
È genocidio. Ci sono le confessioni di chi ha partecipato in vario modo ad un sofisticato sistema costruito con l’Intelligenza Artificiale, chiamato Lavender, strutturato e pianificato dai servizi segreti israeliani su ordine del governo Netanyahu per distruggere, o, quanto meno, cacciare il popolo palestinese dal suo territorio. La cosa più terrificante è che il bombardamento mirato aveva diverse finalità: uccidere combattenti, rappresentanti o simpatizzanti di Hamas; sacrificare come NAZA (acronimo di Nezek Agavi), ovvero “danni collaterali” tutte le persone che gravitavano attorno all’obiettivo principale; distruggere tutte le abitazioni affinché gli abitanti non potessero farvi ritorno; infine creare una situazione di terrore per cacciare i Palestinesi dal nord di Gaza, spingendoli dunque verso il confine con l’Egitto. Tutto questo è detto dagli intervistati.

La macchina della vendetta di Israele è stata scatenata dopo avere subito il terribile massacro di sabato 7 ottobre 2023 il cui ricordo apre il film. Un sistema capillare fondato sulla localizzazione dei telefoni, la intercettazione dei colloqui, il tracciamento degli spostamenti, degli incontri e delle relazioni, forse pronto da anni. Le risposte alle domande dell’intervistatore descrivono fatti ed emozioni di ufficiali scelti, combattenti da remoto, soldati sul campo e cecchini, in colloqui sospesi tra pentimento e autodifesa. Alcuni dichiarano di avere vissuto un trasporto d’odio conforme al concetto di vendetta – in ebraico il Nekama – ma dal quale, a mente fredda, ora prendono le distanze; altri si nascondono dietro alla giustificazione di non essere i materiali esecutori, ma i “tecnici” di un sistema operativo; altri ancora, i materiali esecutori, appaiono sinceramente pentiti per avere partecipato alle azioni militari sul campo.

Ma NAZA, pensato e realizzato dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, autori anche di No Other Land, è anche un bel film. È sempre notte, metafora di una Israele nel buio. Le immagini mostrano spiragli e frammenti della vita di cittadini israeliani che abitano una Tel Aviv ormai imponente come città occidentale: grattacieli, autostrade urbane cariche di automobili, luci, benessere e quotidianità; una distanza inconsapevole, ma forse anche colpevole di quanto sta accadendo 70 chilometri più a sud, lungo lo stesso mare.
