il contributo sincero al tema che avevo posto

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  4. umbertocao ha detto:

    Grazie, Eduardo, per la partecipazione al tema e per i complimenti alle mie foto… mai intense come le tue!

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