COME CAMBIA TUTTO (anche una serie TV)

In queste settimane di primo autunno abbiamo vissuto il ricordo di due stragi: l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 e quello di Hamas il 7 ottobre 2023. Entrambe, a mio avviso, hanno cambiato il mondo. La prima ha generato risposte di guerra da parte degli USA  in Afghanistan e Iraq; la seconda direttamente l’attacco di Israele a Gaza, ma indirettamente anche la guerra di Israele e Usa contro l’Iran. Entrambe hanno cambiato il cammino della storia, sostituendo alla pace la guerra e alla solidarietà la paura, ma in modo diverso.

L’11 settembre ha modificato il rapporto del popolo americano con i Paesi in via di sviluppo, più in generale le relazioni tra Occidente e Mondo islamico, la paura del “diverso” e dell’immigrato, il modo di viaggiare, di stare nella gente. Il 7 ottobre ha diviso l’Occidente stesso, rendendo più conflittuale il pensiero tra progresso e conservazione, più marcata la contrapposizione tra multilateralismo e sovranismo, tra democrazia e autarchia, tra desiderio di pace e fame di guerra. Sia tra chi governa, che tra la gente.

Gaza prima e dopo i bombardamenti di Israele

Quello che però vorrei mettere qui in evidenza è la trasformazione del popolo di Israele. Una trasformazione “politica” che, dalle notizie di questi giorni, sembra azzerare una vera opposizione alla guerra e alle stragi di Netanyahu, aprendo scenari di una deriva autoritaria che sta spazzando via l’opposizione democratica insieme alla desiderio di pace e al rispetto per il popolo palestinese. Eppure, negli ultimi anni non sono mancati episodi e storie inquadrabili nella tolleranza e desiderio di pace. Per tutti basta ricordare la vicenda dei due padri, l’israeliano Rami Elhanan e il palestinese Bassam Aramin, uniti da un profondo dolore e dall’impegno per la pace, abilmente raccontata nel romanzo Apeirogon dallo scrittore irlandese-americano Colum McCann.

Rami Elhanan israeliano e Bassam Aramin palestinese

In questi giorni ho guardato con curiosità la quinta stagione della serie israeliana Fauda, perchè avevo visto e apprezzato le precedenti quattro tra il 2015 e il 2022. Dopo la seconda serie, nel 2018, su questo blog avevo scritto: “… trattando del conflitto tra Israele e Palestina e in particolare di gruppi armati che si combattono ferocemente, il punto di vista è quello israeliano, ovvero del popolo ebraico che si difende dagli attacchi palestinesi. Ma gli autori della sceneggiatura (tra cui Lior Raz, che è stato realmente nelle forze speciali israeliane ed è anche il protagonista della serie) ci propongono simmetrie di attacco e difesa secondo la logica dell’”occhio per occhio”, che non suscita troppe simpatie né per l’una né per l’altra parte…”. C’era sostanzialmente il ripudio della violenza e delle azioni di guerra come vendetta. Completamente diversa è la quinta stagione che in qualche modo giustifica la vendetta di Israele contro Gaza, spostandola sul piano personale di un ex militante dello Shinbet  che vuole vendicare la strage della sua famiglia il 7 ottobre. Non  a caso è piaciuta agli ormai pochi difensori nostrani di Netanyahu che la contrappongono al documentario NAZA.  A differenza delle altre stagioni il racconto è tutto dalla parte dei combattenti israeliani, sino alla soluzione finale. In realtà anche la qualità del film pecca di paradossi ed esagerazioni, come quello di un gruppo di donne e uomini europei (?) assoldati a Marsiglia da Hamas pronti a morire, anche con la cintura esplosiva, in nome dell’odio contro Israele. Per convincere ancor più lo spettatore, la Serie arriva al punto di inserire – chiaramente superflui e fuori dalla sceneggiatura originale – ben due episodi che descrivono le stragi di Hamas del 7 ottobre. Nonostante l’impegno di regia a rendere crudele la ricostruzione, le immagini appaiono meno terribili di quelle reali che per molti giorni avevamo visto su notiziari, documentazioni televisive e sul web.

Lascia un commento